Smart China

Il rancore ha mille forme, quello di Salvatore si chiamava Cina.

«Maledetti cinesi, mi hanno inguaiato la vita!» Quando Salvatore si arrabbiava, se la prendeva sempre con la Cina che, secondo lui sarebbe stata la causa di tutti i suoi mali. La crisi economica, il babà che non sapeva più di babà, la moglie che lo aveva lasciato.

Tutto era in qualche modo collegato ai cinesi che avevano ormai invaso il suo piccolo quartiere rilevando negozi, pizzerie e, a detta sua , occupando perfino la chiesa da quando era arrivato il nuovo viceparroco che, il realtà, era vietnamita.

Chiuse il portone del palazzo sbraitando e risalì sulla vecchia Cinquecento parcheggiata in doppia fila. Il cellulare squillò più volte durante il tragitto ma lui non volle rispondere, impegnato com’era a pensare.

Aveva perso un altro cliente. Dopo il Cavaliere e il professor De Luca, anche il circolo delle bocce, la merceria Quagliarulo e la sala giochi di via Speranzella. Era il quinto caso in due giorni. Non era mai accaduto in tanti anni di onorata carriera.

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