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Esiste davvero il CALDO ?

  • Di Antonio Disi
  • 9 Luglio 2026
Esiste davvero il CALDO ?

Ci sono libri che si leggono per quello che raccontano e altri che, invece, finiscono per cambiare il modo in cui guardiamo altri argomenti. The Linguistics of Temperature, monumentale volume curato da Maria Koptjevskaja-Tamm, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Con quasi mille pagine e il contributo di quaranta studiosi che analizzano oltre cinquanta lingue appartenenti a famiglie linguistiche molto diverse, il libro rappresenta probabilmente il più ampio studio mai realizzato su come gli esseri umani parlano del caldo e del freddo.

Confesso che, quando l’ho iniziato, mi aspettavo un testo di interesse quasi esclusivamente linguistico. In fondo, cosa può esserci di così sorprendente nel modo in cui le diverse lingue descrivono la temperatura? Eppure, pagina dopo pagina, mi sono accorto che il vero tema del libro non è la temperatura. È il rapporto tra linguaggio, esperienza e cultura.

Siamo portati a credere che il caldo e il freddo siano categorie oggettive. Esiste un termometro, esistono i gradi Celsius e, almeno in apparenza, trenta gradi sono gli stessi a Stoccolma come a Palermo. Gli autori dimostrano invece che ciò che cambia profondamente è il modo in cui gli esseri umani organizzano mentalmente questa esperienza.

Ogni lingua suddivide il continuum della temperatura secondo categorie proprie: alcune distinguono semplicemente tra caldo e freddo, altre introducono termini specifici per il caldo del sole, dell’acqua, del corpo o degli oggetti; altre ancora separano nettamente il “sentire caldo” dal “fare caldo“. Il mondo fisico è lo stesso, ma il modo in cui viene interpretato e raccontato varia sensibilmente da cultura a cultura.

La forza del libro sta proprio qui, nel ricordarci che la lingua non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a costruirla. Gli autori insistono sul fatto che la temperatura non viene percepita attraverso un termometro, bensì attraverso il corpo. La pelle, le abitudini climatiche, la storia culturale, le pratiche quotidiane e persino le aspettative influenzano il modo in cui definiamo qualcosa come caldo o freddo. La temperatura, quindi, non è soltanto un fenomeno fisico: è anche un’esperienza umana, profondamente incarnata e culturalmente mediata.

Ancora più affascinante è osservare come il linguaggio della temperatura esca rapidamente dal dominio fisico per diventare uno strumento con cui interpretiamo il mondo sociale ed emotivo. Le persone possono essere fredde o calorose, un’accoglienza può essere tiepida, un rapporto può raffreddarsi, una discussione può scaldarsi. Il lessico della temperatura diventa così un lessico delle relazioni, delle emozioni e dei comportamenti. In altre parole, il caldo e il freddo smettono di descrivere soltanto la materia e iniziano a descrivere gli esseri umani.

È stato a questo punto della lettura che ho iniziato a pensare all’energia. Da anni mi occupo di efficienza energetica, cambiamento comportamentale e comunicazione, e improvvisamente mi sono reso conto che facciamo continuamente con l’energia ciò che questo libro descrive per la temperatura.

Siamo “scarichi”, dobbiamo “ricaricarci”, consumiamo energie, abbiamo energia da vendere, una casa è energivora, un edificio è passivo, una rete è intelligente. Anche in questo caso il linguaggio non si limita a descrivere fenomeni tecnici: costruisce metafore, categorie mentali e modi di interpretare la realtà.

Questa riflessione mi ha portato a una domanda che considero tutt’altro che marginale. Se disponiamo di una linguistica della temperatura, del colore, dello spazio, del movimento e delle emozioni, perché non esiste ancora una vera linguistica dell’energia? Perché continuiamo a considerare l’energia esclusivamente come un problema tecnologico, economico o ingegneristico, trascurando il fatto che il nostro rapporto con essa passa inevitabilmente attraverso il linguaggio?

Negli ultimi decenni abbiamo investito enormi risorse nello sviluppo di nuove tecnologie energetiche, ma molto meno nello studio delle parole con cui raccontiamo l’energia. Eppure, le parole influenzano ciò che percepiamo, ciò che riteniamo importante e perfino le decisioni che prendiamo. Se continuiamo a parlare dell’energia soltanto come costo, consumo o bolletta, difficilmente riusciremo a costruire una cultura energetica più ampia, capace di comprendere il benessere, il comfort, la salute, la resilienza e la qualità della vita.

È proprio questo, a mio avviso, il merito più grande di The Linguistics of Temperature. Pur essendo un’opera rigorosamente accademica, estremamente tecnica e ricchissima di dati comparativi, riesce a suggerire un metodo di ricerca che va ben oltre il suo oggetto di studio. Dimostra che perfino un fenomeno apparentemente universale come la temperatura è il risultato dell’incontro tra percezione, cultura e linguaggio. Ed è difficile non chiedersi se lo stesso paradigma non possa essere applicato anche all’energia.

Forse la vera transizione energetica non passerà soltanto attraverso tecnologie migliori. Passerà anche attraverso un lessico diverso, nuove metafore e nuovi modi di raccontare il nostro rapporto con l’energia.

Perché, prima ancora di cambiare il modo in cui produciamo e consumiamo energia, dovremo probabilmente cambiare il modo in cui la pensiamo. E il linguaggio, come questo straordinario libro ci ricorda, è quasi sempre il luogo da cui ogni cambiamento culturale comincia.

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