Un tempo non lontano facevo il ladro, de professione. Dormivo di giorno e lavoravo de notte. Ripulivo appartamenti e, modestamente, ero pure bravo. Mamma mia, povera anima, raccontava che ero un talento naturale pe’ intenerì i giudici ai primi processi, quando ero ancora un pischello. Pensava che poteva esse un’attenuante per evitarmi il soggiorno a Casal del Marmo, ma in tribunale non la pensavano allo stesso modo.
Ricordo ancora quando, a dieci anni, l’aiutai a entrà in casa perché s’era scordata le chiavi dietro la porta. Da allora non mi sono più fermato. Appartamenti piccoli e grandi, con terrazzo e senza, nei quartieri più chic della città, dove la gente non sa cosa farsene dei soldi e compra de tutto. Quadri, orologi, gioielli. Una volta me so’ portato via un secchio de la monnezza tutto d’oro. Che ho pure fatto fatica a piazzarlo dal ricettatore, mortacci loro.
La tecnica era sempre la stessa. Il mio amico Stefano lavorava in un negozietto di ferramenta a viale Romania e, visto che con le viti e i bulloni non ci diventi ricco, mi passava qualche chiave copiata a quelli del quartiere. Facevo passà un po’ di tempo, giusto per non destare sospetti e poi scattava la visita notturna.
L’ora migliore era quella del sonno profondo, tra mezzanotte e le tre. Gli scienziati lo chiamano sonno delta. Me l’ha detto il medico della mutua quando ci portai povera nonna che era diventata insonne per l’Alzheimer. Arrivavo sul posto, con la chiave aprivo la porta e cominciavo il giro.
Nei primi tempi, un po’ per paura e anche per inesperienza, spruzzavo l’anestetico nelle camere. Ma la maschera mi dava fastidio e poi tornavo a casa con un cazzo di mal di testa. Quindi decisi di specializzarmi. Andai a lezione da un albanese che vive a San Basilio il quale mi insegnò a controllare il peso, ad appoggiare il piede e a fare movimenti lenti e controllati. Devo dire, due piotte ben spese.
Ma il destino, come sa fare solo lui, ti aspetta nascosto. E quella volta s’era nascosto veramente bene, dietro la porta del bagno. La padrona di casa s’era svegliata durante il sonno delta, io dovevo fa un goccio d’acqua e ci incontrammo lì, mentre lei era seduta al buio sul water e io, difronte, mi aprivo la cerniera dei pantaloni. Poi sapete come vanno queste cose. Urla, strepiti, la corsa, le sirene e, alla fine, finisci sempre nello stesso posto.
Quella volta, però, fu diverso. Cinque anni senza la condizionale erano lunghi da far passare giocando a carte e facendo un po’ di palestra. Avevo bisogno d’altro e, anche in quel caso, il destino campione de nascondino si ripresentò. Arrivò in cella un anziano geometra finito al gabbio per tutta na serie di impicci e abusi edilizi. Un tipo austero ma allo stesso tempo molto gentile che cominciò a raccontarmi della sua vita passata nei cantieri in Africa a costruì dighe e viadotti fino all’inchiesta e al processo finito male.
Cominciai ad appassionarmi alle costruzioni. Passavamo le giornate a sfogliare i pochi libri che erano nella biblioteca del carcere fino a che mi convinse a prende il diploma da geometra. Non l’avevo mai fatto, lo studio non mi sembrava utile alla mia passata professione, senza contà i corsi a San Basilio. Ma visto che non avevo niente di meglio da fare, mi ci misi.
Devo dire che il direttore fu molto colpito dalla mia scelta e si rese subito disponibile ad aiutarmi. Anche perché c’era un progetto del Ministero della Giustizia sul risparmio energetico nelle carceri e cercavano manovalanza a basso costo da coinvolgere. In meno di un anno raggiunsi un buon livello e, insieme ai tecnici esterni, facemmo il rilievo e la diagnosi energetica del penitenziario che furono presentati in un evento pubblico al Quirinale. Partecipai anch’io insieme agli altri carcerati che avevano collaborato. Entrammo dal retro, ammanettati, e ci sedemmo in ultima fila insieme ai Carabinieri che ci tenevano d’occhio. Alla fine del progetto il Direttore si complimentò con me e mi regalò la piccola termocamera che avevamo usato per fare i rilievi. Lo ringraziai.
Quando finalmente mi ridiedero la libertà, il mondo non era più quello che avevo lasciato. E nessuno, ma proprio nessuno, voleva darmi da lavorà. Un geometra neodiplomato a cinquant’anni, fresco fresco de galera. Chi me avrebbe dato fiducia? Vagai per giorni, cercando un senso, un’opportunità, ma niente. Le porte chiuse in faccia non se contavano più, e ogni ‘mi dispiace, non abbiamo posizioni aperte’ me faceva montà la rabbia.
E poi, una notte, l’illuminazione. Stavo fissando la vecchia termocamera che il direttore m’aveva regalato. Era ancora lì, sullo scaffale impolverato, come un ricordo di quei giorni in carcere. L’afferrai, rigirandola tra le mani, e all’improvviso tutto ebbe senso. Perché, amici miei, se c’è una cosa che ho imparato è che il talento non si butta via, si reinventa.
Quella notte mi misi in strada, non per rubare stavolta, ma per aiutare. Entrai in una casa del mio vecchio quartiere. Usai la termocamera per scoprire dove scappava il calore, trovai le perdite nascoste e le annotai. Camminavo in silenzio, come ai vecchi tempi, ma stavolta per fare la differenza. Lasciai un rapporto scritto sul tavolo della cucina, con una “Z” stilizzata, come a dì: ‘Ciao, so’ passato di qui e ho fatto la differenza.” Non lo faccio per i riconoscimenti, che tanto a me le medaglie non interessano. Lo faccio perché so che sto facendo la cosa giusta.
Quindi, amici miei, se un giorno trovate un rapporto misterioso sul tavolo al mattino, non dite che non ve l’avevo detto.
Z
