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Autore: disianto

Faceva caldo

«Salvatore Lo Monaco?»

L’uomo alzò la mano.

«Mi segua.»

La sala d’attesa della caserma era piena. Una ragazza fissava il pavimento stringendo il cellulare. Un anziano teneva sulle ginocchia una cartellina con la scritta ‘Richiesta di rettifica climatica’.  Una signora sulla cinquantina borbottava: «Io ho detto soltanto che a Pasquetta piove sempre. Ma pecchè, è reato?»

Salvatore esitò un istante. Era stato convocato per un post pubblicato su Instagram. Una fotografia in bianco e nero del suo matrimonio. La moglie con il vestito di pizzo. Lui con una giacca color panna e baffi che oggi gli sembravano appartenere a un altro.

Sotto aveva scritto: ‘Ci siamo sposati cinquant’anni fa. Faceva un caldo che ti squagliava le scarpe.’ Quattrocentoquarantatré mi piace.

Il maresciallo lo fece accomodare. Sulla parete campeggiava il ritratto del Presidente della Repubblica. Accanto, un monitor mostrava in tempo reale anomalie termiche, concentrazione di CO₂ e un indice chiamato Affidabilità Percettiva Nazionale, fermo al 12%.

«Lei sa perché è qui?»

«Immagino per il post.»

«Immagina correttamente.»

Il maresciallo aprì il fascicolo.

«Lo Monaco, conferma di aver scritto: “Faceva un caldo che ti squagliava le scarpe”?»

«Sì.»

«Al di là dell’italiano che lascia molto a desiderate, era una misurazione?»

«No.»

«Una rilevazione strumentale?»

«No.»

«Una serie storica?»

«No.»

«Allora cos’era?»

Salvatore esitò.

«Un mio ricordo.»

Il maresciallo annuì.

«Appuntato, scriva. L’ indagato conferma l’utilizzo della memoria come fonte primaria.»

Salvatore si sporse.

«Scusate marescià, ma è vietato ricordare?»

«Assolutamente no.»

«E allora?»

«È vietato trasformare un ricordo in un’affermazione pubblica sul clima.»

«Ma io parlavo del mio matrimonio.»

«Lei parlava del caldo.»

Il maresciallo chiuse lentamente il fascicolo.

«Mi descriva quel giorno.»

«Luglio.»

«Questo lo sapevamo già.»

«Faceva caldo.»

«Secondo quale parametro?»

«Secondo me.»

«Quindi è una valutazione soggettiva.»

«Sì.»

«Ha misurato la temperatura?»

«No.»

«Conosce l’umidità relativa?»

«No.»

«Velocità del vento?»

«No.»

«Indice di calore?»

«Mai sentito.»

L’appuntato continuava a scrivere senza alzare la testa. «L’indagato conferma di aver formulato un giudizio climatico in assenza di dati meteorologici verificabili.»

Salvatore sbatté le palpebre.

«Ma io stavo solo raccontando il mio matrimonio.»

«Lei stava attribuendo una caratteristica atmosferica a un evento pubblico.»

«Pubblico? Era una foto di nozze.»

«Pubblicata su un social network.»

Il maresciallo voltò pagina.

«Fotografie ravvicinate che documentino la sudorazione?»

«No.»

«Filmati?»

«No.»

«Referti medici riconducibili a stress termico?»

«No.»

«Testimoni?»

«Mia moglie.»

«La moglie non è considerata terza parte indipendente.»

«Mio cognato.»

«Presente alla cerimonia?»

«Sì.»

«Parente acquisito. Attendibilità ridotta.»

«Il parroco.»

«Ha rilasciato dichiarazioni?»

«No.»

«Quindi nessuna testimonianza acquisibile.»

Il maresciallo richiuse il fascicolo.

«Mi dica una cosa, Lo Monaco.»

«Sì?»

«Quando scrive ‘faceva caldo”, intendeva descrivere il tempo di quel giorno oppure il clima di un’epoca?’

Salvatore rimase in silenzio.

«Non lo so.»

L’appuntato annotò. «L’indagato dichiara di non essere in grado di distinguere con certezza tra esperienza personale e inferenza climatica.»

Dopo un’ora Salvatore era esausto. Aveva ammesso di aver detto almeno tre volte: «Secondo me domani piove.» Due volte: «Quest’anno non fa freddo come una volta.» E una: «L’estate ormai comincia prima.»

Infine, aveva confessato il reato più grave.

«Una volta…»

«Sì?»

«Ho detto a mio figlio: ‘Copriti, perché più tardi rinfresca’.»

Il maresciallo abbassò la testa.

«Anche senza consultare i dati?»

«Sì.»

Silenzio.

«Capisce la gravità?»

«Onestamente no.»

«Lei continua a fidarsi delle sue sensazioni.»

Il verbale era ormai concluso. Il maresciallo accompagnò Salvatore all’uscita e aprì il portone. Una folata d’aria rovente investì entrambi. Il maresciallo si asciugò istintivamente la fronte.

«Maronna mia…» mormorò. «Ma quando mai ha fatto accussì caldo.»

Silenzio. Salvatore si fermò e lo guardava senza dire una parola. Il maresciallo tossicchiò imbarazzato.

«Niente, Lo Monaco», richiuse il fascicolo.

«Può andare. E non lo facciamo più!»

Esiste davvero il CALDO ?

Ci sono libri che si leggono per quello che raccontano e altri che, invece, finiscono per cambiare il modo in cui guardiamo altri argomenti. The Linguistics of Temperature, monumentale volume curato da Maria Koptjevskaja-Tamm, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Con quasi mille pagine e il contributo di quaranta studiosi che analizzano oltre cinquanta lingue appartenenti a famiglie linguistiche molto diverse, il libro rappresenta probabilmente il più ampio studio mai realizzato su come gli esseri umani parlano del caldo e del freddo.

Confesso che, quando l’ho iniziato, mi aspettavo un testo di interesse quasi esclusivamente linguistico. In fondo, cosa può esserci di così sorprendente nel modo in cui le diverse lingue descrivono la temperatura? Eppure, pagina dopo pagina, mi sono accorto che il vero tema del libro non è la temperatura. È il rapporto tra linguaggio, esperienza e cultura.

Siamo portati a credere che il caldo e il freddo siano categorie oggettive. Esiste un termometro, esistono i gradi Celsius e, almeno in apparenza, trenta gradi sono gli stessi a Stoccolma come a Palermo. Gli autori dimostrano invece che ciò che cambia profondamente è il modo in cui gli esseri umani organizzano mentalmente questa esperienza.

Ogni lingua suddivide il continuum della temperatura secondo categorie proprie: alcune distinguono semplicemente tra caldo e freddo, altre introducono termini specifici per il caldo del sole, dell’acqua, del corpo o degli oggetti; altre ancora separano nettamente il “sentire caldo” dal “fare caldo“. Il mondo fisico è lo stesso, ma il modo in cui viene interpretato e raccontato varia sensibilmente da cultura a cultura.

La forza del libro sta proprio qui, nel ricordarci che la lingua non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a costruirla. Gli autori insistono sul fatto che la temperatura non viene percepita attraverso un termometro, bensì attraverso il corpo. La pelle, le abitudini climatiche, la storia culturale, le pratiche quotidiane e persino le aspettative influenzano il modo in cui definiamo qualcosa come caldo o freddo. La temperatura, quindi, non è soltanto un fenomeno fisico: è anche un’esperienza umana, profondamente incarnata e culturalmente mediata.

Ancora più affascinante è osservare come il linguaggio della temperatura esca rapidamente dal dominio fisico per diventare uno strumento con cui interpretiamo il mondo sociale ed emotivo. Le persone possono essere fredde o calorose, un’accoglienza può essere tiepida, un rapporto può raffreddarsi, una discussione può scaldarsi. Il lessico della temperatura diventa così un lessico delle relazioni, delle emozioni e dei comportamenti. In altre parole, il caldo e il freddo smettono di descrivere soltanto la materia e iniziano a descrivere gli esseri umani.

È stato a questo punto della lettura che ho iniziato a pensare all’energia. Da anni mi occupo di efficienza energetica, cambiamento comportamentale e comunicazione, e improvvisamente mi sono reso conto che facciamo continuamente con l’energia ciò che questo libro descrive per la temperatura.

Siamo “scarichi”, dobbiamo “ricaricarci”, consumiamo energie, abbiamo energia da vendere, una casa è energivora, un edificio è passivo, una rete è intelligente. Anche in questo caso il linguaggio non si limita a descrivere fenomeni tecnici: costruisce metafore, categorie mentali e modi di interpretare la realtà.

Questa riflessione mi ha portato a una domanda che considero tutt’altro che marginale. Se disponiamo di una linguistica della temperatura, del colore, dello spazio, del movimento e delle emozioni, perché non esiste ancora una vera linguistica dell’energia? Perché continuiamo a considerare l’energia esclusivamente come un problema tecnologico, economico o ingegneristico, trascurando il fatto che il nostro rapporto con essa passa inevitabilmente attraverso il linguaggio?

Negli ultimi decenni abbiamo investito enormi risorse nello sviluppo di nuove tecnologie energetiche, ma molto meno nello studio delle parole con cui raccontiamo l’energia. Eppure, le parole influenzano ciò che percepiamo, ciò che riteniamo importante e perfino le decisioni che prendiamo. Se continuiamo a parlare dell’energia soltanto come costo, consumo o bolletta, difficilmente riusciremo a costruire una cultura energetica più ampia, capace di comprendere il benessere, il comfort, la salute, la resilienza e la qualità della vita.

È proprio questo, a mio avviso, il merito più grande di The Linguistics of Temperature. Pur essendo un’opera rigorosamente accademica, estremamente tecnica e ricchissima di dati comparativi, riesce a suggerire un metodo di ricerca che va ben oltre il suo oggetto di studio. Dimostra che perfino un fenomeno apparentemente universale come la temperatura è il risultato dell’incontro tra percezione, cultura e linguaggio. Ed è difficile non chiedersi se lo stesso paradigma non possa essere applicato anche all’energia.

Forse la vera transizione energetica non passerà soltanto attraverso tecnologie migliori. Passerà anche attraverso un lessico diverso, nuove metafore e nuovi modi di raccontare il nostro rapporto con l’energia.

Perché, prima ancora di cambiare il modo in cui produciamo e consumiamo energia, dovremo probabilmente cambiare il modo in cui la pensiamo. E il linguaggio, come questo straordinario libro ci ricorda, è quasi sempre il luogo da cui ogni cambiamento culturale comincia.

Il posto vuoto

La prima volta che una cliente mi invitò a fermarmi a dormire da lei rimasi sinceramente sorpreso. Non perché fosse una donna. A cinquant’anni le occasioni diminuiscono come le detrazioni fiscali e, quando arrivano, conviene non farsi troppe domande.

Mi meravigliai che fosse successo durante una discussione sui serramenti. Eravamo seduti in cucina e io stavo spiegando la differenza tra un doppio e un triplo vetro. Lei mi guardava con un’attenzione che non ricevevo dai tempi dell’esame di maturità.

A un certo punto mi disse che le stavo parlando delle finestre come suo marito parlava di lei. Non capii bene se fosse un complimento, una provocazione o una richiesta d’aiuto.

Per prudenza tirai fuori una scheda tecnica. Lei non la guardò nemmeno e continuò a fissarmi come se la trasmittanza termica fosse un argomento sentimentale.

Fu allora che iniziai a sospettare che il mio lavoro stesse prendendo una direzione imprevista. O forse che quella direzione l’aveva presa anni prima e l’unico a non essersene accorto ero io.

Quando avevo aperto lo studio, pensavo che il mestiere dell’architetto fosse quello di costruire case. Dopo un po’, scoprii che consisteva soprattutto nell’entrare nelle vite degli altri senza dare troppo nell’occhio.

Le misure le prendevo in dieci minuti. Il resto del tempo passava tra fotografie di matrimoni, figli trasferiti all’estero, mariti morti troppo presto o troppo tardi, pensioni troppo basse e ricette che non avrei mai cucinato.

All’inizio ascoltavo per educazione, poi perché era utile, infine perché era diventato il mio principale strumento di lavoro.

I colleghi arrivavano con cataloghi, simulazioni energetiche e schede tecniche. Io arrivavo con il tempo, che è una merce rarissima e costa più di qualsiasi pompa di calore.

Mi sedevo, bevevo il caffè, facevo qualche domanda e aspettavo. Le persone sole, se aspetti abbastanza, prima o poi aprono una finestra. Non quella del soggiorno, un’altra.

Le vedove erano una categoria particolare. Non tutte, naturalmente. Le persone sono sempre più complicate delle categorie che inventiamo per sentirci intelligenti. Però avevano una caratteristica comune. Conoscevano il valore delle cose.

Avevano visto costruire quella casa, scegliere quelle piastrelle, piantare quegli alberi e discutere per settimane sul colore delle persiane. Poi, da un giorno all’altro, si erano ritrovate sole davanti a una caldaia da sostituire o a un tetto da rifare.

La riqualificazione energetica, me ne resi conto col tempo, non era quasi mai una questione di energia. Era una questione di coraggio. Per cambiare una casa bisogna immaginarsi un futuro e per immaginarsi un futuro bisogna avere ancora voglia di abitarlo.

Una sera una cliente mi telefonò alle undici per chiedermi come riattivare il contatore. Restammo al telefono quasi un’ora. Del contatore parlammo forse per due minuti. Quando riattaccai mi accorsi che non mi aveva mai chiesto se il problema fosse stato risolto.

Con gli anni iniziai a vestirmi meglio. Una camicia al posto della polo, un profumo discreto, il barbiere più spesso del necessario. Mi dicevo che era professionalità. Probabilmente era vero. Ma non tutta la verità.

La verità era più semplice. Le persone ascoltano più volentieri chi le fa stare bene.

I regali iniziarono ad arrivare quasi senza che me ne accorgessi. Una bottiglia di vino, una sciarpa, una penna, perfino un canarino che, a detta della proprietaria, soffriva la solitudine dopo la morte del marito. Non ebbi il coraggio di farle notare che anch’io sembravo essere stato assunto per lo stesso motivo.

I colleghi parlavano. Negli ambienti piccoli si parla sempre. Qualcuno sosteneva che fossi un genio della comunicazione. Qualcun altro usava definizioni meno accademiche.

Io lasciavo correre. I cantieri aumentavano, le fatture venivano pagate senza discussioni e lo studio cresceva.

Eppure, qualcosa aveva iniziato a scricchiolare. Me ne accorsi il giorno del funerale della signora Bertolani. Non ero un parente, non ero un amico e non ero nemmeno il medico o il parroco. Tuttavia, mi ritrovai in prima fila.

Uno dei figli, arrivato dall’Australia, mi abbracciò e mi ringraziò per essere stato vicino alla madre negli ultimi anni. Io non ricordavo nemmeno chi mi avesse presentato quella donna, ma conoscevo il rumore della sua caldaia e il posto esatto dove teneva le fotografie dei nipoti.

Durante la funzione ebbi una sensazione che non mi piacque affatto. Mi chiesi se fossi stato chiamato per rifare un tetto o per occupare un posto vuoto.

Qualche anno dopo una cliente mi lasciò in eredità la sua casa. Non una somma di denaro. Non un ricordo. La casa. Con il giardino, il pergolato e le persiane verdi che mi aveva fatto sostituire sette anni prima.

Dentro trovai una scatola di cartone con su scritto semplicemente: “Architetto”.

C’erano fotografie, appunti, ricevute, vecchi preventivi. E alcune lettere.

Non erano lettere d’amore. Parlavano del fatto che ricordavo il nome dei cani, che mi toglievo le scarpe quando pioveva, che ascoltavo senza guardare continuamente il telefono.

Una dopo l’altra componevano il ritratto di una persona che riconoscevo a fatica. Poi trovai l’ultima. Era firmata da una donna di cui non ricordavo neppure il volto.

Scriveva: “Abbiamo sempre pensato che lui non avesse capito. Crede di farci compagnia. E forse è vero. Ma ci fa sentire meno sole soprattutto perché sembra solo anche lui.”

Rimasi seduto per ore in quella soffitta.

Avevo passato vent’anni a credere di essere il rimedio alla solitudine degli altri. Invece ero stato scelto perché la mia assomigliava alla loro.

Quelle donne non avevano visto in me un tecnico, né un amico, né un possibile amante. Avevano riconosciuto qualcosa di familiare. Un uomo che entrava nelle case degli altri perché non era mai riuscito ad abitare davvero la propria.

Quando uscii in giardino era già buio. Per la prima volta, da quando facevo quel mestiere, non mi voltai.

Ma ebbi la netta sensazione che la casa che avevo trascurato più a lungo fossi proprio io.

Il confessionale verde

Il confessionale di don Luigi non era mai stato un luogo di grandi sorprese. Ogni settimana si ripresentavano gli stessi peccatori, con peccati ripetuti come preghiere e scuse ormai imparate a memoria.

Don Luigi, però, non si annoiava. Li conosceva così bene che poteva prevederne parole e pensieri, come fossero versetti di un messale consunto.

Si sistemò la stola verde con un gesto deciso, più teatrale che liturgico, come un attore che si prepara alla scena madre, e lanciò un’occhiata all’inginocchiatoio dall’altra parte della grata.

La chiesa odorava di cera e umido. Dal cortile arrivava un filo d’aria fredda con dentro un vago sentore di minestrone e fumo di legna.

Il legno scricchiolò. Era Giovanni, il Nanni per tutti. Un uomo basso, spalle in avanti, due occhi chiari che sembravano sempre un po’ offesi dal mondo. I pochi capelli bianchi spuntavano come fili d’erba su una testa lucida.

Si inginocchiò piano, posando il cappello tra le mani come fosse una reliquia.

«Perdonatemi, padre, perché ho peccato.»

Don Luigi trattenne un sorriso. Conosceva Giovanni come la sua chiesa, ogni crepa, ogni scricchiolio, ogni vizio.

«Fammi indovinare. Ieri sera c’era la coppa, la TV s’è piantata e tu hai tirato giù qualche santo.»

Il Nanni alzò le sopracciglia. «Ma come fai, don? Mi leggi nel pensiero?»

«È l’esperienza, amico mio. O la solita programmazione del mercoledì.»

«Stavamo vincendo! Poi puff, corrente saltata. Mi è scappata una parola grossa, lo ammetto.»

Don Luigi annuì serio. «Dio perdona i tifosi frustrati. Ma dimmi, quando è finita, l’hai spenta davvero o l’hai lasciata in standby?»

Il vecchio sbarrò gli occhi. «Don, ma cosa c’entra come spengo la TV col mio peccato? Sei sicuro di seguire le istruzioni del Vaticano?»

Don Luigi inclinò la testa con aria severa, come un maestro costretto a spiegare la stessa lezione da anni.

«C’entra, e come se c’entra. E poi, lo so io come si fa una confessione,» disse con tono deciso.

«Ogni volta che spegni la TV resta in standby, e intanto consuma corrente. E Dio detesta lo spreco, caro mio. Per penitenza,» sentenziò, «vai a casa e controlla. E già che ci sei, pianta un albero nel giardino della canonica. Entro stasera. E non discutere.»

Il Nanni si passò una mano sulla fronte, come se gli avesse chiesto di costruire l’arca di Noè.

«Un albero? Padre, io ho settantotto anni! Piantare alberi non è pericoloso?»

«Solo se non li innaffi,» rispose Don Luigi.

Quando uscì dal confessionale, camminava a passi lenti, scuotendo la testa.

«Questi preti moderni… ma dove lo trovo un albero a quest’ora? E poi chi lo paga, io o la parrocchia?»

La prossima era Maria, minuta ma con l’energia di un generale e la lingua affilata di un sarto.

Entrava in chiesa come se dovesse fare un’ispezione, e nel confessionale si trasformava in una martire.

Si inginocchiò con un gesto studiato. «Padre, ieri ho litigato con mio marito. A tavola gli ho detto che è inutile come una forchetta nel brodo.»

Don Luigi sollevò lo sguardo. «Maria, ormai lo sappiamo tutti che maltrattare Saverio è il tuo sport preferito. Ma dimmi, la luce era accesa mentre lo facevi martire?»

«Certo, don Luì! Mica mangiamo al buio!»

«E le lampadine? Sono al LED?»

Maria lo guardò con sospetto. «Cosa c’entrano le lampadine col mio peccato?»

«C’entrano eccome. Ogni lampadina vecchia è uno spreco, e lo spreco è mancanza di rispetto per il creato. Per penitenza, cambi tre lampadine e abbassi il termostato di due gradi.»

Maria incrociò le braccia. «Padre, mio marito dice che con due gradi in meno ci vuole la coperta.»

«E allora gliela regali. Con un bel fiocco. Così fate pace e risparmiate pure.»

Maria si alzò sospirando. «A saperlo, andavo a confessarmi dal ferramenta, almeno le lampadine me le trovavo già comprate.»

Don Luigi si appoggiò allo schienale, lasciando che il silenzio lo avvolgesse. Gli capitava spesso, in quei momenti, di tornare con la mente a quel giorno al negozio di alimentari, quando tutto era cambiato.

Camporotto era l’esatto opposto di Roma, dove aveva passato gli ultimi dieci anni. Roma era un mosaico caotico: traffico, luci, voci che si accavallavano. La Capitale del tutto e del niente.

Camporotto, invece, sembrava uscito male da un fermo immagine: un paese dove il tempo si era fermato… e si era rotto. Le case basse, l’intonaco che cadeva, il bar con la serranda mezza giù e le biciclette appoggiate al muro. Gli orologi smettevano di funzionare e nessuno si stupiva. Qui la memoria aveva un valore relativo.

Don Luigi ricordava il giorno in cui aveva ricevuto la lettera del trasferimento. Seduto nella cucina romana, accanto al poster di Papa Francesco che sorrideva benevolo, aveva aperto la busta con mani tremanti.

«Finalmente,» aveva pensato, «porterò il messaggio della Laudato si’ tra la mia gente.»

Quell’enciclica era stata il suo faro. La cura della terra, la spiritualità concreta. Tutto gli era sembrato un mandato chiaro, urgente.

Poi era tornato in paese e la realtà lo aveva colpito come una secchiata d’acqua gelata.

Qui non c’erano slanci poetici. La gente pensava a finire la settimana, raccogliere le olive prima della pioggia, trovare parcheggio vicino alla chiesa la domenica.

Un peccato contro il creato? Dimenticare l’olio nuovo al sole o lasciare il trattore davanti a casa del vicino.

Alla sua prima messa aveva guardato i parrocchiani uscire chiacchierando di potature e taralli.

«Francesco mio,» aveva sussurrato, «qui non c’è speranza.»

Ma don Luigi non era tipo da arrendersi. Aveva provato con prediche accorate, poi con volantini colorati, infine con un seminario dal titolo Camporotto per un futuro sostenibile. Niente.

Quel martedì, al negozio di alimentari, tutto cambiò. Aspettava in fila, tenendo una busta di mele come fosse l’ultima cosa certa. Davanti a lui, Giovanni, Sergio e Bruno gesticolavano come un’orchestra invisibile.

«Sapete quanto spreco c’è in questo paese?» tuonava Giovanni. «L’acquedotto perde acqua da tutte le parti. È un peccato, un vero peccato!»

Sergio annuiva. «E la corrente? Le luci accese a ogni ora! Pare che la bolletta la paghi qualcun altro!»

Bruno, il più anziano, chiuse il discorso ripetendo: «Qualcun altro! E la spazzatura? Bottiglie nel fosso. Ma tanto, chi se ne frega.»

Don Luigi li ascoltava, stupito. Quelle parole – peccato, un vero peccato – gli rimbombavano nella testa. I suoi parrocchiani si confessavano per tutto. Una parola di troppo, una bugia, un pensiero impuro. Ma mai per una luce accesa o una bottiglia buttata nel fosso.

Eppure, cos’erano quegli sprechi, se non offese al creato? Prediche, volantini, seminari. Tutto inutile.

Poi gli venne l’idea. Non sarebbe più stato lui a parlare, ma la penitenza. Confessione ecologica, mormorò tra sé. Un’idea folle, forse. Ma i miracoli, a volte, nascono così.

Il legno del confessionale tornò a scricchiolare. Non aveva bisogno di guardare. Solo il Nanni si muoveva con quella lentezza teatrale.

«Padre, sono tornato.»

«Ancora qui sei? Non pensavo di rivederti così presto.»

«Padre, ho tirato giù un San Cristoforo contro il rubinetto.»

«Contro il rubinetto?»

«Sì, padre. Gocciola, gocciola, gocciola… Non si ferma mai. Mi è salito un nervoso che non vi dico.»

Don Luigi trattenne una risata.

«Dio ti perdona le bestemmie, ma non sono sicuro che ti perdoni lo spreco d’acqua.»

«Padre, ma io che posso fare? Non è colpa mia se gocciola!»

«Hai provato a stringerlo?»

«L’ho stretto, padre, così forte che mi è venuto un callo!»

Don Luigi scosse la testa. «Sai quanta acqua si perde in un giorno? Ci riempi una vasca per i pesci.»

«Eh, ma io l’acquario non ce l’ho!»

«E allora la vasca te la riempi per immergerti nei tuoi peccati,» ribatté Don Luigi. «Ascolta, Nanni: vai in sacrestia, nel terzo cassetto ci sono le guarnizioni. Ne prendi una e ci ripari quel rubinetto. Entro domani. Il Signore ama chi risolve, non chi si lamenta.»

«Padre, io sono venuto per farmi perdonare, non per diventare il ragazzo di bottega di un prete idraulico!»

«E io sono qui per salvare le anime… e l’ambiente. Adesso vai, e non discutere.»

Don Luigi si appoggiò allo schienale, lasciando che il silenzio lo abbracciasse.  

Oltre la grata, c’era una fila di parrocchiani, ognuno con il proprio peccato piccolo e imperfetto. Sistemò la stola, gesto quasi automatico, e guardò la luce che filtrava dall’alto. Non era brillante, ma faceva il suo dovere, proprio come lui.

«Forse non è molto,» mormorò, «ma il creato si salva anche così. Un peccato, una penitenza, un albero alla volta.»

Il posto accanto

Ho trovato il divano ieri sera.

Qualcuno lo aveva lasciato per strada, come si lasciano le cose che non servono più. Tipo me.

L’ho guardato e ho pensato che oggi sarebbe arrivata lei e che non avevo nemmeno una sedia su cui farla sedere. Così l’ho trascinato fin qui, sotto il portico.

Adesso aspetto. Ogni tanto sistemo un cuscino, raccolgo qualcosa da terra, controllo l’orologio che non porto più al polso da anni.

Lei arriverà. Lo so. E quando la vedrò comparire in fondo alla galleria, non dovrò dirle che non ho una casa.

Le sorriderò, indicando il posto accanto a me.

«Accomodati.»

La croce

Si mise la giacca buona,
quella delle feste.
La lisciò sul petto
con il palmo della mano.

Fuori era giugno.

La strada era la stessa
che portava ai campi,
ma quel giorno
proseguì fino al paese.

Aveva studiato poco.
Però conosceva la terra,
la grandine,
il peso del grano bagnato.

Le parole lunghe
le lasciava ai maestri
e agli avvocati.

Quando prese la scheda,
la tenne tra le dita
come una cosa fragile.

Poi una croce,
due linee appena.

Quella sera,
tornando a casa,
camminò diritto
come chi aveva appena firmato
il proprio nome.

Disadattato climatico

Sono un disadattato climatico. Lo ammetto. Non riesco più a vivere dentro le temperature che noi stessi abbiamo costruito.

Una volta gli esseri umani sopravvivevano nelle savane, attraversavano deserti, coltivavano risaie tropicali, si coprivano di pelli, sudavano, tremavano, migravano. Mio nonno falciava il grano ad agosto con una canottiera beige che oggi verrebbe evacuata dalla Protezione Civile.

Tornava in cascina rosso come un gambero, beveva il vino della cantina e diceva a mia nonna: «Oggi un po’ si sente.» Si sente? Ma che è, una canzone di Barry White?

Io invece entro in crisi se il telecomando del condizionatore segna ventisette. VENTISETTE. La temperatura che fino a pochi anni fa aveva un nome semplice. Estate.

Adesso rientro a casa ansimando come un facocero sedato male e parte il protocollo di sopravvivenza della classe media occidentale. Tapparelle giù. Finestre chiuse. Luce bassa. Climatizzatore a palla.

Casa mia, da qualche giorno, sembra la stanza dove conservano gli organi per i trapianti. E io lì dentro finalmente rifiorisco. Mi copro perfino un po’. A volte mi metto una felpa. Dico, una felpa!

Il problema è che il corpo non collabora più. Non si adatta. Protesta. Frigna. Negozia. Ormai il mio organismo pretende condizioni climatiche costanti come una forma di parmigiano in stagionatura. Tra poco avrò anche un settaggio.

Una volta avevo la pelle. Adesso ho preferenze termiche e mi sorprendo a pronunciare frasi assurde con tono serissimo: «Qui gira aria», oppure «Questo posto è umido» o anche «C’è caldo ma è un caldo diverso.» Praticamente vivo nell’intervallo di tolleranza dello yogurt greco.

La cosa più inquietante è che il caldo non è più una stagione. È diventato un affronto personale. Se sudo, mi sento tradito dalla civiltà.

Pago bollette immense non tanto per stare bene, ma per evitare qualsiasi dialogo fisiologico con l’atmosfera terrestre. Io non voglio più avere rapporti con il pianeta. Voglio attraversare l’estate senza accorgermi che l’estate esiste.

Il mio ideale climatico non è il comfort. È l’annullamento meteorologico.

Eppure il corpo, ogni tanto, tenta ancora una specie di rivolta sindacale. Manda segnali antichi. Rallenta, fermati, cerca ombra, bevi, aspetta sera.

Ma io no. Io devo lavorare con diciannove gradi addosso e il pile in ufficio mentre fuori evaporano le biciclette e i piccioni camminano a becco aperto e lingua penzoloni come i cani.

L’altro giorno mi sono fermato davanti al supermercato solo per sentire cinque secondi di aria automatica della porta scorrevole. Cinque secondi. Sembravo un reduce climatico.

E il peggio è che ormai non tollero più niente. Più climatizzazione uso, meno sopporto il caldo. Più fuggo dall’estate, più l’estate mi umilia.

Alla mia età, mio padre costruiva autostrade a Ferragosto. Io sudo davanti al microonde e considero eroismo andare a buttare il vetro alle tre del pomeriggio.

Siamo diventati una specie stranissima. Passiamo metà dell’anno a produrre calore e l’altra metà a combatterlo. Scaldiamo città intere per poi refrigerarci individualmente come mozzarelle di bufala. E soprattutto fingiamo che tutto questo sia normale.

Ci sono uffici dove entri sudato e dopo dieci minuti hai la cervicale fossilizzata. Bar dove fuori ci sono trentasette gradi e dentro ventidue, così il corpo passa continuamente dall’Andalusia alla Val di Fassa nel tragitto tra il marciapiede e il tavolino.

Una volta l’uomo guardava il cielo per capire come vivere. Adesso guarda le app con le previsioni del tempo.

Sono un disadattato climatico. Un mammifero indoor. Una creatura evolutivamente progettata per attraversare continenti che oggi necessita di ventidue gradi costanti per compilare un file Excel senza collassare emotivamente. E forse il problema non è nemmeno il caldo.

Forse abbiamo semplicemente disimparato, lentamente, comodamente, elettricamente… a stare al mondo.

La città di dentro

Ero arrivato a Narni per la Corsa all’Anello. O almeno così credevo.

C’erano i tamburi, il rumore dei passi sulle pietre, l’odore acre dei cavalli mescolato al vino, alla carne arrostita, all’umidità antica e alla gente venuta da lontano. E le bandiere si aprivano all’improvviso sopra la piazza come colpi di vento colorato.

Ero lì come tanti. Per vedere, fotografare, magari raccontare di esserci stato.

Poi mi sono perso. Ma non in quel modo tragico che piace ai racconti. No. Più semplicemente, mi sono allontanato.

Una strada in salita, un vicolo stretto, una curva presa senza pensarci troppo. Avevo ancora i tamburi del corteo nelle orecchie, ma sempre più lontani, come se qualcuno avesse abbassato lentamente il volume del mondo.

Fu lì che la città cambiò. O forse fui io.

Mi fermai per riprendere fiato e mi accorsi che stavo ansimando per una salita che secoli di uomini avevano percorso prima di me. Mercanti, soldati, pellegrini, innamorati, condannati forse.

Per la prima volta non stavo guardando Narni. La stavo consumando con il mio corpo.

Poggiai una mano sul muro. La pietra era fredda. Ma di quel freddo vivo che hanno le cose che restano più a lungo di noi.

Pensai a chi l’avesse estratta. Sollevata. Portata fin lì. A quante schiene. A quante mani. A quanta fatica ci fosse voluta prima che la città diventasse città.

Più avanti sentii acqua. Non la vedevo ancora, ma c’era. E certe cose, prima di vederle, bisogna sentirle.

Fu in quel momento che ebbi una sensazione strana. Come se Narni ne contenesse un’altra.

Non sotto. Dentro. Una città che non guardiamo mai perché siamo troppo impegnati a osservare ciò che si lascia fotografare.

Allora capii che la Corsa era solo la parte che si vede. I cavalli. I corpi. Le mani. Le cucine accese. Le luci. Le attese.

Una città non è mai ciò che mostra. È ciò che la tiene viva.

Tornai in piazza chiedendomi quante città esistano dentro una città. Quante cose attraversiamo senza vederle. Quanta energia, lavoro, acqua, memoria rendano possibile ciò che chiamiamo semplicemente città.

Mi venne da sorridere pensando che ero arrivato a Narni per vedere una festa. E invece avevo intravisto qualcos’altro.

Forse ogni città meriterebbe di raccontare la propria città di dentro.

Buona festa della mamma

Il primo principio della grassodinamica

Il professor Bandini era un uomo molto serio. Così serio che quando annunciò di aver scoperto una nuova legge della natura, nessuno osò ridere.

«Signore e signori» disse alla conferenza, aggiustandosi gli occhiali. «Penso di aver dimostrato che il grasso corporeo non si crea e non si distrugge. Si trasferisce.»

Silenzio.

«Impossibile» disse qualcuno.

«Davvero?» replicò il professore. «Mi spieghi allora perché ogni volta che qualcuno in ufficio inizia la dieta… qualcun altro ingrassa.»

I presenti iniziarono a guardarsi con sospetto.

Il primo caso documentato fu Giovanni F., maschio, 48 anni. Dopo tre settimane di palestra e insalata triste, Giovanni aveva perso cinque chili. Nello stesso periodo, senza alcun motivo apparente, Lucia M., femmina, 46 anni, era ingrassata esattamente di cinque chili.

Coincidenza? Bandini non credeva alle coincidenze.

Passò mesi a raccogliere dati. Zii che dimagrivano mentre cugini ingrassavano, amici che iniziavano la corsa e improvvisamente colleghi che non entravano più nei pantaloni.

Alla fine, formulò la sua teoria.

Il grasso corporeo totale dell’universo rimane costante. Quando qualcuno dimagrisce, il grasso si trasferisce casualmente verso un altro essere umano.

La notizia si diffuse rapidamente.

Le persone iniziarono a sospettare di chiunque fosse a dieta.

«Marco sta facendo il digiuno intermittente» sussurravano in ufficio.

«State lontani da lui. È pericoloso.»

In palestra comparvero cartelli:

ATTENZIONE: dimagrimento in corso. Possibile trasferimento di massa adiposa.

Alcuni individui, più altruisti, decisero di assumersi la responsabilità cosmica. Mangiarono per il bene dell’umanità.

Uno di loro, Paolo, dichiarò solennemente: «Se devo ingrassare perché il mondo dimagrisca, accetto il mio destino.»

E ordinò una pizza quattro formaggi.

Il professor Bandini concluse il suo studio con una frase destinata a entrare nei libri di storia: «Se state dimagrendo, ricordate. Da qualche parte nel mondo qualcuno sta cercando di capire perché i suoi pantaloni non si chiudono più.»

Fece una pausa.

Guardò la bilancia.

Guardò di nuovo la bilancia.

Poi sospirò.

«Perfetto» disse.

«Qualcuno deve aver iniziato una dieta molto aggressiva.»

HAYMARKET

Mi chiamo Antonio e sono arrivato a Chicago che le parole mi scappavano. Non è che non c’erano. È che non erano mie.

Io lavoravo. Questo sì lo sapevo fare. Caricare, tirare, spingere. Le mani capiscono prima della testa.

La giornata invece non finiva mai. Non aveva misura. Era una cosa lunga che ti prendeva e ti lasciava la sera già finito.

Mi trattavano come uno che può essere cambiato. Come un pezzo.  Io non dicevo niente. Non sapevo come dirlo.

Una parola però l’ho imparata. L’ho sentita girare, sempre uguale. Eitauars. All’inizio pensavo fosse il nome di qualcuno. Poi me l’hanno spiegata con le dita. Otto. Otto ore.

Mi è sembrata una cosa strana. Che il tempo potesse avere un limite. Per questo sono andato alla piazza. C’era gente come me. Stanchezza addosso e occhi aperti.

Due compagni parlavano sopra un carro. Io capivo poco. Accanto a me c’era chi traduceva a pezzi, come poteva. Non tutto. Ma abbastanza.

Dicevano che non potevamo più vivere così. Che non era giusto. Io annuivo. Anche senza capire tutte le parole, quella cosa la sentivo.

Ogni tanto passavano di lato quelli vestiti bene. Si fermavano un poco, guardavano, poi andavano via. Guardavano come si guardano gli animali al mercato. Per vedere se stanno in piedi.

Più in là c’erano i poliziotti. Fermi. Troppo fermi. Io li guardavo e mi veniva un pensiero. Questi stanno aspettando. Non sapevo cosa. Ma aspettavano.

A un certo punto mi si è avvicinato uno con accento  tedesco.

«Vuoi guadagnare qualche dollaro?» L’ha detto piano.

Io ho pensato al letto, al pane. Gli ho risposto di sì.

Mi ha fatto cenno di seguirlo. Siamo usciti un poco dalla piazza, dietro i carri. Camminava come uno di noi. Scarpe sporche, giacca consumata. Mi fidavo.

Si è fermato. Ha guardato verso la piazza, poi verso di me.

«Che dobbiamo fare?» ho chiesto.

Non mi ha risposto subito. Ha infilato la mano sotto il carro. Ha tirato fuori un filo sottile, quasi nascosto. Allora ho capito che la roba era già lì.

«Ma che cazzo vuoi fare?» ho gridato.

Lui ha fatto una faccia come se fosse una cosa semplice.

“Pagano bene,” ha alzato appena le spalle.

Io sono rimasto fermo.

«Ma quelli sono poveri cristi come noi,» ho detto guardandolo negli occhi.

Lui ha scosso la testa ridendo.

«Mica mi pagano quei morti di fame. I soldi me li danno quelli che il pane ce lo fanno avere.»

Non sapevo che dire. Sapevo solo che non era giusto lo stesso.

Ha tirato fuori un fiammifero. L’ha acceso. Piccola fiamma. Veloce.

Lì mi sono mosso.

«Fermati,» gli ho urlato.

Ho allungato la mano, gli ho preso il braccio.

«Lascia,» si è girato forte.

Abbiamo tirato. Il fiammifero è caduto, ma la miccia ha preso lo stesso.

Pensavo che bastasse poco per spegnerla. Ma il poco non è bastato. La fiamma è corsa più veloce. La luce è arrivata prima del pensiero. Poi il rumore.

Quando ho riaperto gli occhi, la piazza era rotta. Gente a terra, gente che gridava, gente che correva senza sapere dove. E poi gli spari.

Quelli non cercavano lui. Cercavano noi. E in quel momento ho capito che non serviva capire le parole. Era già deciso.

Nei giorni dopo hanno preso uomini. Li hanno chiamati colpevoli.

Io ho continuato a lavorare. A stare zitto. Ma quella parola, eitauers, non è sparita. È rimasta come un chiodo.

Anni dopo ho visto una cosa strana. Gente che si fermava per strada. Tutti insieme. Ho chiesto.

«Primo maggio,» mi hanno detto.

Ho ripensato a quella sera. Alla miccia. A quanto era corta. E a quanto invece questa cosa non si è spenta.

Io non sono riuscito a fermarlo.

Ma nemmeno loro, a quanto pare.

Spritz and Energy

Alle sei e mezza, al bar Jolly, i bicchieri erano ancora tutti sporchi, in attesa della lavastoviglie che non voleva saperne di ripartire.

Sorcio entrò con la bolletta piegata in quattro, come fosse una lettera di minaccia.

«Uno Spritz.»

«Arriva.»

Mentre versava, Emanuele buttò un occhio al foglio sul bancone. Da quando arrotondava lì come barista, si prendeva certe libertà.

«La pieghi sempre così?»

«Eh.» Sorcio fece spallucce. «Tanto è uguale.»

«Duecentoquaranta euro di luce.»

Pausa.

 «Ma ti pare normale?»

Emanuele fece un verso, tipo “mah”.

«Ghiaccio?»

«Vai. Abbonda.»

Il bicchiere arrivò sul banco. Arancione preciso. Sorcio bevve, poi buttò fuori l’aria.

 «Però… oh. Ci voleva.»

Emanuele si appoggiò al banco.

«Classico.»

«Cosa?»

«Ti incazzi per la bolletta… e questo lo paghi senza pensarci.»

Sorcio lo guardò storto.

«A bello, ma lavori o stai qui pe’ fa er fenomeno?»

«Dipende.»

«Da cosa?»

«Da chi c’ho davanti.»

Sorcio fece mezzo sorriso.

«Spiritoso.»

Rumore di bicchieri da dietro.

«Ao, lo sai che c’hai ragione?  Non c’ha senso.»

Sorcio fece girare il bicchiere tra le dita.

«Cioè… me lamento pe’ la luce e poi…» indicò lo Spritz «dieci euro buttati così.»

«Sì, ma questo almeno lo scegli.»

Sorcio sbuffò dal naso.

«Sì, e tra mezz’ora ne voglio n’ altro.»

«Appunto.»

Dal fondo del bar il rappresentante delle patatine salutò un po’ tutti. Emanuele alzò una mano senza girarsi.

«Tu quanto paghi de luce?»

«Boh. Troppo.»

«E non te girano le palle?»

«Certo che mi girano.»

Pausa.

«Ma è come incazzarsi col tempo.»

Sorcio fece una faccia così così. «Mh.»

Emanuele si strinse nelle spalle.

«Questo invece… lo prendi tu.»

«Quindi è colpa mia se bevo?»

«No.»

Pausa.

«È colpa tua se fai finta di no.»

Il bicchiere si fermò a mezz’aria. «Questa… questa è da bacio Perugina.»

«Peggio.»

«Ah no?»

«Psicologia.»

«Madonna.» Sorcio ridacchiò. «Arieccoci.»

«Studio.»

«Lo so e parli strano.»

Il barista prese un bicchiere, lo asciugò piano, guardando da un’altra parte.

«La gente fa le scatole.»

«Eh?»

«Coi soldi.»

Pausa.

«Casa, bollette, buffi. Aperitivi… piacere. Non si parlano.»

Sorcio lo fissò.

«Le scatole.»

«Sì.»

«Boh.»

Silenzio corto.

«Per quello una ti fa incazzare e l’altra no.»

Sorcio fece una smorfia.

«Non me la raccontà troppo bene, dai.»

«Non è bene.»

Pausa.

«È così.»

Indicò il bicchiere.

«Questo…»

Poi la bolletta.

«Quella…»

«Cioè?»

«Questo, lo senti subito.»

Pausa.

«L’altra no.»

Sorcio si guardò intorno. Due ragazzi ridevano forte guardando un video al cellulare, un altro litigava piano al telefono.

«In questo momento…» alzò il bicchiere «alla salute.»

Emanuele annuì piano.

«E la bolletta?»

«Quella la fai a pezzi.»

«In che senso?»

«Al giorno.»

Pausa.

«Quanto fa? Due euro? Tre?»

«Sì… boh, sì.»

«Ecco.»

Un colpetto al bicchiere. Sorcio rimase zitto un attimo. Poi sbuffò.

«Quindi me devo lamentà  de meno.»

«No.»

«No?»

«Te devi lamentà meglio.»

Sorcio lo guardò.

«Sei proprio scemo.»

«Può essere.»

Sorrisero, senza far casino.

«Domani ci penso ancora?»

«Alla bolletta? Sì.»

«E a questo?»

«Se era buono.»

Sorcio guardò il bicchiere.

«Un altro.»

Emanuele non si mosse.

«Lo vuoi o stai andando in automatico?»

«Dai.»

«No, dico davvero.»

Pausa. Sorcio guardò prima il vetro vuoto, poi il foglio piegato.

«…Lo voglio.»

«Ok.»

Ghiaccio. Versò. Stesso arancione, meno leggero.

«Comunque quella la paghi.» disse Emanuele.

«Grazie.»

«No, dico.»

Pausa.

«Quella non la scampi.»

Sorcio lo fissò.

«E quindi?»

«Quindi almeno questo….» indicò il bicchiere «non berlo solo per sfogarti.»

Silenzio.

«Cioè?»

«Cioè scegli.»

Pausa.

«Almeno questo.»

Sorcio prese il secondo Spritz. Lo guardò un secondo in più. Poi bevve.

«Sai che c’è?»

«Mh?»

«Sta cosa delle scatole… è na fregatura.»

«Eh.»

«Perché devo pensà pure mentre bevo.»

«Già.»

Pausa.

«Peggio.»

Sorcio annuì piano. Poi indicò la bolletta.

«Quella la pago.»

Indicò il bicchiere.

«Questo… segna.»

Filastrocca Terra Terra

Filastrocca Terra Terra,
gira il mondo e non si afferra,
se poi stringi troppo forte,
restan chiuse tutte le porte.

Terra bella, Terra buona,
chi si sfrutta e si condona,
chi pianta alberi sui palazzi
per vender sogni ancor più grassi.

Giro giro giro tondo,
uccidiamo tutto il mondo,
ma con garbo e educazione:
“È per la democratizzazione.”

Fumi, plastica e cemento,
tutto cresce controvento,
mentre il mare si fa caldo
e il futuro resta in saldo.

“Ricicliamo!” canta il coro,
poi si compra il doppio d’oro,
verde fuori, nero dentro,
trucco vecchio, stesso centro.

Filastrocca senza età,
dimmi un po’ chi pagherà
questo conto sempre aperto,
sotto un cielo mezzo coperto.

Terra terra, quasi piatta,
per chi guarda e non si adatta,
ma se ascolti un po’ più a fondo
senti il fiato stanco del mondo.

Ninna nanna, dormi pure,
chiudi gli occhi alle paure,
tanto poi, domani mattina,
si ricomincia come prima.

Sportello Energia

Il camper arrivò in borgata alle dieci e venticinque, con una grafica verde acqua studiata per rassicurare i cittadini sul fatto che l’energia, se spiegata bene, poteva persino diventare una faccenda gentile.

Su un fianco c’era scritto: ‘Più consapevoli, più risparmio’. Sull’altro, in caratteri un po’ più piccoli ma sempre molto fiduciosi: ‘Lo Sportello Energia viene da te’.

Era un mezzo lungo, pulito, lucido, con il logo del progetto, quello del Comune, quello della Regione, quello del partner tecnico e uno slogan secondario che parlava di prossimità.

Come se il problema tra la gente e la bolletta fosse sempre stato una banale questione di parcheggio.

Il camper si fermò proprio accanto al Bar Jolly, che non era un bar particolarmente allegro ma aveva il merito di essere il vero municipio del quartiere.

Lì si discutevano morti, nascite, tradimenti, pensioni, condoni, partite, debiti, motorini, processi, promozioni del supermercato e, quando capitava, perfino qualche fatto serio.

Era anche l’unico luogo della zona in cui le persone si facevano ancora spiegare qualcosa, purché non somigliasse troppo a una spiegazione.

Dal camper scese un ragazzo sui trent’anni, polo blu con scritta istituzionale sul petto, sorriso professionale, cartellina rigida sotto il braccio.

Si chiamava Emanuele, ma nel materiale di progetto era definito dialogatore territoriale. Fino a pochi mesi prima lavorava in un laboratorio universitario, ma quella cosa lì, nel progetto, non c’era.

Comunque, la formula gli era piaciuta. Gli sembrava moderna, inclusiva, quasi coraggiosa. Non doveva vendere nulla, non doveva sanzionare nessuno, non doveva prendere dati fiscali.

Avrebbe dovuto solo ‘attivare consapevolezza nei cittadini sui consumi energetici domestici’.

Lo avevano formato in due settimane. Gli avevano insegnato a non dire ‘lei non capisce’, ma ‘proviamo a leggere insieme’. A non dire ‘tariffa’, ma ‘offerta’. A non dire ‘oneri’, perché già quello, da solo, poteva far calare il silenzio su una piazza.

Entrò nel bar alle dieci e ventinove.

Dentro c’erano sette uomini, una donna dietro al banco e la televisione accesa senza volume su un canale sportivo. L’odore era quello immutabile di caffè, cornetti tardi e umanità ferma in piedi da più generazioni.

Al tavolo vicino alla vetrina stava Nando, detto Samsung, perché da quindici anni comprava televisori con la dedizione con cui altri fanno pellegrinaggi. Ogni due o tre anni ne prendeva uno nuovo, più grande, più sottile, più intelligente del precedente.

Nessuno aveva mai capito bene con quali soldi, ma nessuno aveva mai capito bene neanche con quali soldi si facessero tante altre cose in quella borgata.

Quindi, la faccenda non destava scandalo.

Nando conosceva i televisori come un cardiologo conosce il cuore. Pollici, pannello, contrasto, refresh rate, processore video, neri assoluti, upscaling. Quando parlava di OLED aveva la voce bassa e religiosa che altri riservano ai santi.

Emanuele si avvicinò al banco con quella cautela sorridente che si usa con i cani buoni ma sconosciuti.

«Buongiorno a tutti. Io sono qui con lo Sportello Energia. Siamo fuori col camper. Oggi aiutiamo i cittadini a capire meglio la bolletta, leggere i consumi, valutare eventuali risparmi.»

Nessuno rispose. La barista sollevò appena gli occhi e disse: «Caffè?»

Emanuele, che al corso avevano avvertito della possibile diffidenza iniziale, sorrise meglio.

«No, grazie. Intanto magari vi lascio un volantino. Se qualcuno vuole, possiamo vedere insieme la bolletta di casa. Spieghiamo le voci, i costi, le fasce orarie…»

Nando, senza alzare la testa dal tavolo, disse: «Io co’ quelle cose so’ negato.»

Lo disse con il tono umile con cui si confessa una malattia dell’anima.

Era curioso perché mezz’ora prima stava spiegando a un muratore in pensione la differenza tra 120 e 144 hertz come se fosse una faccenda di interesse nazionale. Ma sulla bolletta, niente. Buio assoluto. Geroglifici. Nebbia. Inferno amministrativo.

Un uomo col giubbotto di pelle, che tutti chiamavano Sorcio anche se ormai aveva superato i sessanta e assunto un aspetto più da cinghiale che da roditore, fece una smorfia.

«Che devo capì? Se viè alta pago de più, se viè bassa pago de meno.»

«Certo,» rispose Emanuele, felice di aver trovato un appiglio, «ma il punto è capire perché viene alta. Per esempio, potenza impegnata, quota fissa, quota variabile…»

Sorcio lo guardò come si guarda un parente che ha cominciato a vendere integratori.

«A morè, io già c’ho la pressione, l’ex moglie e il catasto. Non me mette pure la quota variabile alle dieci e mezza.»

Qualcuno rise. Emanuele rise pure lui, con prontezza democratica. Però insistette.

«Ma infatti lo facciamo in modo semplice. Per esempio, lei sa quanta energia consuma il frigorifero?»

A quel punto parlò Nando, sempre senza alzare gli occhi.

«Dipende dalla classe.»

Emanuele si voltò, rincuorato.

«Esatto. Ecco, vede? Già questo è un punto importante.»

Nando alzò finalmente la testa. Aveva gli occhi chiari di chi si sente chiamato a difendere una competenza.

«La classe, i litri, il motore, la tecnologia inverter, l’apertura, l’isolamento. Ma la bolletta no. Quella è fatta apposta pe’ fregatte.»

Questa frase produsse attorno a lui un piccolo consenso fisico, una vibrazione del bancone. La barista annuì senza entusiasmo, come se si trattasse di una verità meteorologica.

Uno in fondo urlò: «Bravo.»

Un altro: «Ecco.»

Emanuele avvertì che lì c’era il nodo vero, quello che al corso avevano chiamato ‘barriera percettiva’, ma che nel bar aveva un nome più breve: sfiducia.

«No, guardi,” disse con dolcezza, «non è fatta per fregare. È fatta in modo complesso, questo sì. Ma proprio per questo siamo qui.»

«Appunto,» fece la barista mentre asciugava una tazzina. «Se serve un camper per spiegarla, tanto normale non è.»

Il bar rise piano, come si ride di una battuta che contiene un processo già chiuso.

Emanuele decise di passare all’approccio concreto.

«Facciamo così. Se qualcuno porta una bolletta, la leggiamo insieme. Gratis, senza impegno.»

Quella formula, ‘senza impegno’, che in altre circostanze aveva il pregio di rassicurare, lì risuonò con il tono sospetto di una trappola da fiera. Gli uomini si guardarono tra loro con quella rapidità muta con cui i poveri si trasmettono le cautele che i ricchi delegano agli avvocati.

Nando riprese il filo del suo discorso precedente, ma stavolta rivolto anche a Emanuele.

«Io mi sono studiato il QLED, l’OLED, il Mini LED, pure quel coso nuovo che sembra una finestra. Ho guardato video, recensioni, confronti, forum. C’è pure un ragazzo di Bari che fa prove tecniche meglio della NASA. Sai perché? Perché quanno me lo compro, poi me lo godo. Lo vedo. Lo accendo. Lo faccio vedè pure agli altri. La bolletta invece la apro e già me sento insultato. »

Ci fu un silenzio brevissimo, quasi elegante.

«Quindi,» intervenne piano Emanuele, «non è che non si può capire. È che uno non vuole.»

Lo disse e subito gli sembrò una frase sbagliata, troppo netta. Ma ormai era uscita.

Nando lo fissò. Per un attimo sembrò offeso, poi quasi commosso dalla precisione involontaria con cui quel ragazzo in polo blu aveva messo il dito nella ferita.

«Bravo,” disse. “Finalmente hai detta na cosa giusta.»

Sorcio, che non amava perdere il vantaggio morale accumulato con anni di insofferenza, intervenne subito.

«Non è che non vuole. È che uno nella vita sceglie dove perde tempo.»

«E dove guadagnare dignità, « aggiunse la barista, senza guardare nessuno.

Emanuele rimase con il volantino in mano. Per la prima volta da quando era arrivato, gli sembrò che il progetto potesse avere un difetto di fondo.

Lui era partito convinto che l’ostacolo fosse la distanza: il cittadino non si informa perché lo sportello è lontano, perché gli uffici sono scomodi, perché i linguaggi sono tecnici.

E allora ecco il camper, ecco la prossimità, ecco il dialogo, ecco la semplificazione grafica con le icone colorate del frigorifero, della lavatrice e della lampadina.

Ma lì, in quel bar, il problema sembrava un altro. Non la distanza, ma l’ordine delle priorità.

La bolletta non perdeva perché incomprensibile. Perdeva perché arrivava ultima in una gara affollata. Dopo il lavoro, i figli, la partita, i dolori, i debiti, le rate, le umiliazioni dell’ufficio pubblico, le paure piccole e grandi. E perfino dopo il piacere elementare di sapere a memoria la differenza tra uno schermo buono e uno che ti affatica l’occhio.

La bolletta non dava gusto, non dava racconto, non dava prestigio. Non produceva nessun momento in cui uno potesse dire all’amico: vieni a vedere che meraviglia ho capito.

«Però scusate,” tentò ancora Emanuele, con la testardaggine dei sinceri, “se capire vi fa risparmiare?»

«Quanto?» chiese subito la barista.

«Dipende dai casi. »

«Eh, » fece lui. «Appena sento ‘dipende’ me torna la pressione. »

Una signora che fino a quel momento era rimasta zitta in un tavolino d’angolo si alzò e si avvicinò. Teneva in mano una busta stropicciata. «Io ce l’avrei la bolletta,» confessò.

Emanuele si illuminò. Finalmente. La signora posò il foglio sul bancone. Tutti si avvicinarono un poco, per curiosità più che per solidarietà.

Lui cominciò a spiegare. Indicò la spesa per la materia energia, il trasporto, la gestione del contatore, gli oneri, le imposte. Cercò di usare parole semplici. Trasformò i kilowattora in esempi da cucina. Fece del suo meglio.

La signora lo guardava con attenzione vera, che già era una vittoria. Gli altri ascoltavano in quell’equilibrio tipico del quartiere tra diffidenza e spettacolo.

Dopo cinque minuti, Nando alzò un dito.

«Scusa. Ma il camper qua de fori… quello quanto consuma? »

Emanuele si fermò.

«Come?”

«Il camper. Col frigo acceso, i computer, il condizionatore, il monitor che c’avete dentro. Quanto fa? »

Adesso sì che erano interessati tutti. Sorcio si mise in piedi. La barista smise di asciugare i bicchieri. Uno chiese se fosse diesel. Un altro chi lo avesse pagato.

La signora della bolletta stessa si voltò a guardare fuori dalla vetrina, come se avesse improvvisamente capito dove stava davvero la questione energetica del giorno.

«È un progetto pubblico,» disse Emanuele, sentendo per la prima volta che la frase non aveva alcuna capacità sedativa. «Serve per avvicinare il servizio ai cittadini.»

«E quanto costerebbe avvicinarlo stò servizio?», domandò la barista.

Nessuno rise. Era una domanda seria.

Nel giro di due minuti, davanti al Bar Jolly, si formò il capannello più partecipe che il progetto avesse visto in tutta la settimana. Uscirono in dieci. Girarono intorno al camper. Valutarono le gomme, la carrozzeria, la presa esterna, l’altezza, il motore.

Sorcio disse che secondo lui beveva più di suo cognato. Nando osservò che il climatizzatore a tetto doveva assorbire parecchio. Uno fece notare che per spiegare alla gente come risparmiare sulla corrente si era portato nel quartiere un frigorifero su ruote grande come un monolocale.

Emanuele li guardava e, con un misto di sconforto e rispetto, si accorse che il progetto stava funzionando benissimo, ma al contrario.

Non erano affatto incapaci di interessarsi all’energia. Bastava che l’energia avesse una forma decente. Un motore, un costo visibile, uno spreco sospetto, un bersaglio con quattro ruote e il logo del Comune.

Solo allora Nando, con la mano appoggiata alla fiancata verde acqua, disse la frase migliore della mattina.

«Non è che non capiamo. È che ci dovete dà qualcosa che valga la pena de capì.”

Emanuele lo guardò, con la cartellina sotto il braccio e il sole di borgata negli occhi e, per la prima volta da quando era stato assunto, ebbe il sospetto che la consapevolezza, quella vera, non fosse una cosa che scende da un camper.

Per sempre si, energy edition

Efficienza globale

Lo disse in televisione, con la calma di chi annuncia il tempo per domani. Aveva dichiarato guerra alla Repubblica d’Iveria.

Non alzò la voce. Non fece pause solenni. Parlava come si parla di una cosa ovvia, già decisa da tempo. Come quando ti dicono che è arrivato l’autunno e bisogna tirar fuori i cappotti.

«Lasciano le luci accese quando escono dalle stanze,» spiegò.

Alle sue spalle scorrevano immagini. Finestre illuminate, corridoi vuoti, lampadine che brillavano senza motivo, come lucciole che avevano perso la strada.

«È uno spreco,» disse. «E lo paghiamo tutti.»

Non era la prima volta che trovavano una ragione così semplice.

Poi vennero i dati. Sempre i dati arrivavano, ordinati come scaffali di supermercato. Grafici che salivano e scendevano, numeri che si rincorrevano, frecce rosse che indicavano un eccesso, una deviazione, una colpa.

Non si trattava di guerra, dissero. Non nel senso classico.

Parlavano di armonia dei consumi e di comportamento energetico globale. Come se il mondo fosse una grande casa e qualcuno, da qualche parte, avesse dimenticato si spegnere la luce del bagno.

Quando iniziarono i bombardamenti, nessuno usò quella parola.

«Interventi di riequilibrio,» li chiamarono.

In televisione mostravano mappe. Ma non c’erano città, né confini, né fiumi. Solo piantine di appartamenti, come quelle dei cataloghi immobiliari.

«Qui,» dicevano indicando un quadratino luminoso, «luce accesa senza presenza.»

Colpivano con precisione, assicuravano. Con la stessa precisione con cui si spegne un interruttore.

Un ospedale, per esempio. Il drone aveva individuato una luce costante. Un piccolo punto verde, il led di standby di una TAC. Lo mostrarono per qualche secondo, come si mostra una macchia su una tovaglia pulita.

«Consumo inutile,» dissero.

Le immagini durarono poco. Poi sparirono, come se non fossero mai esistite. Come quando si cambia canale perché il programma non è più interessante.

Dopo qualche giorno, annunciarono che il problema era stato risolto. Le luci non restavano più accese.

Nella Repubblica d’Iveria, adesso, non c’è più spreco. Non c’è più nessuno.

E io, spengo sempre. Non si sa mai.