Il camper arrivò in borgata alle dieci e venticinque, con una grafica verde acqua studiata per rassicurare i cittadini sul fatto che l’energia, se spiegata bene, poteva persino diventare una faccenda gentile.

Su un fianco c’era scritto: ‘Più consapevoli, più risparmio’. Sull’altro, in caratteri un po’ più piccoli ma sempre molto fiduciosi: ‘Lo Sportello Energia viene da te’.

Era un mezzo lungo, pulito, lucido, con il logo del progetto, quello del Comune, quello della Regione, quello del partner tecnico e uno slogan secondario che parlava di prossimità.

Come se il problema tra la gente e la bolletta fosse sempre stato una banale questione di parcheggio.

Il camper si fermò proprio accanto al Bar Jolly, che non era un bar particolarmente allegro ma aveva il merito di essere il vero municipio del quartiere.

Lì si discutevano morti, nascite, tradimenti, pensioni, condoni, partite, debiti, motorini, processi, promozioni del supermercato e, quando capitava, perfino qualche fatto serio.

Era anche l’unico luogo della zona in cui le persone si facevano ancora spiegare qualcosa, purché non somigliasse troppo a una spiegazione.

Dal camper scese un ragazzo sui trent’anni, polo blu con scritta istituzionale sul petto, sorriso professionale, cartellina rigida sotto il braccio.

Si chiamava Emanuele, ma nel materiale di progetto era definito dialogatore territoriale. Fino a pochi mesi prima lavorava in un laboratorio universitario, ma quella cosa lì, nel progetto, non c’era.

Comunque, la formula gli era piaciuta. Gli sembrava moderna, inclusiva, quasi coraggiosa. Non doveva vendere nulla, non doveva sanzionare nessuno, non doveva prendere dati fiscali.

Avrebbe dovuto solo ‘attivare consapevolezza nei cittadini sui consumi energetici domestici’.

Lo avevano formato in due settimane. Gli avevano insegnato a non dire ‘lei non capisce’, ma ‘proviamo a leggere insieme’. A non dire ‘tariffa’, ma ‘offerta’. A non dire ‘oneri’, perché già quello, da solo, poteva far calare il silenzio su una piazza.

Entrò nel bar alle dieci e ventinove.

Dentro c’erano sette uomini, una donna dietro al banco e la televisione accesa senza volume su un canale sportivo. L’odore era quello immutabile di caffè, cornetti tardi e umanità ferma in piedi da più generazioni.

Al tavolo vicino alla vetrina stava Nando, detto Samsung, perché da quindici anni comprava televisori con la dedizione con cui altri fanno pellegrinaggi. Ogni due o tre anni ne prendeva uno nuovo, più grande, più sottile, più intelligente del precedente.

Nessuno aveva mai capito bene con quali soldi, ma nessuno aveva mai capito bene neanche con quali soldi si facessero tante altre cose in quella borgata.

Quindi, la faccenda non destava scandalo.

Nando conosceva i televisori come un cardiologo conosce il cuore. Pollici, pannello, contrasto, refresh rate, processore video, neri assoluti, upscaling. Quando parlava di OLED aveva la voce bassa e religiosa che altri riservano ai santi.

Emanuele si avvicinò al banco con quella cautela sorridente che si usa con i cani buoni ma sconosciuti.

«Buongiorno a tutti. Io sono qui con lo Sportello Energia. Siamo fuori col camper. Oggi aiutiamo i cittadini a capire meglio la bolletta, leggere i consumi, valutare eventuali risparmi.»

Nessuno rispose. La barista sollevò appena gli occhi e disse: «Caffè?»

Emanuele, che al corso avevano avvertito della possibile diffidenza iniziale, sorrise meglio.

«No, grazie. Intanto magari vi lascio un volantino. Se qualcuno vuole, possiamo vedere insieme la bolletta di casa. Spieghiamo le voci, i costi, le fasce orarie…»

Nando, senza alzare la testa dal tavolo, disse: «Io co’ quelle cose so’ negato.»

Lo disse con il tono umile con cui si confessa una malattia dell’anima.

Era curioso perché mezz’ora prima stava spiegando a un muratore in pensione la differenza tra 120 e 144 hertz come se fosse una faccenda di interesse nazionale. Ma sulla bolletta, niente. Buio assoluto. Geroglifici. Nebbia. Inferno amministrativo.

Un uomo col giubbotto di pelle, che tutti chiamavano Sorcio anche se ormai aveva superato i sessanta e assunto un aspetto più da cinghiale che da roditore, fece una smorfia.

«Che devo capì? Se viè alta pago de più, se viè bassa pago de meno.»

«Certo,» rispose Emanuele, felice di aver trovato un appiglio, «ma il punto è capire perché viene alta. Per esempio, potenza impegnata, quota fissa, quota variabile…»

Sorcio lo guardò come si guarda un parente che ha cominciato a vendere integratori.

«A morè, io già c’ho la pressione, l’ex moglie e il catasto. Non me mette pure la quota variabile alle dieci e mezza.»

Qualcuno rise. Emanuele rise pure lui, con prontezza democratica. Però insistette.

«Ma infatti lo facciamo in modo semplice. Per esempio, lei sa quanta energia consuma il frigorifero?»

A quel punto parlò Nando, sempre senza alzare gli occhi.

«Dipende dalla classe.»

Emanuele si voltò, rincuorato.

«Esatto. Ecco, vede? Già questo è un punto importante.»

Nando alzò finalmente la testa. Aveva gli occhi chiari di chi si sente chiamato a difendere una competenza.

«La classe, i litri, il motore, la tecnologia inverter, l’apertura, l’isolamento. Ma la bolletta no. Quella è fatta apposta pe’ fregatte.»

Questa frase produsse attorno a lui un piccolo consenso fisico, una vibrazione del bancone. La barista annuì senza entusiasmo, come se si trattasse di una verità meteorologica.

Uno in fondo urlò: «Bravo.»

Un altro: «Ecco.»

Emanuele avvertì che lì c’era il nodo vero, quello che al corso avevano chiamato ‘barriera percettiva’, ma che nel bar aveva un nome più breve: sfiducia.

«No, guardi,” disse con dolcezza, «non è fatta per fregare. È fatta in modo complesso, questo sì. Ma proprio per questo siamo qui.»

«Appunto,» fece la barista mentre asciugava una tazzina. «Se serve un camper per spiegarla, tanto normale non è.»

Il bar rise piano, come si ride di una battuta che contiene un processo già chiuso.

Emanuele decise di passare all’approccio concreto.

«Facciamo così. Se qualcuno porta una bolletta, la leggiamo insieme. Gratis, senza impegno.»

Quella formula, ‘senza impegno’, che in altre circostanze aveva il pregio di rassicurare, lì risuonò con il tono sospetto di una trappola da fiera. Gli uomini si guardarono tra loro con quella rapidità muta con cui i poveri si trasmettono le cautele che i ricchi delegano agli avvocati.

Nando riprese il filo del suo discorso precedente, ma stavolta rivolto anche a Emanuele.

«Io mi sono studiato il QLED, l’OLED, il Mini LED, pure quel coso nuovo che sembra una finestra. Ho guardato video, recensioni, confronti, forum. C’è pure un ragazzo di Bari che fa prove tecniche meglio della NASA. Sai perché? Perché quanno me lo compro, poi me lo godo. Lo vedo. Lo accendo. Lo faccio vedè pure agli altri. La bolletta invece la apro e già me sento insultato. »

Ci fu un silenzio brevissimo, quasi elegante.

«Quindi,» intervenne piano Emanuele, «non è che non si può capire. È che uno non vuole.»

Lo disse e subito gli sembrò una frase sbagliata, troppo netta. Ma ormai era uscita.

Nando lo fissò. Per un attimo sembrò offeso, poi quasi commosso dalla precisione involontaria con cui quel ragazzo in polo blu aveva messo il dito nella ferita.

«Bravo,” disse. “Finalmente hai detta na cosa giusta.»

Sorcio, che non amava perdere il vantaggio morale accumulato con anni di insofferenza, intervenne subito.

«Non è che non vuole. È che uno nella vita sceglie dove perde tempo.»

«E dove guadagnare dignità, « aggiunse la barista, senza guardare nessuno.

Emanuele rimase con il volantino in mano. Per la prima volta da quando era arrivato, gli sembrò che il progetto potesse avere un difetto di fondo.

Lui era partito convinto che l’ostacolo fosse la distanza: il cittadino non si informa perché lo sportello è lontano, perché gli uffici sono scomodi, perché i linguaggi sono tecnici.

E allora ecco il camper, ecco la prossimità, ecco il dialogo, ecco la semplificazione grafica con le icone colorate del frigorifero, della lavatrice e della lampadina.

Ma lì, in quel bar, il problema sembrava un altro. Non la distanza, ma l’ordine delle priorità.

La bolletta non perdeva perché incomprensibile. Perdeva perché arrivava ultima in una gara affollata. Dopo il lavoro, i figli, la partita, i dolori, i debiti, le rate, le umiliazioni dell’ufficio pubblico, le paure piccole e grandi. E perfino dopo il piacere elementare di sapere a memoria la differenza tra uno schermo buono e uno che ti affatica l’occhio.

La bolletta non dava gusto, non dava racconto, non dava prestigio. Non produceva nessun momento in cui uno potesse dire all’amico: vieni a vedere che meraviglia ho capito.

«Però scusate,” tentò ancora Emanuele, con la testardaggine dei sinceri, “se capire vi fa risparmiare?»

«Quanto?» chiese subito la barista.

«Dipende dai casi. »

«Eh, » fece lui. «Appena sento ‘dipende’ me torna la pressione. »

Una signora che fino a quel momento era rimasta zitta in un tavolino d’angolo si alzò e si avvicinò. Teneva in mano una busta stropicciata. «Io ce l’avrei la bolletta,» confessò.

Emanuele si illuminò. Finalmente. La signora posò il foglio sul bancone. Tutti si avvicinarono un poco, per curiosità più che per solidarietà.

Lui cominciò a spiegare. Indicò la spesa per la materia energia, il trasporto, la gestione del contatore, gli oneri, le imposte. Cercò di usare parole semplici. Trasformò i kilowattora in esempi da cucina. Fece del suo meglio.

La signora lo guardava con attenzione vera, che già era una vittoria. Gli altri ascoltavano in quell’equilibrio tipico del quartiere tra diffidenza e spettacolo.

Dopo cinque minuti, Nando alzò un dito.

«Scusa. Ma il camper qua de fori… quello quanto consuma? »

Emanuele si fermò.

«Come?”

«Il camper. Col frigo acceso, i computer, il condizionatore, il monitor che c’avete dentro. Quanto fa? »

Adesso sì che erano interessati tutti. Sorcio si mise in piedi. La barista smise di asciugare i bicchieri. Uno chiese se fosse diesel. Un altro chi lo avesse pagato.

La signora della bolletta stessa si voltò a guardare fuori dalla vetrina, come se avesse improvvisamente capito dove stava davvero la questione energetica del giorno.

«È un progetto pubblico,» disse Emanuele, sentendo per la prima volta che la frase non aveva alcuna capacità sedativa. «Serve per avvicinare il servizio ai cittadini.»

«E quanto costerebbe avvicinarlo stò servizio?», domandò la barista.

Nessuno rise. Era una domanda seria.

Nel giro di due minuti, davanti al Bar Jolly, si formò il capannello più partecipe che il progetto avesse visto in tutta la settimana. Uscirono in dieci. Girarono intorno al camper. Valutarono le gomme, la carrozzeria, la presa esterna, l’altezza, il motore.

Sorcio disse che secondo lui beveva più di suo cognato. Nando osservò che il climatizzatore a tetto doveva assorbire parecchio. Uno fece notare che per spiegare alla gente come risparmiare sulla corrente si era portato nel quartiere un frigorifero su ruote grande come un monolocale.

Emanuele li guardava e, con un misto di sconforto e rispetto, si accorse che il progetto stava funzionando benissimo, ma al contrario.

Non erano affatto incapaci di interessarsi all’energia. Bastava che l’energia avesse una forma decente. Un motore, un costo visibile, uno spreco sospetto, un bersaglio con quattro ruote e il logo del Comune.

Solo allora Nando, con la mano appoggiata alla fiancata verde acqua, disse la frase migliore della mattina.

«Non è che non capiamo. È che ci dovete dà qualcosa che valga la pena de capì.”

Emanuele lo guardò, con la cartellina sotto il braccio e il sole di borgata negli occhi e, per la prima volta da quando era stato assunto, ebbe il sospetto che la consapevolezza, quella vera, non fosse una cosa che scende da un camper.


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