Quel pomeriggio c’era odore di torta e vento. Il giardino vibrava di voci, risate e carte colorate che svolazzavano qua e là. Gli alberi gettavano ombre leggere sui tavoli, e io correvo con gli altri bambini tra i cespugli di rose che mia madre mi ammoniva sempre di non toccare.
Poi arrivò lui. Non era come gli altri ospiti. Monsieur Ampère, lo chiamavano. Aveva l’aria di chi si fosse perso in un pensiero così profondo da non volerlo più lasciare. I suoi capelli spettinati ricordavano fili d’erba piegati dalla pioggia, e nei suoi occhi brillava una luce unica, intensa, che sembrava racchiudere l’intero cielo.
Ma quella luce non era solo calma: c’era movimento, come un fulmine sospeso, pronto a spezzare il silenzio.
Stava in disparte, parlava poco, ma non come chi evita la compagnia. Sembrava che il mondo nella sua testa fosse più vasto di quello intorno a lui. Io lo osservavo, attratto da quel silenzio che, in qualche modo, risuonava più forte delle risate di noi bambini.
Era l’unico a non aver portato un regalo per il festeggiato. Invece, teneva con sé una scatola di legno, vecchia e consunta, ma che sembrava racchiudere qualcosa di straordinario.
Quando la aprì, la festa si fermò per un attimo. Dentro c’erano oggetti strani: fili metallici, una piccola bussola e qualcosa che assomigliava a un barattolo di metallo. Gli adulti lo osservavano con curiosità distratta, ma noi bambini ci avvicinammo, attratti come api da un fiore.
«Che cos’è?» gli chiesi.
Lui mi guardò, con un sorriso che sembrava dire che quella domanda era esattamente ciò che aspettava.
«È una cosa invisibile che può muovere il mondo,» rispose.
Gli adulti lo ascoltavano, ma con quel mezzo sorriso che si riserva a chi si perde in pensieri troppo complicati. Lui non li considerò. Si chinò verso di noi bambini, come se fossimo gli unici che potevano capire. Con calma, come chi non teme il tempo, aprì la scatola e tirò fuori il barattolo.
Lo maneggiava con una cura che suggeriva che non fosse un oggetto comune. Collegò un filo al barattolo e ci chiese di osservare la bussola.
«Guardate bene,» disse.
L’ago, che fino a quel momento era rimasto immobile, si mosse. Lentamente, come se fosse vivo, cominciò a girare. Noi bambini scoppiammo a ridere, ma era una risata carica di stupore. Nessuno lo toccava, eppure si muoveva. Sembrava che Monsieur Ampère sapesse parlare con le cose invisibili.
«È magia?» chiesi, con la voce che mi tremava un po’.
«No,» rispose. «Ma la scienza è anche questo: capire quello che non si vede.»
Poi prese un altro filo, lo collegò al barattolo e fece scoccare una scintilla. Un lampo piccolo ma vivace che durò solo un istante, ma che sembrò illuminare tutto intorno a noi.
In quel momento non pensai che fosse uno scienziato. Pensai che fosse un mago, uno di quelli capaci di accendere le stelle.
«Noi possiamo usarla,» disse, «questa forza invisibile. Per dare luce, per far girare ruote, per mandare messaggi lontani. Oggi vi sembra un gioco, ma un giorno cambierà tutto.»
Non capimmo davvero cosa intendesse. Eravamo bambini, e per noi quello era solo un pomeriggio di festa. Ma c’era qualcosa nel suo modo di parlare, una gravità gentile, come se fosse in grado di vedere il futuro. E la sua voce, in qualche modo, sembrava importante.
Alla fine chiuse la scatola, e tutto tornò normale. Gli adulti ripresero a parlare delle loro solite cose, e noi bambini ci tuffammo di nuovo tra gli alberi. Ma io no. Rimasi lì, con gli occhi fissi su quella bussola che si era mossa senza essere toccata, su quella scintilla che sembrava venuta dal nulla.
Prima di andarsene, lo vidi raccogliere la scatola e fermarsi un attimo a guardarci. Quando si accorse che lo fissavo, mi fece un cenno. Corsi da lui, e si chinò per guardarmi negli occhi.
«Ricorda,» mi disse, «la scienza non è mai solo sapere. È anche immaginare. Se vuoi vedere ciò che non c’è ancora, devi credere in ciò che non puoi ancora vedere.»
Mi lasciò lì, con quelle parole che continuavano a ronzarmi in testa. Non le capii subito. Ma crescendo, ogni volta che vedevo una città illuminarsi di notte o sentivo il ronzio di un motore, pensavo a quel pomeriggio e a quel signore con i capelli spettinati che accendeva scintille.
E capii che quelle scintille non erano fatte solo per illuminare una stanza. Erano il principio di qualcosa di molto più grande: servivano per illuminare il mondo intero.
