Ah, me la ridono tutti, lo so. «Il matto», mi chiamano, «quello che straparla sotto le logge».
Ma sapete cosa vi dico? I matti vedono le cose dritte quando tutti le vedono storte. Io guardo, ascolto, annuso… e sento odore di paura. Non quella buona, che ti salva la pelle quando arriva il temporale o il lupo. No, questa è un’altra paura, quella che inchioda e ti fa dire di no anche a ciò che potrebbe farti stare meglio.
Nelle botteghe, nei campi, sotto gli archi, brontolano tutti. Parlano, parlano. Dell’acquedotto. Di questa grande opera che il Consiglio vuole costruire nel contado.
Troppo grande, troppo nuova, troppo… sconosciuta.
«E se ci rovina i campi?», dicono. «E se ci toglie qualcosa?», sussurrano. «E se dopo arriva qualcos’altro, ancora più grande?».
Perché è così che funziona: la gente si fida di ciò che conosce, anche se costa fatica, anche se si spezza la schiena per portare secchi d’acqua dalla fonte. Meglio la fatica sicura che il beneficio incerto.
Guardate la nostra campagna. La conosciamo a memoria: le colline basse, i filari di viti, i sentieri che tagliano i campi. Tutto ha il suo posto, il suo ordine, il suo ritmo.
Ora vogliono metterci un acquedotto in mezzo, un colosso di pietra con i suoi archi che avanzano come soldati in fila.
«Resterà lì per sempre», dicono. E allora uno si chiede: sarà ancora la nostra terra, quella? Oppure diventerà qualcos’altro, qualcosa che non ci appartiene più?
Ma la paura nasce nel vuoto. Se il Consiglio parla, se mostra, se fa vedere ai contadini ogni pietra posata, allora l’acquedotto sarà nostro. Ma se lo costruiscono nell’ombra, se lo alzano mentre ci chiediamo a chi servirà davvero, diventerà una muraglia, non un ponte.
Perché il Buon Governo non è solo comandare, è farsi vedere, farsi capire. Parlare con voce chiara, non sussurrare nei palazzi. Mostrare, non nascondere.
Il Cattivo Governo, invece, si nutre di silenzi. Lascia che la paura metta radici, che le voci si gonfino nei mercati, che i sussurri diventino sospetti, che il popolo si chieda: «Chi decide per noi?».
E quando il popolo si fa questa domanda, non c’è acquedotto che tenga.
Dunque, volete l’acquedotto, ma temete che vi rubi la terra?
Facciamolo dipingere di cielo. Tutto, da cima a fondo. Così da lontano non si vede, e da vicino sembra un pezzo di nuvola caduto per sbaglio. Chiamate Maestro Lippo, che sa dipingere il cielo meglio di Dio. Gli date un po’ d’azzurro e d’argento, e vedrete: farà sparire le pietre tra le nuvole, così che nessuno possa più lamentarsi.
Oppure facciamolo tutto storto, che segua l’andamento delle colline, così nessuno potrà dire che è fuori posto.
Meglio ancora, mettiamoci sopra finestre e porte e diciamo che sono case di giganti! Se la gente pensa che è sempre stato lì, non farà più paura.
E se ancora si lamentano, raccontiamo che lo ha voluto il vecchio Conte, che lo ha sognato una notte e giurato che senza quell’opera la terra si sarebbe seccata e le vigne sarebbero morte. Così, se non si fidano di chi governa oggi, almeno si fidano di chi è morto da tanto.
Se nemmeno questo basta, proviamo con un’altra idea. Ogni contadino che si lamenta dovrà portarsi un secchio pieno d’acqua sulla testa per una settimana. Uno solo, niente carri, niente muli. Quando vedrà la fontana scorrere senza fatica, gli sembrerà il miracolo che è.
Alla fine, è tutto qui: le cose nuove fanno paura finché sembrano fatte da altri.
Ma se la gente ci mette le mani, se le sente sue, allora le guarda con occhi diversi.
Forse basta poco: un nome scelto da chi ci vive, una pietra portata da ogni casa, un pezzo di terra piantato sotto gli archi.
Qualcosa che dica: questa è ancora la nostra terra, solo con un po’ più d’acqua.
E allora nessuno avrà più paura.
