Mi sto puzzando di freddo! Perché il nostro linguaggio ci rende ciechi al cambiamento climatico.

Scommetto che oggi, appena sei uscito di casa, qualcuno avrà sicuramente esclamato : «Ha visto che freddo oggi?». E magari, senza nemmeno pensarci, avrai risposto con un «Eh sì, si gela!».

Il meteo è il nostro rompighiaccio universale. Parliamo del tempo con il vicino di casa, con il collega in ascensore, con il panettiere sotto casa. Ma dietro questa abitudine si nasconde qualcosa di più profondo: il modo in cui parliamo del clima modella il modo in cui lo percepiamo.

Se diciamo ‘Fa un freddo polare’, il nostro cervello intensifica la sensazione. Se diciamo ‘Fa freschino’, ci sembrerà più sopportabile. E questo non è solo un caso.

Benjamin Lee Whorf, nel suo celebre studio Language, Thought, and Reality (1956), sosteneva che la lingua influenza il modo in cui pensiamo e interpretiamo la realtà. Se una cultura ha molte parole per un fenomeno naturale, significa che lo percepisce con più precisione rispetto a chi lo descrive in modo generico.

Prendiamo gli Inuit. Hanno decine di parole per indicare la neve, perché per loro distinguere un tipo di neve da un altro è una questione di sopravvivenza. Se un cacciatore confondesse il ‘siku‘ (ghiaccio marino solido) con la ‘piqsirpoq‘ (neve soffiata dal vento), potrebbe finire dritto nell’oceano. Noi non dobbiamo preoccuparci di questo, ma abbiamo trovato un altro modo per rendere il clima un’esperienza intensa: lo raccontiamo in modo teatrale.

Non diciamo mai semplicemente ‘fa freddo’. Diciamo ‘si gela’, ‘ci si congela’, ‘fa un freddo cane‘. Se gli Inuit devono dare un nome alla neve per non morire, noi lo facciamo per trasformare il meteo in un’esperienza sensoriale e, spesso, in una competizione su chi soffre di più.

E poi c’è il dialetto. Un lombardo, davanti a una giornata fredda, dirà con distacco ‘gh’è un fià da galaverna‘, che potrebbe sembrare quasi il nome di una fragranza invernale di Armani. Un romagnolo, invece, se la prenderà sul personale e dirà ‘E’ fredd com un cagn in piòv‘, evocando immagini di sofferenza animale. Un napoletano tirerà in ballo l’olfatto con ‘me sto puzzanno ‘e friddo‘.

Ma la cosa più interessante è che questo modo di parlare non è solo colore locale: cambia il modo in cui viviamo il clima. Lera Boroditsky, studiosa di linguistica cognitiva, ha dimostrato come il linguaggio non sia solo un riflesso della realtà, ma un creatore di percezione. Se dici ‘fa un freddo pungente‘, probabilmente lo tollererai di più di chi dice ‘sto congelando!‘. La lingua è un acceleratore della percezione, un amplificatore di disagio o di resistenza.

E qui arriva il punto cruciale: se il nostro linguaggio ha sempre esagerato caldo e freddo, come facciamo a riconoscere il cambiamento climatico quando avviene davvero?

Se ogni inverno diciamo ‘fa un freddo polare‘, come possiamo renderci conto che le temperature medie si stanno alzando e le gelate sono sempre meno frequenti?

Il nostro linguaggio crea una sorta di rumore di fondo, che rende più difficile individuare i segnali reali del cambiamento climatico. È lo stesso meccanismo per cui, se urli sempre, quando c’è un vero pericolo nessuno ti crede.

A tutto questo si aggiunge la nostalgia climatica. Ogni generazione tende a dire ‘una volta gli inverni erano più freddi‘, ma questa è spesso una distorsione della memoria. Studi come quelli di Boroditsky dimostrano che il linguaggio influenza il modo in cui ricordiamo gli eventi: se parliamo del tempo atmosferico in termini estremi (‘freddo polare‘, ‘ghiaccio ovunque‘), finiamo per ricordare solo gli episodi più drammatici del passato, dimenticando le tendenze a lungo termine.

A peggiorare le cose, ci si mettono anche i media. Per anni i telegiornali ci hanno raccontato il freddo invernale con immagini di piste da sci affollate e bambini che giocano con la neve, come se fosse sempre una favola bianca, per declinare nel grottesco con la recente gita di massa a Roccaraso.

Il termine ‘ondata di gelo‘, poi, è un esempio perfetto di come si preferisca la drammatizzazione alla precisione: suona minaccioso, ma non spiega nulla di utile. Così, mentre l’informazione scientifica cerca di dirci che qualcosa sta cambiando, il nostro linguaggio continua a trattare il meteo come un tormentone stagionale.

E se il vero problema fosse che ci manca il linguaggio giusto per parlare di cambiamento climatico?

Mentre tutti sanno cosa significhi ‘fa un freddo boia’, termini come ‘riduzione delle ondate di gelo’, ‘aumento della temperatura media invernale’, ‘anomalia termica persistente‘ rimangono confinati nei telegiornali e nei report scientifici, senza entrare davvero nelle conversazioni quotidiane. Se non sappiamo nominare un fenomeno, facciamo fatica a riconoscerlo e ad agire di conseguenza.

Gli Inuit sanno distinguere un ghiaccio sicuro da uno pericoloso perché hanno le parole per farlo. Noi, invece, siamo ancora bloccati tra il ‘solito gelo invernale‘ e il ‘classico freddo cane‘, senza strumenti linguistici adeguati per raccontare il cambiamento climatico senza minimizzarlo o drammatizzarlo a vuoto.

Forse, per affrontarlo, dovremmo prima cambiare il modo in cui ne parliamo, creando un linguaggio più preciso e meno teatrale, che ci aiuti a distinguere un inverno normale da un inverno anomalo. Magari, se iniziassimo a dire ‘questo gennaio è 2°C più caldo della media degli ultimi 50 anni‘ invece di ‘ma che inverno strano‘, il messaggio passerebbe più chiaramente.

E quindi, la prossima volta che il vicino di casa vi dirà: «Ha visto che freddo oggi?», proviamo a rispondere in modo diverso. Magari, invece di «Eh sì, si gela!», potremmo dire «In realtà, negli ultimi anni ha fatto molto più freddo di così».

Se imparassimo a dire le cose per quello che sono, forse inizieremmmo anche a capirle meglio.

E allora, quanto freddo fa oggi? Dipende da come lo diciamo !


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