La busta era più rigida del solito. Carta buona, di quella che non si piega nemmeno se la implori.

L’ho trovata incastrata tra la pubblicità del supermercato e il volantino di una palestra aperta ventiquattr’ore su ventiquattro. C’è gente che non dorme mai. Qualcuno per scelta, qualcuno per necessità.

Il mio nome sembrava scritto da uno che mi conosce poco. Calogero. Quello dei documenti, delle attese e degli uffici. Gli amici, per fortuna, mi chiamano Lillo.

L’ho appoggiata sul tavolo senza aprirla. Prima il caffè. Il caffè viene prima delle cattive notizie, è una specie di casco protettivo.

La moka tossiva, tre colpi secchi, poi silenzio. Gas quasi finito. Ho abbassato la fiamma come si abbassa la voce davanti ai malati.

La cucina era fredda. Non fredda elegante, quella delle case ordinate. Fredda di piastrelle che ti guardano senza partecipare. Ho infilato un maglione sopra un altro. Ho pensato che almeno il freddo è democratico. Entra ovunque senza chiedere quanto guadagni.

La busta continuava a stare lì. L’ho aperta con il coltello del pane. Dentro, numeri. Sempre troppi. I numeri hanno questa arroganza. Non ti salutano, arrivano e basta.

Importo da pagare. Ho fatto il conto mentale di quello che avevo nel portafoglio. È stato rapido. I conti brevi sono i più sinceri. Ho riletto la cifra pensando che magari potesse cambiare per stanchezza. Non è cambiata.

C’era scritto consumo stimato. Stimato da chi? Io la sera spengo tutto. Anche i pensieri, quando riesco. La luce grande non la accendo più, solo quella del corridoio, che sembra meno impegnativa. Il frigorifero ronza come un vecchio che non dorme. Ogni tanto gli parlo. Gli chiedo di resistere perché non avrei i soldi per ripararlo.

Sono uscito a guardare il contatore sul pianerottolo. E’ uno dei pochi ancora con il disco, non quelli nuovi che leggono da soli. Questo almeno si vede lavorare. Girava piano, come per rispetto.

Mi sono chiesto dove andasse davvero tutta quella corrente. Non i fili nel muro — quelli veri, quelli che partono da lontano. Ho immaginato una stanza enorme piena di interruttori, uno per ogni casa. Qualcuno che decide. Poi mi è sembrata un’idea sciocca. Le cose importanti non hanno mai una faccia sola.

Sul pianerottolo c’era odore di minestra di qualcun altro. Gli odori degli altri entrano gratis.

Sono tornato dentro e ho letto le righe piccole. Sempre lì si nasconde la verità, come i bambini quando giocano male a nascondino.

«Possibile sospensione del servizio.» Bella parola, sospensione. Sembra una pausa gentile. Invece è il buio.

Mi sono seduto. La sedia ha scricchiolato. Ho pensato a mio padre che ci spegneva le luci dietro dicendo che l’elettricità non cresce sugli alberi. Poi è morto senza mai capire da dove arrivasse davvero.

Ho preso il telefono. Batteria al diciassette per cento. Numero verde. Voce registrata allegra, quasi offensiva. Mi ha chiamato per nome senza conoscermi. Ho riattaccato prima della musica d’attesa.

Fuori pioveva sottile. Una pioggia senza fretta.

Ho infilato la bolletta nella tasca interna della giacca e sono uscito. Al bar sotto casa ho chiesto un bicchiere d’acqua. Il barista ha annuito senza guardarmi, che è la forma più gentile di rispetto.

Ho aperto di nuovo la busta. Ho pensato a tutte le cose che funzionano solo se c’è la corrente. Il bancomat, l’ascensore, il semaforo all’angolo dove ogni settimana qualcuno rischia la vita. Senza energia diventiamo improvvisamente antichi, ma senza cavalli.

Sono arrivato al lavoro in anticipo. Il deposito era mezzo vuoto. Odore di plastica e caffè bruciato. Ho preso il casco, il tablet aziendale, le chiavi del furgone. Sullo schermo lampeggiava la lista degli interventi del giorno.

Disattivazioni per morosità. Parola lunga per dire che qualcuno quella sera avrebbe acceso l’interruttore e non sarebbe successo niente. Il collega mi ha dato una pacca sulla spalla.

«Oggi giro pesante,» ha detto. Come se consegnassimo pacchi.

Ho acceso il furgone. Il riscaldamento sputava aria tiepida. Ho iniziato il giro. Scale umide, citofoni rotti, porte che si aprivano appena. Facce stanche. Qualcuno implorava tempo, qualcuno urlava, qualcuno firmava senza parlare.

Io mostravo il modulo. Indicavo la firma. Il resto lo faceva il silenzio.

A volte mi chiedevo dove finisse tutta l’energia che toglievamo. Non sparisce, pensavo. Va da qualche altra parte. Forse le città sempre illuminate che si vedono in televisione funzionano così. Qualcuno spegne perché qualcun altro possa lasciare acceso.

A metà mattina ho tirato fuori la mia bolletta dalla tasca. Si era stropicciata. Sembrava già vecchia. Mi è venuto da pensare che il lavoro vero non fosse portare corrente, ma spostare il buio. Solo che il buio trova sempre la strada per tornare.

Ultimo indirizzo della lista. Ho parcheggiato davanti al palazzo. Ho riconosciuto il murales sbiadito accanto all’ingresso. Il citofono con il tasto che bisogna premere due volte.

Sono salito lentamente. Terzo piano senza ascensore. Ogni gradino una trattativa con le ginocchia. Davanti alla porta ho controllato il tablet.

Nome e cognome. Il mio. Ho pensato a un errore. Succede sempre agli altri. Ho riletto. Stesso interno, stessa via. Dietro la porta, silenzio.

Ho infilato la chiave universale nel vano del contatore. Il clic è stato piccolo, educato. Ho guardato il disco fermarsi piano, come un respiro che decide di non continuare.

Per un attimo ho aspettato che qualcuno aprisse, protestasse, chiedesse spiegazioni. Niente. Solo il ronzio del palazzo. Ho firmato sul tablet. Operazione completata.

Poi ho bussato comunque, senza sapere perché. Nessuno ha risposto.

Ho lasciato l’avviso nella cassetta della posta e sono sceso. Fuori la pioggia aveva smesso. Il cielo era chiaro, quasi elettrico.

Nel furgone ho controllato il telefono.

Batteria al due per cento.

Si è spento prima che potessi leggere l’ora.


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