Non so che giorno fosse. Io i giorni li conto in barbe, non in date.
Ricordo solo che fuori pioveva sul selciato di Down, e che la stufa in fondo alla bottega faceva più fumo che calore. Avevo già affilato le forbici due volte, per noia, quando la porta si aprì ed entrò lui.
Aveva la barba in tempesta. Una massa grigia, folta, che quel giorno sembrava aver litigato col mondo. Sotto il braccio teneva il solito taccuino consunto. Lo portava come altri portano una Bibbia. Sempre, ovunque.
«Buongiorno, Sir», dico.
Lui accenna un saluto, ma la testa è altrove. Si siede e posa il taccuino sulle ginocchia, una mano sopra, come per tenerlo fermo.
Io sono un barbiere. Di scienza non capisco quasi nulla. Ma gli uomini li leggo abbastanza bene. E lui, quella mattina, aveva lo sguardo di chi si è imbattuto in un pensiero che non lo lascia più.
Comincio a pettinargli la barba, a sciogliere i nodi con calma. Ogni tanto ci trovo una foglia secca, un granello di terra. Se li porta dietro dalle sue passeggiate infinite.
«Notte difficile, Sir?» chiedo, tanto per rompere il silenzio.
Esita un attimo.
«Ho avuto… molti pensieri», dice. Come se di solito ne avesse pochi.
Passo il pettine, apro i grovigli.
«Che genere di pensieri?»
Nella stanza si sente solo il crepitio della stufa e la pioggia sui vetri.
«Sto cercando un ordine», dice. «Tra le cose vive. Piante, animali… noi.»
Fa una pausa, breve. «E il modo in cui cambiano.»
Io faccio sì con la testa, per incoraggiarlo a parlare.
«Cambiano, sì. Anche i miei clienti cambiano. Prima volevano i baffi a manubrio, ora li vogliono dritti. Chi non segue le mode resta indietro.»
Accenna un sorriso. «Voi, George, siete più filosofo di quanto pensiate.»
Io filosofo? Ho forbici, pettine e un po’ di pazienza. Ma se gli fa piacere, non lo contraddico.
Gli accorcio la barba qua e là, tolgo le punte secche.
«E cosa non torna, Sir?»
Si muove appena, devo fermare la mano.
«Ho un disegno in testa», dice piano. «Una specie di albero…»
Si interrompe, come se non volesse aggiungere altro.
«Mi chiedo da dove inizi, e dove finisce.»
Non capisco tutto, ma capisco che parla di qualcosa che gli pesa.
«E da dove inizierebbe, secondo voi? Dalle radici, forse?»
Lui guarda lo specchio senza guardarsi davvero.
«È questo il problema. Non posso dire “è così”. Ma solo: “forse è così”.»
Sfiora il taccuino con le dita.
«Il dubbio è più fedele della certezza.»
Rido piano.
«Nel mio mestiere è l’opposto, Sir. Il cliente vuole sicurezza. Niente strappi, niente tagli. Se dicessi “vediamo come va”, cambierebbe bottega.»
Questa volta ride, basso.
«Eppure», dice, «chi va avanti non è sempre il più forte. A volte è solo quello che trova un modo nuovo di stare al mondo.»
La pioggia picchia storta sulla finestra.
Io fermo il pettine.
«Vale anche per noi, Sir. Ho dovuto imparare tagli nuovi, modi nuovi. Se non mi fossi aggiustato, avrei chiuso.»
Lui mi guarda nello specchio, con uno sguardo che fa silenzio nella stanza.
«Ditelo ancora», mormora.
«Che sopravvive chi si aggiusta?»
Annuisce. Se lo ripete sottovoce, una volta, due, come per sentirne il peso.
«È un pensiero più utile di quanto sembri.»
Poi si sporge in avanti, afferra il taccuino. Lo apre a metà, le pagine piene di segni, frecce, annotazioni fitte. Ne trova una quasi vuota.
Io faccio quello che fa ogni barbiere davanti a un segreto. Fingo di non guardare. E guardo.
Sulla pagina, un disegno abbozzato. Sembra davvero un albero, o una pianta di quelle che si arrampicano sui muri. Sopra, in alto, scrive due parole.
Io penso.
Non è una frase completa. È quasi un respiro.
«Non posso dire “io so”», mormora. «Ma solo “io penso”… questo sì.»
Chiude il taccuino come si chiude una porta.
«Cosa vuol dire, Sir? Solo… “io penso”?»
Cerca le monete in tasca.
«Vuol dire che smetto di cercare risposte pronte. E che provo a guardare cosa c’è davvero davanti a me.»
Lascia le monete sul tavolino. Prima di uscire, posa una mano sullo schienale della poltrona.
«Forse un giorno queste due parole serviranno più di altre.»
La porta si apre. Entra una folata d’aria umida. Lui esce sotto la pioggia, il taccuino stretto al petto.
Resto solo con le forbici in mano.
Spazzo via i peli dal pavimento. La bottega torna bottega. Odore di sapone, la stufa che borbotta, la pioggia che rallenta.
Eppure, da quel giorno, quando sistemo una barba mi tornano in mente quelle due parole.
Io penso.
Non cambieranno il mio mestiere. Ma hanno cambiato il modo in cui guardo i volti che si siedono davanti a me.
Ci sono quelli che vogliono solo rassettare il proprio aspetto. E quelli che, come lui, arrivano con qualcosa che non gli dà pace.
Io non so nulla di specie, selezioni, alberi della vita. Però ho capito questo.
C’è chi prega di restare uguale e chi ha il coraggio di pensarsi diverso. I primi, alla lunga, li vedo meno. Gli altri continuano a tornare, con la barba in disordine e un taccuino da stringere.
Forse è così anche fuori dalla mia bottega.
Non sopravvive il più forte.
Sopravvive chi, davanti allo specchio, trova ancora il coraggio di dirsi, piano: «Io penso.»
