La sala d’attesa del Pronto Soccorso puzzava di disinfettante e caffè vecchio. La televisione appesa in alto parlava senza che nessuno l’ascoltasse. Salvatore stava seduto rigido, con le mani sulle ginocchia, come uno che aspetta una sentenza.

Accanto a lui la moglie stringeva la borsa e sospirava a intervalli regolari.

«Te l’avevo detto di staccare il contatore», disse per la quarta volta.

«Ma era solo una lampadina!» rispose Salvatore. «Che dovevo fare, chiamare l’Enel?»

Si guardò la mano destra, offesa. «Mi ha pizzicato. Ma forte proprio. Una cattiveria.»

Dall’altra parte della fila un uomo magro, con gli occhiali appannati e una cartellina sulle gambe, sollevò lo sguardo.

Si teneva una mano sul fianco, premendo piano, come per ricordare al dolore di restare composto. Aveva l’aria stanca di chi non sta male abbastanza da essere urgente ma troppo per stare a casa.

Salvatore continuò, cercando solidarietà nel pubblico.

«Perché la corrente corre veloce, capite? Ti entra nel sangue e sale subito al cervello. È una cosa istantanea, tipo veleno.»

L’uomo con gli occhiali inclinò la testa.

«Nel sangue no,» disse piano.

Lo fissò. «Come no?»

«Nel sangue no. Negli elettroni sì.»

Silenzio. La moglie guardò prima uno e poi l’altro, già pentita.

«E che sarebbero questi elettroni? Un’altra specie di corrente?» chiese.

L’uomo sorrise appena. «Diciamo che sono quelli che la fanno succedere. Io sono Arturo.»

«Salvatore, folgorato domestico. Molto piacere.»

Si strinsero la mano, poi la ritirò subito. «Piano però.»

Arturo annuì serio. «Comprensibile.»

Un’infermiera chiamò un nome. Nessuno dei due. La televisione cambiò servizio con un lampo azzurro che illuminò per un attimo la sala.

Riprese: «Comunque è pericolosa. Perché la sparano nei fili dall’alta tensione, no? A tutta forza. Dico bene?»

Arturo fece una smorfia gentile. «Non proprio sparata.»

«E come, scusate?»

Arturo indicò l’aria davanti a sé. «Immaginate una fila di persone.»

«Già mi piace.»

«Voi spingete quello davanti di un centimetro. Lui spinge quello davanti di un centimetro. L’ultimo cade.»

«Ah.»

«Nessuno ha attraversato tutta la fila. Però il movimento sì.»

Rimase un attimo zitto. La sala ronzava piano, come un frigorifero lontano.

«Quindi questi elettroni non viaggiano?»

«Si muovono pochissimo. Oscillano.»

«Oscillano?»

«Avanti e indietro. Come un respiro. Cinquanta volte al secondo.»

Si voltò verso la moglie. «Hai capito? Tornano indietro. Pure la corrente tiene i ripensamenti.»

Arturo rise, poi si portò una mano allo stomaco aspettando che passasse una fitta.

«Cinquanta hertz.»

«Hertz… quello del noleggio auto, giusto?» chiese.

«Quasi.»

Un signore tossì forte poco distante. Si piegò in avanti, incuriosito ormai.

«Ma allora perché mi ha dato la scossa?»

«Perché il vostro corpo è bravissimo a far passare le cariche. Acqua, sali minerali… praticamente siete un’autostrada.»

Gonfiò il petto. «Lo sospettavo.»

«Il problema è che i muscoli obbediscono all’elettricità. Anche senza permesso.»

Fece una faccia impressionata. «Quindi è stata colpa mia?»

«No. Della fisica. Che però non ce l’ha con voi.»

Rimase pensieroso. «Io invece pensavo che era sfortuna.»

Arturo alzò le spalle. «La sfortuna è statistica spiegata male.»

Lo guardò come si guarda uno che ha detto una cosa importante ma non si è ancora deciso se credergli.

«E questi cinquanta… come li avete chiamati?»

«Hertz.»

«Cinquanta volte al secondo fanno avanti e indietro?»

«Sì.»

«E non si stancano?»

Arturo scoppiò a ridere. «Io sì, loro no. Sono molto piccoli.»

«Quanto?»

Arturo indicò l’aria. «Se un elettrone fosse grande come una lenticchia, voi sareste grande come Napoli.»

Rimase immobile. Guardò la sua mano. Poi le prese elettriche lungo il muro.

«Quindi dentro i muri succede tutto questo bordello… e noi niente?»

«Più o meno.»

«E io mi sono messo ad alluccare per una lampadina?»

Intervenne la moglie: «Alluccavi pure parecchio, Salvatò.»

Annuì lentamente.

«Ma allora io che sono? Uno che si lamenta perché un granello di polvere lo ha spinto?»

Arturo sorrise. «Benvenuto nell’universo.»

Un medico aprì la porta. «Salvatore Esposito!»

L’uomo sobbalzò. Si alzò. Fece un passo verso l’ambulatorio… poi si fermò e guardò Arturo.

«Ma secondo voi sto bene?»

Arturo lo osservò un momento, come se stesse valutando qualcosa di più della mano.

«Parlate, camminate, fate domande filosofiche. Direi sì.»

Rifletté un attimo. Poi si voltò verso il medico. «Dottò, guardate… penso che ho capito.»

«Capito cosa?»

«Che non era cattiveria. Era solo il lavoro loro.»

Il medico lo fissò senza capire.

Prese la giacca. Prima di uscire, si voltò.

«Grazie, professò.»

«Non sono professore.»

La porta si richiuse e la sala tornò al ronzio di prima.

Arturo rimase seduto, premendo piano il fianco, ascoltando quel rumore continuo.

«Cinquanta hertz…» mormorò.


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