Io pesco nello stretto. È come mettere le reti vicino a una strada del mare. Le navi passano una dopo l’altra come camion silenziosi.
Resto ai bordi e spero che rallentino abbastanza per lasciar passare i pesci.
Oggi c’è anche mio figlio. Ha dieci anni e pensa che il mondo sia pieno di domande che aspettano proprio lui. Sta a prua. Guarda l’acqua come fosse un libro.
Arriviamo allo stretto. C’è qualcosa di strano. Le petroliere sono ferme. Una. Due. Dieci. Tante che il mare sembra pieno di palazzi.
Mio figlio le guarda. Conta piano. Poi mi chiede: “Perché non camminano?”
«Perché qualcuno litiga.»
«Qui?»
«No.»
“E allora perché si fermano qui?”
Non rispondo subito. Il mare batte piano contro la barca. Sembra che anche lui stia pensando.
Passa una nave grigia. Non sembra una nave. Sembra un coltello. Taglia l’acqua tra le petroliere ferme.
«È una nave da guerra?»
«Sì.»
«Combattono?»
«A volte basta dire che potresti farlo davvero.”
Lui guarda le petroliere. Sono enormi. Sembrano montagne che hanno deciso di imparare a galleggiare.
«Cosa c’è dentro?» mi chiede.
«Il petrolio.»
«Quello che serve a fare camminare le macchine?»
«Sì.»
«E per accendere le luci?»
«Anche.»
Ci pensa. I bambini pensano come fanno i pesci, in silenzio. Poi mi guarda.
«Papà, ma se è così importante perché fa litigare tutti?»
Non so rispondere. Il mare continua a muoversi piano. Le petroliere continuano ad aspettare.
Caliamo le reti. Pochi pesci. Quando il mare si riempie di ferro i pesci diventano prudenti. Anche gli uomini qualche volta.
Mio figlio guarda ancora le navi ferme.
Io, invece, guardo lo stretto. È piccolo. Molto piccolo. Eppure, da qui passa la metà dell’energia del pianeta.
Lui resta in silenzio.
Poi dice piano: «Secondo me, se qualcosa fa perdere la pace forse non vale davvero.»
Il mare non dice niente. E nemmeno io.
