Sono arrivato a Montelargo a settembre, quando i fichi si aprono da soli e le mosche diventano lente.

L’autobus mi ha lasciato davanti alla farmacia e poi è ripartito subito, senza spegnere il motore. Il paese stava poco più su, dietro la curva.

Prima delle case ho visto i pali della luce. Storti tutti dalla stessa parte, come uomini che ascoltano. I fili si incrociavano sopra la strada e tornavano indietro.

La stanza che mi avevano affittato era sopra il bar. Il barista si chiamava Sergio, barba grigia e l’abitudine di pulire lo stesso bicchiere per un quarto d’ora.

«Il maestro?» ha detto quando sono entrato.

Ho annuito.

«Dura un anno.» Non era una domanda.

Nel bar c’erano già Nando il macellaio, largo come un frigorifero, Giulio il falegname, secco come una scala, e Teresa, che non faceva niente di preciso ma sapeva tutto. Stavano litigando.

«L’acqua è nostra», diceva Nando.

«La sorgente è nel comune sopra», ribatteva Giulio.

«Ma la fontana è qui.»

Teresa mi ha guardato: «Lei è il maestro nuovo? Si abitui.»

A Montelargo ogni giorno si litigava per qualcosa di diverso. Lunedì per l’acqua. Martedì per il medico che veniva solo due giorni alla settimana. Mercoledì per il camion del latte che passava troppo presto al mattino. Giovedì per il campo sportivo. Il venerdì per le campane.

Il parroco voleva un sistema automatico. Nando no.

«Le campane si devono suonare con le mani.»

«Perché?» ha chiesto Giulio.

«Perché è sempre stato così.»

«Sempre quando?»

Nando ci ha pensato un po’. «Sempre.»

La scuola era dietro il campo, che non aveva più le porte. Diciassette bambini di età diversa. Quando sono entrato stavano già discutendo.

«Te lo dico io» diceva Luca con le orecchie rosse.

«Il campo lo vogliono vendere.»

«Chi?» ha chiesto Marta.

«Quelli.»

«Quali quelli?»

Luca ha fatto una pausa. «Quelli.»

Mi sono presentato. Silenzio. Poi Marta ha chiesto: «Maestro, tu da che parte stai?»

«Di che cosa?»

«Non lo sappiamo ancora.»

La sera al bar qualcuno mi ha spiegato che una volta il paese era diviso in due. I Vallesi e i Montori. Lo raccontavano come si racconta il tempo della neve.

«Era semplice» ha detto Sergio. «Se lavoravi alla cava eri dei Vallesi. Se portavi il grano al mulino eri dei Montori.»

«E se non lavoravi?»

Sergio ha alzato le spalle. «Qualcuno ti prendeva.»

Nando ha bevuto il vino. «Adesso invece siamo liberi.»

Giulio ha riso. «Adesso litighiamo per conto nostro.»

La riunione del paese si è tenuta a ottobre nella sala della cooperativa. Il problema ufficiale era il campo sportivo. Un imprenditore voleva affittarlo d’estate per farci parcheggiare le macchine dei turisti.

Il sindaco ha provato a spiegare: «Dobbiamo decidere insieme.»

Nando ha detto che il campo era del paese. Giulio che era del comune. Teresa che era pieno di buche.

Uno da fondo sala ha chiesto: «E quindi?»

«Quindi non ci parcheggi niente.»

«Io ci parcheggio.»

Il sindaco ha perso il filo. La discussione è scivolata altrove. Dal campo al medico. Dal medico all’acqua. Dall’acqua alle case comprate dai forestieri.

A un certo punto uno ha detto: «Il problema sono quelli da fuori.»

Si è fatto silenzio.

«Chi?» ha chiesto qualcuno.

L’uomo ha indicato la porta chiusa. «Quelli.»

A scuola i bambini non litigavano per le stesse cose degli adulti. Litigavano per una penna, una figurina, una volpe vista dietro il cimitero.

Una mattina ho chiesto: «I vostri genitori di cosa parlano la sera?»

Luca ha detto: «Dipende.»

«Da cosa?»

«Da chi c’è.»

Durante la ricreazione ho scoperto il loro gioco. Si dividevano in due squadre. Una squadra faceva il paese. L’altra faceva gli altri.

«Chi sono gli altri?» ho chiesto.

Luca ha risposto senza pensarci: «Dipende.»

«Da cosa.»

«Da oggi.»

L’ultimo giorno prima delle vacanze di Natale ho chiesto di disegnare Montelargo. Non la scuola, non la chiesa. Solo il paese.  I fogli si sono riempiti di case, cani, trattori, il campo senza porte. In molti c’erano persone, piccole e lontane tra loro.

Guardando i disegni mi sono accorto che nessuno aveva disegnato i Vallesi. Nessuno i Montori. Le famiglie che avevano diviso il paese per mezzo secolo non c’erano più. Al loro posto c’erano fili che uscivano in tutte le direzioni.

«Dove vanno?» ho chiesto.

Marta ha alzato lo sguardo.

«Fuori.»

«Fuori dove?»

Ha guardato il disegno.

«Fuori dal foglio.»


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