All’inizio il cunicolo di ispezione non era fatto per essere visto da tutti. Poi qualcuno ci ha ripensato.

Emiliano apre la porta di metallo e si volta verso di noi per farci cenno di entrare.

Fuori la diga sembra soltanto una collina. Una lunga schiena di terra che chiude la valle. Se la guardi dal lago potresti pensare che sia sempre stata lì.

Dentro invece cambia tutto. Il corridoio è stretto, di cemento. La luce al neon vibra sopra la testa. I passi rimbalzano sulle pareti lisce e tornano indietro con un’eco corta.

Camminiamo.

«La diga è tutta terra,» dice Emiliano. «Strati su strati.»

Mi aspettavo cemento, acciaio. Qui invece sembra di stare dentro una montagna.

Da qualche parte cade una goccia. Il suono corre lungo il corridoio. Goccia. Poi silenzio. Poi goccia.

È in quel momento che penso al lago. Sopra di noi c’è tutta quell’acqua. Non si vede, ma la mente la immagina subito. Milioni di metri cubi fermi tra le colline.

Per un attimo mi viene un pensiero semplice. Non dovremmo stare qui sotto. È una paura veloce, quasi fisica.

Emiliano invece continua tranquillo. Si ferma davanti a uno strumento incassato nella parete. Una fessura sottile, numeri minuscoli.

«Qui controlliamo se qualcosa si muove.»

«Quanto si muove?» chiedo.

Emiliano fa un gesto con la mano.

«A volte pochissimo. Millimetri.»

Riprendiamo a camminare. Il neon continua a vibrare sopra le nostre teste. Il corridoio sembra non finire mai. Mi fa venire in mente la strada fatta stamattina per arrivare fin qui in macchina.

Il mare era rimasto dietro di noi già da un po’. La spiaggia lunga. Le barche tirate sulla sabbia.

Poi la strada ha cominciato a salire. Curve larghe tra ulivi bassi e contorti. Muretti di pietra. Campi piccoli. Ogni tanto un paese. Poche case attorno a una piazza. Una fontana. Un bar con le sedie fuori. Poi di nuovo strada. Boschi. Le montagne sempre più vicine.

«La terra lavora sempre,» dice Emiliano.

Batte con le dita sulla parete di cemento. «Non è mai ferma.»

Camminiamo ancora. Le voci rimbalzano nel cunicolo e finiscono nella sala del consorzio idrico dove ero stato il giorno prima con Tommaso.

La sala si riempie. Sedie che strisciano sul pavimento. Sguardi che si incrociano.

«Il problema è la portata del fiume.»

«No, il problema è quando arriva la piena.»

Qualcuno disegna una linea su una lavagna.

«Qui c’è la valle.»

«E qui il lago.»

Una penna che batte sul tavolo.

«Se tratteniamo troppa acqua, i campi restano asciutti.»

«Avvocà, ma gli agricoltori a valle ne hanno bisogno a giugno.»

«Se apriamo troppo, il paese sotto si allaga.»

«Se non apriamo abbastanza, la diga lavora male.»

Le voci si sovrappongono. Poi silenzio.

Torniamo nel corridoio. Ripercorriamo il cunicolo fino alla porta da cui siamo entrati.

Emiliano la apre. La luce entra tutta insieme.

Fuori il lago è fermo tra le colline. Gli uccelli passano bassi sull’acqua. Anni fa qualcuno aveva immaginato che l’acqua si sarebbe fermata qui. Più in là si vedono ulivi sparsi sui pendii e qualche casa tra gli alberi.

Emiliano richiude la porta di metallo. Il rumore rimbomba un attimo dentro la diga.

Restiamo a guardare il lago. È immobile.

Poi, da qualche parte sotto di noi, dentro la collina, cade una goccia


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