Non sono mai stato in un’aula di tribunale. Non ho mai visto un giudice da vicino, né ho mai dovuto difendermi da qualcosa che non fosse una multa presa per distrazione.

Eppure, stamattina vado a votare.

Non è neanche un giorno speciale. C’è un tempo feriale, le stesse persone al bar, lo stesso odore di detersivo nell’androne. Solo che oggi devo entrare in una scuola elementare e fare una cosa che, a quanto pare, conta.

Ecco, questa è la parte che mi mette a disagio.

Entro nel seggio, il numero ventiquattro. L’uomo dietro al tavolo, il presidente, immagino, ha l’aria di uno che è lì per caso. Non distratto, no. Peggio. Abituato. Come se tutto quello che sta succedendo fosse già successo mille volte e continuerà a succedere comunque, con o senza di me.

«Documento.»

Annuisco, infilo la mano in tasca e… niente. L’altra tasca. Niente. Un vuoto improvviso, preciso. Il portafoglio.

Rimasto sul mobile all’ingresso, accanto alle chiavi che invece ho preso. Perché le chiavi sì e il portafoglio no? Non lo so. Una scelta inconscia, probabilmente.

Resto fermo un secondo di troppo.

«Ha un documento?”» ripete il presidente, senza fretta.

«Certo,» dico. «Sì.»

Frugo meglio. Trovo qualcosa. La patente nautica. La guardo. Lei guarda me. Non è il documento giusto per oggi. Sa di sale, di estate, di decisioni prese con meno conseguenze.

La porgo. Il presidente la prende. La guarda. La gira. Silenzio.

Uno scrutatore si avvicina leggermente, come attirato da una variazione minima nella routine. Il presidente alza un sopracciglio.

«È arrivato in barca?»

Lo dice piano, senza cambiare espressione. Un sarcasmo stanco, più di abitudine che di intenzione.

«Certo,» rispondo. «Ho attraccato in seconda fila.»

Lo scrutatore abbassa lo sguardo, ma si vede che sta trattenendo qualcosa. Il presidente mi osserva un secondo in più. Non sorride, ma qualcosa si sposta.

«Capisco,» dice. «Zona traffico limitato?»

«Solo per le imbarcazioni autorizzate.»

Un piccolo silenzio. Poi annuisce, come se la questione fosse stata chiarita a un livello superiore, non accessibile agli altri presenti.

«È valida?» chiede allo scrutatore.

Lo scrutatore controlla ancora una volta, con una serietà quasi eccessiva, poi annuisce.

«Si, va bene.»

«Immaginavo,» dice il presidente.

Mi guarda.

«Firmi qui.»

Firmo. Poi resto fermo.

«Vuole la scheda?» chiede.

La domanda mi coglie impreparato, come se fosse opzionale. Come se potessi dire: no grazie, oggi passo.

«Un attimo,» dico.

Lui alza lo sguardo per la prima volta. Non infastidito, ma leggermente incuriosito, come quando qualcuno cambia la sequenza prevista delle cose.

«Mi scusi,» aggiungo, «è possibile… mettere a verbale una cosa?»

Silenzio. Uno scrutatore smette di scrivere.

«Dipende,» dice il presidente. «Che cosa?»

Ci penso. Non avevo previsto di arrivare così lontano.

«Che… che non sono sicuro di essere all’altezza.»

Lo dico piano, ma abbastanza da essere sentito. Lo scrutatore si ferma un attimo, alza lo sguardo, mi squadra rapidamente dalla testa ai piedi, poi torna a scrivere.

Il presidente mi guarda per un secondo più lungo del necessario.

«L’altezza va bene,» dice. «Non abbiamo requisiti minimi.»

Annuisco, senza sapere se devo sentirmi rassicurato.

«Intendo… in generale,» aggiungo.

«Ah.»

Un piccolo silenzio.

«Quella non è verificabile,» dice. Poi, dopo una pausa: «Può votare normalmente.»

Annuisco. Ha ragione. Ovviamente.

Prendo la scheda. È più grande di quanto immaginassi. La apro con attenzione, come se potesse rompersi. Ci sono parole, simboli, spazi. Tutto molto ordinato, molto deciso.

Entro nella cabina. Chiudo la tenda. E resto lì.

Non c’è rumore. Solo la matita che tengo in mano e che non uso. Guardo la scheda. Cerco di capire dove finisce il gesto e dove comincia la conseguenza. Perché, a pensarci bene, io non ho mai avuto a che fare con la giustizia. Non davvero. E allora che diritto ho di dire come dovrebbe funzionare?

E se invece fosse proprio questo il punto? Che non devi averla conosciuta per decidere? O forse sì. Forse votano di più quelli che ci sono finiti dentro. O forse votano meno.

Mi accorgo che sto fermo da troppo. Non so quanto tempo sia passato. Potrebbero essere tre minuti o dieci. O di più. Nessuno bussa. Questo mi inquieta un po’.

Esco.

«Ha bisogno di una nuova scheda?» chiede il presidente come se si aspettasse qualche ulteriore stramberia dopo la patente nautica e l’altezza da verbalizzare .

«Non ancora,» rispondo.

Poi mi fermo di nuovo davanti al tavolo.

«Mi scusi,» dico, «ma… cosa succede esattamente alla mia scheda dopo?»

Lui mi guarda. Questa volta non sospira.

«La inserisce nell’urna,» dice. «Poi verrà scrutinata.»

«E dopo?»

«Dopo… niente. Viene conteggiata.»

Annuisco.

«E se uno non è sicuro?»

«Di cosa?»

«Che la sua scelta sia giusta.»

Lui ci pensa un secondo.

«Non è richiesto,» dice. «È richiesto solo che sia una scelta.»

Rientro nella cabina. Questa volta faccio un segno. Poi mi fermo. Lo guardo. Non sembra più definitivo di prima. Non sembra neanche meno. Mi viene da ridere, ma non lo faccio. Ripiego la scheda. Esco.

La tengo in mano qualche secondo di troppo, come se stessi per restituirla. Poi la inserisco nell’urna.

«Fatto?» dice il presidente.

«Credo di sì,» rispondo.

«Bene.»

Mi restituisce i documenti. Già guarda altrove.

Esco dalla scuola. Fuori è identico a prima. Le stesse persone, lo stesso bar, lo stesso odore nell’aria.

Solo che adesso c’è una cosa in più.

Non so dire quale. Forse il fatto che ho deciso qualcosa senza capirlo fino in fondo.

E l’ho fatto lo stesso.


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