Boomerang
- Di Antonio Disi
- 15 Ottobre 2025
Lo trovo mentre cerco il compressore nel box. Sta lì da anni, appeso a un chiodo, mezzo nascosto dietro un telo impolverato.
Legno chiaro, bordo consumato. Lo avevo comprato a vent’anni, in un’estate in cui sembrava che ogni cosa dovesse per forza tornare. Gli amori, le idee, perfino gli errori. Lo prendo in mano. Pesa meno di quanto ricordassi.
Fuori c’è vento. Quel vento mi riporta a un’altra primavera.
Avevo quattordici anni quando esplose Chernobyl. Ricordo mia madre che bolliva l’acqua e poi la buttava via. Diceva che era meglio non rischiare.
Mio padre la prendeva in giro. Poi però beveva soltanto birra in lattina.
Io guardavo il cielo. Avevo paura del cielo.
Nel box c’è ancora un ritaglio di giornale ingiallito. Parla del referendum. I miei votarono contro. Lo fecero senza esitazioni. Sembrava una di quelle decisioni che non avrebbero mai avuto bisogno di essere ripensate.
Il figlio del vicino, invece, lavorava all’ENEA. Una sera, mentre parlavano in cortile, disse qualcosa che non ho mai dimenticato.
«La paura è utile. Ma non è un metodo.»
Avevo quindici anni e non capii cosa volesse dire.
Lo lancio. Il boomerang sale male, oscilla, poi cade pochi metri più avanti. Mi viene da ridere. Anche le idee, qualche volta, fanno la stessa cosa. Partono dritte e finiscono dove non avevano previsto.
A pranzo incontro Giulia. Sua madre ha appena concluso la radioterapia.
«Sta bene» dice.
Lo dice con una stanchezza felice che conosco.
Annuisco. Poi mi scappa una frase.
«È strano pensare di curarsi con il nucleare.»
Lei mi guarda.
«Strano sarebbe non potersi curare.»
Non aggiunge altro. Nemmeno io.
Quella sera mi tornano in mente due TAC, una scintigrafia, gli esami che mio fratello ha fatto negli anni. Per tutta la vita ho attraversato cose che associavo alla stessa parola che mi faceva paura. Eppure, non ci avevo mai pensato davvero.
Qualche giorno dopo mio figlio Pietro mi mostra una fotografia sul telefono. Un frammento di vaso. Accanto ci sono numeri che non capisco.
«Carbonio quattordici» dice. «Serve a capire quanti anni ha.»
«Noi facevamo cortei contro il nucleare.»
Lui sorride.
«Voi facevate cortei contro un sacco di cose.»
«Anche voi.»
«Sì, ma almeno abbiamo internet.»
Rido. Anche lui. La conversazione finisce lì. Ma resta con me, come certe canzoni che continuano a suonare dopo che la radio è stata spenta.
Passano le settimane. Ogni tanto riprendo il boomerang. Lo lancio senza un motivo preciso. Alcune volte cade subito. Altre volte compie un giro largo e torna quasi vicino ai miei piedi. Mai nello stesso modo. Forse è questo che continuo a guardare. Non il ritorno. L’imprevedibilità.
Una domenica pomeriggio piove. Leggo il giornale seduto vicino alla finestra. Parla di energia, di nuove tecnologie, di progetti che forse vedranno la luce tra molti anni.
Chiudo il giornale prima di arrivare in fondo. Mi accorgo che non sto cercando una risposta. Sto cercando una sensazione. La stessa che avevo da ragazzo quando qualcuno pronunciava una parola capace di dividere il mondo in due parti, giusto o sbagliato.
Adesso quella linea la vedo meno. Forse è l’età. Forse è esperienza. O forse è soltanto che il mondo è più complicato di come immaginavamo.
Verso sera esco in giardino. La terra profuma di pioggia. Lancio il boomerang. Il vento cambia all’improvviso. Mi sfiora una spalla e prosegue oltre. Resto fermo. Penso a quante cose abbiamo temuto. Penso a quante altre non abbiamo visto arrivare.
L’ultima volta lo lancio al tramonto. Lo vedo sparire dietro il muro. Aspetto. Non torna. Passano alcuni secondi. Forse un minuto. Alla fine, vado a cercarlo.
È lì, nell’erba bagnata. Una scheggiatura nuova sul bordo.
Lo raccolgo. Lo pulisco con la manica della camicia. Per un attimo mi sembra diverso. Poi capisco che non è cambiato lui. Sono cambiato io.
Lo rimetto sul chiodo. Questa volta senza aspettare che mi insegni qualcosa.
Fuori il vento continua a soffiare.
E basta così.




