Nina e la Macchina del tempo perfetto
- Di Antonio Disi
- 11 Ottobre 2026

C’era una volta un Re che non era mai contento del tempo. Quando voleva il sole, pioveva. Nei giorni di festa arrivava il vento e, poco prima del raccolto, la grandine.
«Siamo il regno più sfortunato del mondo», diceva il Re.
Sua figlia Nina non sapeva se fosse vero. Aveva solo undici anni e non aveva mai visto un altro regno.
Un bel giorno entrò in città uno straniero sopra un carro trainato da un cavallo bianco. Indossava un lungo cappotto, benché facesse caldo. Sul carro c’era qualcosa di enorme, coperto da un telo.
Nina lo vide passare sotto le finestre del palazzo e corse nel cortile.
«Cosa portate, signore?»
Lo straniero scese dal carro.
«Bel tempo, principessa!»
Nina guardò il telo.
«Tutto lì sotto?»
«Quanto basta.»
Quando arrivò il Re, lo straniero sollevò il telo. Apparve una scatola di ferro e rame, con una grande ruota al centro e quattro lunghi tubi rivolti verso il cielo.
«Cosa fa?» chiese il Re.
«Sposta il tempo.»
«Anche la grandine?»
«Anche la grandine.»
«E dove la manda?»
Lo straniero indicò le montagne.
«Lontano.»
Al Re parve un posto perfetto.
«La compro.»
Lo straniero non si mosse.
«Prima dovete sapere una cosa.»
«Quanto costa?»
«Non parlo del prezzo. Quello che la Macchina manda Lontano non scompare.»
Il Re guardò i campi devastati dalla grandine.
«Purché non cada qui.»
Lo straniero lo fissò per un momento. Poi gli consegnò la chiave.
La prima volta il Re usò la Macchina per salvare i campi da un forte temporale. Girò la grande ruota, uno dei tubi cominciò a ronzare e le nuvole scivolarono oltre le montagne.
La seconda volta la usò durante una siccità. La terza fermò un nubifragio che avrebbe fatto straripare il fiume.
Gli abitanti pensarono che lo straniero avesse fatto loro il dono più prezioso del mondo. Forse avevano ragione.
Poi arrivò il compleanno di Nina. La mattina della festa il cielo era coperto e una pioggia sottile cadeva sul giardino del palazzo. Nina guardava dalla finestra i servitori mentre portavano al riparo tavoli e festoni.
«Peccato», disse.
Il Re guardò sua figlia. Poi guardò la Macchina.
«Perché?»
Scese nel cortile, infilò la chiave e girò la ruota. Poco dopo smise di piovere e la festa fu bellissima.
La settimana seguente il Re mandò via l’afa per una battuta di caccia. Poi la Regina volle il sole per una passeggiata al lago, i mercanti chiesero giornate asciutte per vendere mercanzie in piazza e i locandieri serate senza vento per tenere i tavoli all’aperto.
Ogni richiesta sembrava innocua e la Macchina non diceva mai di no. A poco a poco il tempo smise di essere una cosa che capitava e diventò una cosa che si decideva.
«Questo sì che è un regno fortunato», diceva adesso il Re.
Nina era d’accordo e si abituò tanto al nuovo cielo che quasi dimenticò quello vecchio. Quando un tuono lontano le interrompeva il sonno, sapeva che la Macchina lo avrebbe mandato Lontano.
Passarono i mesi e una mattina Nina trovò un pesce nel giardino. Era piccolo, argentato e si dibatteva tra le rose. Lo raccolse e lo portò alla fontana. Il pesce fece un giro nell’acqua e scomparve sotto una foglia.
Alzò gli occhi. Il cielo era sereno.
Il giorno dopo trovò una barchetta di legno. Era incastrata tra i cespugli, ancora bagnata. Sulla vela azzurra era dipinto un piccolo sole. La portò al padre.
«Da dove viene?»
Il Re esaminò la barchetta.
«Qualche bambino l’avrà persa.»
«Nel giardino del palazzo?»
Il Re gliela restituì.
«Le cose si perdono, figlia mia.»
Quella notte Nina non riuscì a dormire. Prese la barchetta e scese nel cortile. La Macchina era immobile sotto la luna.
Le girò intorno. Non l’aveva mai guardata così da vicino. Sul retro scoprì una piccola freccia incisa nel rame. La freccia indicava le montagne. Sotto c’era una sola parola: LONTANO.
Pensò allo straniero. Quello che la Macchina manda Lontano non scompare.
La mattina seguente prese la barchetta e partì senza dire niente a nessuno. Seguì la freccia, attraversò i campi e il bosco e raggiunse le montagne. Dall’altra parte il vento quasi la buttò a terra. Nina si aggrappò a un albero e aspettò che passasse.
Più avanti non c’era più vento. Non c’era quasi niente. L’erba era gialla, la terra spaccata e nei pozzi si vedeva il fondo.
Poi cadde una goccia. Nina alzò la testa. Ne cadde un’altra. In pochi minuti pioveva così forte che dovette correre a cercare riparo.
Fu allora che vide la città. L’ acqua scendeva dai tetti, riempiva le strade e arrivava fino alle porte delle case. Gli abitanti avevano sistemato assi di legno tra una casa e l’altra per non camminare nell’acqua.
Si riparò sotto una tettoia. Lì c’era una bambina della sua età che aveva i capelli bagnati e teneva in mano una barchetta con la vela azzurra.
Tirò fuori quella trovata nel giardino.
«È tua?»
La bambina spalancò gli occhi.
«Dove l’hai trovata?»
«A casa mia.»
«Impossibile.»
«Perché?»
La bambina indicò l’acqua che correva lungo la strada.
«L’avevo persa qui.»
Nina guardò le due barchette.
«Da quanto tempo piove?»
La bambina alzò le spalle.
«Tanto.»
«E non smette mai?»
«Qualche volta.»
«Da noi non piove quasi più.»
La bambina la guardò senza rispondere.
«Dove abiti?»
Nina indicò le montagne.
«Lontano.»
Per qualche secondo nessuna delle due parlò.
Strinse la barchetta e tornò indietro. Quando arrivò al palazzo era quasi buio e i soldati e i servitori la cercavano dappertutto. Il Re, appena la vide, le corse incontro e la abbracciò.
«Dove sei stata?»
«Lontano.»
Nina gli mostrò la barchetta e raccontò della città sotto la pioggia, della terra senz’acqua e del caldo che bruciava l’erba.
«La Macchina manda tutto lì.»
Il Re abbassò gli occhi.
«Lo sapevi?»
«Sapevo che andava da qualche parte.»
Lo guardò incredula.
«E hai continuato?»
«Questo è il mio regno.»
In quel momento tuonò. Il Re alzò gli occhi. Una grande perturbazione avanzava verso il palazzo. Poi prese la chiave.
«No», disse Nina.
Il Re si avvicinò alla Macchina.
«Spostati.»
«Dove mandi la pioggia?»
Il Re tacque.
«Dove la mandi, papà?»
«Lontano.»
Gli mostrò la barchetta.
«Lontano c’è qualcuno.»
Un altro tuono fece tremare i vetri. Nina tese la mano.
«Questa volta la pioggia è nostra.»
Il Re guardò la chiave. Poi guardò sua figlia. Alla fine, gliela consegnò.
Cominciò a piovere. I servi corsero a chiudere le finestre, i mercanti coprirono le bancarelle e nelle strade tutti cercarono un riparo. Nina rimase nel cortile. In pochi istanti era fradicia.
Un lampo attraversò il cielo e Nina ebbe paura. Il Re uscì sotto la pioggia e le prese la mano. Rimasero lì insieme.
La Macchina non fu distrutta. Aveva salvato raccolti, case e vite. Da quel giorno, però, il Re cercò di pensarci due volte prima di girare la ruota. Non sempre ci riusciva. I re non diventano saggi tutti in una volta.
Molti anni dopo Nina diventò Regina.
Un giorno, mentre in piazza si preparava la festa della città, il cielo si coprì.
«Maestà, preparo la Macchina?» chiese un consigliere.
Nina guardò le nuvole.
«No.»
«E se piove?»
Nina sorrise.
«Ci bagneremo.»



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