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Tag: Vulnerabilità climatica

Sei fermate

Ci sono entrato perché avevo venti minuti da perdere. Ero a Bologna per un appuntamento e quello con cui dovevo vedermi mi aveva scritto che era in ritardo. Venti minuti. Forse mezz’ora.

Faceva un caldo assurdo. Avevo visto la porta aperta e un cartello. Non ricordo esattamente cosa ci fosse scritto. Qualcosa sul clima, credo. Stavo già andando oltre, quando una ragazza mi ha chiesto se volessi entrare.

«Quanto dura?»

«Dieci minuti.»

Sono entrato.

Mi aspettavo pannelli, grafici, fotografie di ghiacciai e orsi polari. Invece mi ha accompagnato in una stanza piccola. C’erano una sedia, un tavolo, una finestra chiusa. Sul tavolo una bottiglia d’acqua, un ventilatore e una scatola di medicine.

«Si sieda.»

Mi ha dato delle cuffie.

«E cosa devo fare?»

«Niente.»

Questa cosa mi è piaciuta. Mi sono seduto e nelle cuffie è partita la voce di un uomo.

Raccontava che quella mattina si era svegliato alle cinque e venti. Aveva bevuto il caffè sul balcone perché era l’unico momento della giornata in cui si poteva stare fuori.

Poi aveva chiuso tutto. Finestre, persiane, tapparelle. Alle nove aveva telefonato alla signora del piano di sopra. Ottantasei anni, viveva sola. Le aveva chiesto se avesse bevuto. Lei gli aveva risposto di sì. Lui non ci aveva creduto.

A mezzogiorno era salito a controllare. La signora aveva il ventilatore acceso, ma buttava aria calda. Sul tavolo c’era una bottiglia d’acqua ancora quasi piena.

A quel punto ho pensato che fosse una di quelle storie dall’India. O dall’Africa. Forse per il caldo. O forse perché, quando qualcuno ti racconta certe cose, è più comodo immaginarlo lontano.

L’uomo continuava a parlare. Diceva che alle tre del pomeriggio il termometro in cucina segnava trentacinque gradi. Che aveva bagnato un asciugamano e se l’era messo sul collo. Che la notte precedente aveva dormito sul pavimento.

Poi ha detto: «Io abito in via Massarenti.»

Ho alzato la testa.

La voce ha aggiunto:«Da dove siete seduti adesso saranno sei fermate di autobus.»

Dopo qualche secondo, le cuffie si sono spente. La ragazza è tornata.

«Tutto bene?»

«Sì.»

Non sapevo cos’altro dirle. Sono uscito. Il mio appuntamento era ancora in ritardo. Alla fermata dell’autobus c’era una signora anziana. Se ne stava seduta sulla panchina sotto il sole, con due buste della spesa ai piedi.

Non so perché l’ho guardata. Probabilmente l’avevo già incrociata entrando. O forse non l’avevo vista.

Ho guardato le finestre dei palazzi sopra di noi. Persiane abbassate, condizionatori, tende, balconi. Poi ho guardato di nuovo lei.

Mi sono domandato quanti gradi ci fossero, lassù.