Quando mi fermano è già tardi, anche se il sole è ancora alto.
Stavo andando a lavorare. Avevo comprato il pane. Avevo mandato un messaggio a mia madre. Sto bene, che è la più grande bugia che si dice per amore.
Mi chiedono qualcosa. Documenti, forse. Il mio nome. Io annuisco. O credo di farlo. Uno mi parla, un altro guarda le mie mani. Capisco solo che devono essere visibili. Ferme.
La voce mi esce sottile, come se non fosse mia. La paura mi scende nelle ginocchia. Non corre. Pesa.
So che ogni gesto vale doppio quando non hai il volto giusto. Cerco i documenti. Le dita tremano. Mi fermo. Non so più dove mettere le mani.
Allora mi viene in mente una cosa antica.
Da bambino, quando avevo paura, mi coprivo gli occhi. Credevo bastasse quello a fermare il male. Non vederlo.
Le porto al viso. È un gesto piccolo. Istintivo. Senza pensiero. Solo protezione.
Loro indietreggiano. Qualcuno urla. Per loro quel movimento è altro. Non una resa, ma un errore. La paura passa da me a loro come una fiamma.
In quell’attimo tutto accelera. Le voci si fanno dure. Il mondo cambia inclinazione. C’è un suono secco, improvviso. Non chiede permesso. Il tempo si rompe lì.
Cado con le mani ancora sugli occhi. Non ho visto arrivare niente. Forse è giusto così.
Avevo solo provato a scomparire.
Come allora.
