Quando mi sveglio ho la bocca secca e un dolore preciso dietro l’occhio destro. Non il mal di testa intero. Solo un punto, come se qualcuno mi avesse piantato un chiodo e se ne fosse andato.

Il neon del bagno è acceso. Non tremola. Non fa rumore. Una luce onesta, che non promette niente.

Sono seduto sul water, vestito. Il badge mi taglia il collo con il laccetto ormai rigido di sudore. La testa contro il muro. Ho dormito lì.

Quattro giorni di fiera insegnano una cosa. Il corpo va avanti per educazione, la testa per inerzia. A un certo punto non lavori più. Ti limiti a restare presente, come un mobile dell’IKEA che nessuno ha ancora deciso di buttare.

Guardo l’orologio del telefono. Sono le undici e un quarto. Un orario sbagliato. Troppo tardi per essere sera. Troppo presto per smettere di fingere che sia tutto normale.

Esco dal bagno convinto di trovare qualcuno. Un addetto alla sicurezza. Un tecnico. Uno che, come me, ha perso l’uscita. Niente.

Il quartiere fieristico è acceso e vuoto. Le luci di emergenza disegnano corridoi che non conducono da nessuna parte. L’aria si muove piano, spinta da bocchette invisibili.

Gli stand sono ancora montati. Pareti dritte. Materiali nuovi. Superfici senza graffi. Oggetti che non hanno ancora capito a cosa servano davvero.

Di giorno parlano di futuro. Di notte restano zitti, come persone educate che non vogliono disturbare.

Provo l’uscita principale. Le porte automatiche non si aprono. Non fanno nemmeno quel rumore elettrico che precede il rifiuto. Restano immobili. Non bloccate. Coerenti.

Mi viene il dubbio che non sia io a essere rimasto chiuso lì dentro. Forse è la fiera che non ha ancora finito con me.

Cammino lungo il corridoio centrale. I miei passi rimbombano troppo. In un posto così moderno il rumore umano sembra sempre un errore di progetto. Qui tutto è pensato per non disturbare. Anche il futuro, se possibile, deve entrare in punta di piedi.

Passo davanti al mock-up di un appartamento NZEB.

Mezza casa costruita, mezza lasciata aperta come un corpo in sala operatoria.

I muri sono sezionati con precisione chirurgica: strati, isolanti, linee colorate che spiegano dove passa il calore e dove non dovrebbe passare mai più.

Tutto è perfetto. Troppo.

Le finestre montate a regola d’arte. Le guarnizioni tese come labbra che non hanno mai detto una bugia.

Manca solo qualcosa fuori posto. Una sedia spostata male. Una tazza dimenticata. Un segno che qualcuno sia entrato senza chiedere permesso.

Senza di quello, l’appartamento non conoscerà mai la fretta di chi ci vive.

Provo un’altra uscita. Stessa risposta. Le porte non si aprono. Non per guasto. Per logica.

Mi siedo su una panca di design. Bellissima. Talmente essenziale che sembra arrabbiata con chiunque abbia bisogno di appoggiarsi.

Mi siedo lo stesso. Alla fine, anche il design deve arrendersi alla stanchezza.

Ho fame. Ho sonno. Ho quella sensazione sottile di fallimento che arriva quando parli per giorni di cose fondamentali senza sapere se qualcuno ti ha ascoltato o aspetta solo il caffè successivo.

Sto pensando se urlare — non per chiedere aiuto ma più per sentirmi — quando arrivano delle voci. Non forti, non vicine. Voci che non cercano attenzione.

Vengono dal padiglione B. Quello degli impianti. Dove la gente passa veloce perché ci sono troppe sigle e nessun posto dove sedersi.

Le seguo. Non per coraggio. Per stanchezza.

Dietro uno stand di serramenti vedo due uomini.

Sembrano lì da prima di me. E, in qualche modo, da molto prima della fiera.

Il primo, quello alto, ha l’aria di chi misura le distanze anche quando attraversa una stanza. Porta una giacca tecnica grigia, zip tirata fino al collo, e parla come se ogni frase dovesse reggere un collaudo.

L’altro è più basso, più largo di spalle, con una giacca buttata addosso e le mani sempre in movimento. Si sposta storto, come se avesse imparato presto che il mondo non pesa mai in modo uniforme.

«Das ist genau das Problem», dice l’uomo alto. Cammina con passo regolare, come se il pavimento avesse una griglia visibile solo a lui.

L’altro si ferma. «Aspetta. Rifallo.»

«Cosa.»

«Quando parli così. Da ingegnere tedesco nei film.»

L’uomo alto sospira, ma senza irritazione.

«Ho detto che questo è esattamente il problema.»

«E allora dillo così.»

Riprendono a muoversi tra gli stand spenti.

«Ihr entwerft ohne Methode.»

«Ancora?», dice quello basso. «Quando ti scaldi torni bilingue.»

«Progettate senza metodo», traduce subito. «Vi fidate dell’esperienza, ma non la misurate.»

«La misuro eccome», risponde l’altro. «Solo che la mia di esperienza non c’entra nei fogli Excel.»

Si fermano davanti a una parete tecnica illuminata a metà.

L’uomo alto poggia la mano sul pannello.

«Trasmittanza zero virgola diciotto. Ponti termici corretti. Tenuta all’aria certificata.»

«Traduci.»

«Il freddo non entra.»

«E il caldo?»

«Resta.»

L’altro annuisce piano. «Pure le persone restano.»

Fa una pausa.

«E a forza di restare si consumano.» Non c’è sfida nella voce. Solo constatazione.

L’ingegnere resta qualche secondo in silenzio.

«Quando ero bambino», dice poi, «a Bolzano, d’inverno si vedeva il fiato anche in cucina. Fuori la neve restava per giorni, contro i vetri. Mia madre tappava gli spifferi con gli asciugamani. Diceva che l’anno dopo avremmo sistemato tutto.»

Sfiora con due dita il bordo del pannello.

«Non l’abbiamo mai fatto.»

Sorride appena. «Ripeteva sempre: Ordnung bringt Wärme

Si volta. «L’ordine porta calore.»

L’altro si gratta la barba. «Da me l’ordine portava silenzio.»

Si muove, lento.

«Se la casa era in ordine voleva dire che mio padre non parlava. Quando urlava, almeno, sapevamo dove stava.»

Camminano ancora. Le luci di emergenza si accendono a blocchi, come se l’edificio avesse zone di memoria.

«Comfort costante», riprende l’ingegnere. «Ventidue gradi tutto l’anno. Nessuna oscillazione.»

«Costante», ripete l’altro. «Pure mio zio era costante. Stesso bar, stessa sedia, stessa birra.»

Scuote la testa. «Un giorno ha smesso di uscire. Non per malattia. Per abitudine.»

Davanti a loro c’è un plastico. Palazzi perfetti, alberi identici, finestre tutte uguali.

«Questo edificio consuma pochissimo», dice l’ingegnere.

«Beati loro.»

«Sai perché lo faccio?» chiede l’altro, senza guardarlo.

«Per ridurre l’impatto.»

«No. Per non dover più sentire freddo.»

L’ingegnere si siede sul bordo del tavolo.

«Io torno a casa la sera e non sento niente. Né macchine, né voci. Solo il ronzio dell’impianto.»

Si passa una mano sul viso. «A volte accendo il forno.»

«Per mangiare?»

«No.»Un mezzo sorriso.

«Per ricordarmi che il calore può anche bruciare.»

L’altro annuisce.

«Io invece tengo tutto aperto. Anche d’inverno.»

«È inefficiente.»

«Lo so.»

«È uno spreco.»

«Pure.»

Si stringe nelle spalle. «Ma se chiudo tutto mi sembra di sparire.»

Restano lì. Non in disaccordo. Non d’accordo. Solo fermi nello stesso punto da due direzioni diverse.

Le luci del padiglione cambiano intensità. Da qualche parte, lontano, un motore elettrico si rimette in funzione. Le porte automatiche, all’ingresso principale, iniziano ad aprirsi.

Nessuno dei due parla. Il plastico resta perfetto. La discussione no.

Un attimo dopo non ci sono più. Solo lo stand. Sul pannello resta acceso uno slogan: ABITARE È EQUILIBRIO.

Di giorno sembra una frase buona per tutti.Di notte pare una fatica quotidiana.

Le porte automatiche si aprono.

Uscendo penso che una casa può essere perfetta. Ma se non la apri ogni tanto per far entrare aria vera, finisce per respirare senza di te.

E le cose che imparano a fare a meno di noi, prima o poi, smettono di aspettarci.


Una risposta a “Ventidue gradi”

  1. Avatar Anneke
    Anneke

    Vero, tutto.

    Richtig, auch Mehr..

    Genau

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