Ero arrivato a Narni per la Corsa all’Anello. O almeno così credevo.

C’erano i tamburi, il rumore dei passi sulle pietre, l’odore acre dei cavalli mescolato al vino, alla carne arrostita, all’umidità antica e alla gente venuta da lontano. E le bandiere si aprivano all’improvviso sopra la piazza come colpi di vento colorato.

Ero lì come tanti. Per vedere, fotografare, magari raccontare di esserci stato.

Poi mi sono perso. Ma non in quel modo tragico che piace ai racconti. No. Più semplicemente, mi sono allontanato.

Una strada in salita, un vicolo stretto, una curva presa senza pensarci troppo. Avevo ancora i tamburi del corteo nelle orecchie, ma sempre più lontani, come se qualcuno avesse abbassato lentamente il volume del mondo.

Fu lì che la città cambiò. O forse fui io.

Mi fermai per riprendere fiato e mi accorsi che stavo ansimando per una salita che secoli di uomini avevano percorso prima di me. Mercanti, soldati, pellegrini, innamorati, condannati forse.

Per la prima volta non stavo guardando Narni. La stavo consumando con il mio corpo.

Poggiai una mano sul muro. La pietra era fredda. Ma di quel freddo vivo che hanno le cose che restano più a lungo di noi.

Pensai a chi l’avesse estratta. Sollevata. Portata fin lì. A quante schiene. A quante mani. A quanta fatica ci fosse voluta prima che la città diventasse città.

Più avanti sentii acqua. Non la vedevo ancora, ma c’era. E certe cose, prima di vederle, bisogna sentirle.

Fu in quel momento che ebbi una sensazione strana. Come se Narni ne contenesse un’altra.

Non sotto. Dentro. Una città che non guardiamo mai perché siamo troppo impegnati a osservare ciò che si lascia fotografare.

Allora capii che la Corsa era solo la parte che si vede. I cavalli. I corpi. Le mani. Le cucine accese. Le luci. Le attese.

Una città non è mai ciò che mostra. È ciò che la tiene viva.

Tornai in piazza chiedendomi quante città esistano dentro una città. Quante cose attraversiamo senza vederle. Quanta energia, lavoro, acqua, memoria rendano possibile ciò che chiamiamo semplicemente città.

Mi venne da sorridere pensando che ero arrivato a Narni per vedere una festa. E invece avevo intravisto qualcos’altro.

Forse ogni città meriterebbe di raccontare la propria città di dentro.


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