
Disadattato climatico
Sono un disadattato climatico. Lo ammetto. Non riesco più a vivere dentro le temperature che noi stessi abbiamo costruito.
Una volta gli esseri umani sopravvivevano nelle savane, attraversavano deserti, coltivavano risaie tropicali, si coprivano di pelli, sudavano, tremavano, migravano. Mio nonno falciava il grano ad agosto con una canottiera beige che oggi verrebbe evacuata dalla Protezione Civile.
Tornava in cascina rosso come un gambero, beveva il vino della cantina e diceva a mia nonna: «Oggi un po’ si sente.» Si sente? Ma che è, una canzone di Barry White?
Io invece entro in crisi se il telecomando del condizionatore segna ventisette. VENTISETTE. La temperatura che fino a pochi anni fa aveva un nome semplice. Estate.
Adesso rientro a casa ansimando come un facocero sedato male e parte il protocollo di sopravvivenza della classe media occidentale. Tapparelle giù. Finestre chiuse. Luce bassa. Climatizzatore a palla.
Casa mia, da qualche giorno, sembra la stanza dove conservano gli organi per i trapianti. E io lì dentro finalmente rifiorisco. Mi copro perfino un po’. A volte mi metto una felpa. Dico, una felpa!
Il problema è che il corpo non collabora più. Non si adatta. Protesta. Frigna. Negozia. Ormai il mio organismo pretende condizioni climatiche costanti come una forma di parmigiano in stagionatura. Tra poco avrò anche un settaggio.
Una volta avevo la pelle. Adesso ho preferenze termiche e mi sorprendo a pronunciare frasi assurde con tono serissimo: «Qui gira aria», oppure «Questo posto è umido» o anche «C’è caldo ma è un caldo diverso.» Praticamente vivo nell’intervallo di tolleranza dello yogurt greco.
La cosa più inquietante è che il caldo non è più una stagione. È diventato un affronto personale. Se sudo, mi sento tradito dalla civiltà.
Pago bollette immense non tanto per stare bene, ma per evitare qualsiasi dialogo fisiologico con l’atmosfera terrestre. Io non voglio più avere rapporti con il pianeta. Voglio attraversare l’estate senza accorgermi che l’estate esiste.
Il mio ideale climatico non è il comfort. È l’annullamento meteorologico.
Eppure il corpo, ogni tanto, tenta ancora una specie di rivolta sindacale. Manda segnali antichi. Rallenta, fermati, cerca ombra, bevi, aspetta sera.
Ma io no. Io devo lavorare con diciannove gradi addosso e il pile in ufficio mentre fuori evaporano le biciclette e i piccioni camminano a becco aperto e lingua penzoloni come i cani.
L’altro giorno mi sono fermato davanti al supermercato solo per sentire cinque secondi di aria automatica della porta scorrevole. Cinque secondi. Sembravo un reduce climatico.
E il peggio è che ormai non tollero più niente. Più climatizzazione uso, meno sopporto il caldo. Più fuggo dall’estate, più l’estate mi umilia.
Alla mia età, mio padre costruiva autostrade a Ferragosto. Io sudo davanti al microonde e considero eroismo andare a buttare il vetro alle tre del pomeriggio.
Siamo diventati una specie stranissima. Passiamo metà dell’anno a produrre calore e l’altra metà a combatterlo. Scaldiamo città intere per poi refrigerarci individualmente come mozzarelle di bufala. E soprattutto fingiamo che tutto questo sia normale.
Ci sono uffici dove entri sudato e dopo dieci minuti hai la cervicale fossilizzata. Bar dove fuori ci sono trentasette gradi e dentro ventidue, così il corpo passa continuamente dall’Andalusia alla Val di Fassa nel tragitto tra il marciapiede e il tavolino.
Una volta l’uomo guardava il cielo per capire come vivere. Adesso guarda le app con le previsioni del tempo.
Sono un disadattato climatico. Un mammifero indoor. Una creatura evolutivamente progettata per attraversare continenti che oggi necessita di ventidue gradi costanti per compilare un file Excel senza collassare emotivamente. E forse il problema non è nemmeno il caldo.
Forse abbiamo semplicemente disimparato, lentamente, comodamente, elettricamente… a stare al mondo.