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La città di dentro

Ero arrivato a Narni per la Corsa all’Anello. O almeno così credevo.

C’erano i tamburi, il rumore dei passi sulle pietre, l’odore acre dei cavalli mescolato al vino, alla carne arrostita, all’umidità antica e alla gente venuta da lontano. E le bandiere si aprivano all’improvviso sopra la piazza come colpi di vento colorato.

Ero lì come tanti. Per vedere, fotografare, magari raccontare di esserci stato.

Poi mi sono perso. Ma non in quel modo tragico che piace ai racconti. No. Più semplicemente, mi sono allontanato.

Una strada in salita, un vicolo stretto, una curva presa senza pensarci troppo. Avevo ancora i tamburi del corteo nelle orecchie, ma sempre più lontani, come se qualcuno avesse abbassato lentamente il volume del mondo.

Fu lì che la città cambiò. O forse fui io.

Mi fermai per riprendere fiato e mi accorsi che stavo ansimando per una salita che secoli di uomini avevano percorso prima di me. Mercanti, soldati, pellegrini, innamorati, condannati forse.

Per la prima volta non stavo guardando Narni. La stavo consumando con il mio corpo.

Poggiai una mano sul muro. La pietra era fredda. Ma di quel freddo vivo che hanno le cose che restano più a lungo di noi.

Pensai a chi l’avesse estratta. Sollevata. Portata fin lì. A quante schiene. A quante mani. A quanta fatica ci fosse voluta prima che la città diventasse città.

Più avanti sentii acqua. Non la vedevo ancora, ma c’era. E certe cose, prima di vederle, bisogna sentirle.

Fu in quel momento che ebbi una sensazione strana. Come se Narni ne contenesse un’altra.

Non sotto. Dentro. Una città che non guardiamo mai perché siamo troppo impegnati a osservare ciò che si lascia fotografare.

Allora capii che la Corsa era solo la parte che si vede. I cavalli. I corpi. Le mani. Le cucine accese. Le luci. Le attese.

Una città non è mai ciò che mostra. È ciò che la tiene viva.

Tornai in piazza chiedendomi quante città esistano dentro una città. Quante cose attraversiamo senza vederle. Quanta energia, lavoro, acqua, memoria rendano possibile ciò che chiamiamo semplicemente città.

Mi venne da sorridere pensando che ero arrivato a Narni per vedere una festa. E invece avevo intravisto qualcos’altro.

Forse ogni città meriterebbe di raccontare la propria città di dentro.

Basta con questa storia che bisogna partire dai bambini

“Bisogna partire dai bambini.” Lo diciamo spesso, con la convinzione di pronunciare una verità indiscutibile. È la frase che chiude ogni dibattito e apre ogni conferenza sul futuro del pianeta. Una formula rassicurante, perché sposta la responsabilità avanti nel tempo e lontano da noi.

Ma se guardiamo ai fatti, non regge. Dal punto di vista biologico, il cervello di un bambino non è una versione incompleta di quello adulto. È un sistema diverso, progettato per esplorare e non per consolidare.

La corteccia prefrontale, quella che governa il pensiero logico, la pianificazione, l’autocontrollo, matura solo intorno ai vent’anni (alcune ricerche dicono 25). Fino ad allora domina l’emisfero dell’immaginazione, della curiosità, dell’empatia immediata.

Lo sviluppo neuronale segue una logica di potatura. All’inizio il cervello è una foresta di connessioni, poi seleziona e rafforza solo quelle utili alla sopravvivenza. Tradotto: da piccoli possiamo percepire il mondo in modi che da adulti abbiamo disimparato.

Per esempio, i bambini vedono più sfumature di colore, sentono più suoni, elaborano le emozioni senza ancora la gabbia del linguaggio. Non distinguono tra reale e possibile: vivono in un campo di energia continua, dove tutto comunica con tutto.

E noi cosa facciamo? Li trasciniamo nel nostro mondo misurato, dove l’energia si calcola in kilowattora e l’immaginazione si concede solo nel tempo libero. Li lodiamo quando ragionano da grandi, quando rispondono con logica e prudenza, quando sembrano già pronti per un consiglio di amministrazione.

E quando organizziamo le attività nelle scuole, ci convinciamo di averli convinti, come se bastasse un laboratorio o un progetto a cambiare la loro visione del mondo. In realtà, siamo noi che abbiamo bisogno di sentirci efficaci, non loro di diventare più simili a noi.

Eppure, stiamo accorciando la loro infanzia cognitiva, quella finestra magica in cui il pensiero simbolico e quello intuitivo convivono.

Lo dicono anche le neuroscienze. Il gioco e la fantasia non sono fughe dal reale, ma le prime forme di pensiero complesso.

Jean Piaget lo chiamava pensiero preoperatorio: il bambino non separa l’emozione dal concetto, il corpo dall’idea. Antonio Damasio, più tardi, ha dimostrato che ogni decisione razionale poggia su una base emotiva.

Ciò nonostante noi adulti, nel nome dell’efficienza, continuiamo a educare come se emozione e ragione fossero rivali.

“Bisogna partire dai bambini”, dicono.

No! Bisogna lasciarli dove sono, in quel territorio fragile e potentissimo dove il sapere non ha ancora paura di sbagliare. Non chiediamogli di pensare da adulti. Non pretendiamo che abbiano consapevolezza energetica quando la loro forma di consapevolezza è già pura connessione con il mondo.

Il problema non è che i bambini non capiscono. È che noi non ricordiamo più come si capiva prima di capire tutto.

Forse la vera sfida non è partire da loro, ma ripartire da noi, dal nostro cervello invecchiato che ha disattivato i circuiti della curiosità, dalla nostra visione energetica ridotta a tabelle di consumo, dal nostro modo di pensare che scambia la complessità per maturità.

I bambini non devono essere il punto di partenza.

Devono restare il punto di riferimento mentre noi impariamo, finalmente, a tornare umani.

Pompe, santi e termosifoni. Diario di un installatore termoresistente

Ore 6:38

Mi sveglio col rumore della caldaia che parte. Non la mia. Quella del vicino. È vecchia, rumorosa, con quel suono a metà tra un colpo di tosse e un sussurro di minaccia.

La trovo rassicurante. In un mondo che cambia troppo in fretta, almeno lei tiene botta.

Fumo una sigaretta guardando il tubo di scarico come fosse un segnale di fumo tra indiani idraulici.

Ore 8:01

Arrivo dal cliente. Villetta nuova, odore di vernice e di YouTube. Mi apre lui, sorridente, maglione in lana grezza, occhiali tondi da architetto dilettante.

«Abbiamo pensato a una pompa di calore!»

Lo dice come se avesse avuto una visione. Come se Dio gli avesse parlato durante la colazione con avena e semi. La moglie spunta alle sue spalle. Sorride anche lei. Hanno gli occhi pieni di ecologia e ignoranza termoidraulica.

Li odio un po’. Poi mi passa.

Ore 8:25

Faccio un giro.

Casa da rivista, impianto da guerra del ’92. Radiatori enormi, muri spessi come l’ego del cliente.

«È tutta coibentata!»

«Anche il cervello?» Non lo dico. Lo penso fortissimo.

Lui inizia a raccontarmi cosa ha letto su internet. Siti. Blog. Forum. Un post su Linkedin.

«Dice che con la pompa, spendo un terzo rispetto al gas!»

«Dice anche che il bicarbonato cura il cancro. Eppure…

Ore 9:12

Arriva il cognato. Ogni cliente sostenibile ha un cognato.

«Io ce l’ho da un anno. Pompa aria-acqua. Bollette ridicole!»

«Quanti metri quadri?»

«Ottanta. Ma ben fatti!»

Ben fatti cosa? I metri? Le bollette? L’uomo trasuda verità relative.

Ore 10:48

Tento la via diplomatica.

«Con i vostri termosifoni e questa superficie, valuterei un sistema ibrido.»

«Ma così torniamo al gas!»

«Meglio tornare al gas che scoprire il concetto di umidità emotiva sotto il piumone.»

Silenzio.

L’architetto improvvisato guarda il pavimento in legno termotrattato. Lo stesso che gelerà tra gennaio e marzo, se mi ignorano.

Ore 12:30

Pausa pranzo. Panino con mortadella e dignità calante.

Leggo un messaggio di Sergio, collega e sopravvissuto della rivoluzione green: «Oggi una cliente mi ha chiesto se la pompa può anche deumidificare i sogni.»

Gli rispondo con una bestemmia e un cuore.

Ore 14:10

Lascio il preventivo.

Non insistono. Devono parlarne con calma.

Traduzione: «Aspetteremo che il cognato faccia danni e poi ti richiamiamo per pulire.»

Esco.

Il cane della casa mi guarda. Un golden retriever, razza mansueta. Ma ha negli occhi lo stesso dubbio che ho io: Si scaldano davvero, questi due?

Ore 17:03

Rientro.

La mia caldaia borbotta in fondo al corridoio. Non si lamenta. Non chiede. Fa solo il suo lavoro.

La accarezzo come un vecchio trattore.

Una fiamma blu. Una promessa mantenuta.

Ore 17:42

Accendo la TV.

Un servizio parla della Svezia. Case zero emissioni, pompe ovunque, riscaldamento condiviso, efficienza nordica.

Cambio canale. Non ho bisogno di deprimermi guardando gente che coibenta anche il cane.

Ore 18:11

Scorro il telefono.

C’è un corso sulle pompe di nuova generazione. Tre ore, con attestato.

Lo guardo. Lo chiudo. Lo riapro.

Solo per vedere.

Nota finale

Non mi hanno convinto.

Ma forse, oggi, per la prima volta, non sono del tutto sicuro di avere ragione.

E questo, lo ammetto, mi preoccupa più di qualsiasi pompa.

Parole di conforto

Non ricordo il nome della casa. Ricordo il cigolio della porta, però. Si aprì piano, come si fa con certe notizie, con rispetto.

Lei era lì. Non piangeva. Nei suoi occhi c’era qualcosa di più antico del pianto. Una resa quieta, come chi ha finito le parole e aspetta.

Io entro sempre con le tasche piene di sapere e il cuore vuoto, così da non farlo pesare su chi soffre. Ma quel giorno fu diverso. Il cuore mi inciampò in gola. Le dissi poco. Non serviva molto. Le parole, in certi momenti, sono come i farmaci. Troppe fanno danno.

«Lo sveglierà?» mi chiese.

«No,» risposi. «Ma posso stare con voi.»

Lei annuì.

E fu allora che cominciò la cura. Non la mia, la sua. Iniziò a parlare. Non del padre che stava morendo, ma del padre che aveva vissuto. Mi raccontò delle mani che impastavano pane e fatica, di come cantava stonato quando la portava in braccio, di quando le insegnava a guardare le nuvole e riconoscerci dentro le stagioni.

Io ascoltavo. Non per scrivere una cartella, ma per non dimenticare. Perché ogni corpo ha una storia e ogni storia chiede ascolto prima di una diagnosi.

Il padre respirava a piccoli sorsi. Un ritmo che non voleva disturbare nessuno. Ogni tanto un sospiro, come se stesse lasciando andare qualcosa, piano.

Io restai. Perché, a volte, curare è solo questo. Restare. Sedersi su una sedia che scricchiola, tenere il silenzio come si tiene la mano di un paziente. Senza stringere, ma senza lasciarla.

Quando uscii, la luce era calata. Sul mio taccuino nessuna prescrizione, solo una frase: Le storie sono già cura. Basta ascoltarle.

Non sempre guarisco. Ma, ogni tanto, accadono guarigioni che la scienza non sa misurare. Una figlia che trova voce. Un padre che muore con accanto chi gli ha voluto bene. Un medico che ricorda perché ha scelto questa strada.

La medicina, quella vera, è fatta anche di voci spezzate, di sedie che scricchiolano, di silenzi che dicono tutto. E quando tornerò, forse lui non ci sarà più. Ma lei sì.

E porterà dentro il ricordo di un medico che non ha salvato, ma ha saputo restare.

CLICK

C’è un attimo, prima di premere l’interruttore, in cui tutto resta sospeso. Il dito sfiora il tasto, ma non lo preme ancora. Tra il buio e la luce c’è una soglia sottile, un confine invisibile. Un battito di ciglia e il mondo cambia.

Click

La prima volta che la luce si è accesa da sola. O almeno così ho creduto. Avevo cinque anni, fuori il temporale ruggiva e un lampo ha anticipato l’interruttore di mia madre. Per un istante ho creduto che fosse il cielo a comandare la casa, che ci fosse un’intenzione nell’illuminare e nello spegnere. La luce non era più solo luce. Era un segnale, una risposta.

Click

Una notte d’estate, il cortile illuminato da una lampadina appesa a un filo. Gli amici, le risate, il caldo incollato alla pelle. Poi qualcuno ha spento la luce e il cielo è diventato immenso, un soffitto pieno di stelle. Per un momento nessuno ha parlato. Come se il buio avesse qualcosa da dire.

Click

Un interruttore che si abbassa di colpo, il buio che avvolge tutto, un respiro vicino al mio. Il primo bacio, incerto, sfiorato nel nero della stanza. La luce spenta ci ha liberati dagli sguardi, ha cancellato ogni contorno, lasciando solo il battito accelerato e il calore di due corpi vicini. L’ombra proteggeva. La luce avrebbe rivelato.

Click

La lampada si accende all’improvviso, strappandomi al sonno. Socchiudo gli occhi, spaesato, mentre il buio si ritira lungo le pareti. Poi il telefono squilla. Sofia risponde sottovoce. Il suo respiro si interrompe, il silenzio si fa denso. Mio padre è morto. La sua luce si è spenta. Resto lì, nel bagliore freddo della stanza, chiedendomi cosa rimane acceso quando tutto il resto si spegne.

Click

La tecnologia mi ha dato il potere di domare il buio, come fossi un dio. Cavi nascosti nei muri, centrali elettriche lontane, un’energia che scorre silenziosa fino alla punta del mio dito. Un gesto minimo, e il mondo cambia. Ma il fuoco che illuminava le caverne e il bagliore che si accende ora nella mia stanza sono la stessa cosa. La stessa sfida contro l’oscurità.

Click

Ora il dito preme il tasto. La stanza si illumina, il buio si ritira come una marea. Nulla si oppone più al gesto, la magia si compie senza esitazione. Eppure, in quell’attimo sospeso prima della luce, sento il peso di ogni buio che è stato e di ogni luce che verrà.

Click

Mi sto puzzando di freddo! Perché il nostro linguaggio ci rende ciechi al cambiamento climatico.

Scommetto che oggi, appena sei uscito di casa, qualcuno avrà sicuramente esclamato : «Ha visto che freddo oggi?». E magari, senza nemmeno pensarci, avrai risposto con un «Eh sì, si gela!».

Il meteo è il nostro rompighiaccio universale. Parliamo del tempo con il vicino di casa, con il collega in ascensore, con il panettiere sotto casa. Ma dietro questa abitudine si nasconde qualcosa di più profondo: il modo in cui parliamo del clima modella il modo in cui lo percepiamo.

Se diciamo ‘Fa un freddo polare’, il nostro cervello intensifica la sensazione. Se diciamo ‘Fa freschino’, ci sembrerà più sopportabile. E questo non è solo un caso.

Benjamin Lee Whorf, nel suo celebre studio Language, Thought, and Reality (1956), sosteneva che la lingua influenza il modo in cui pensiamo e interpretiamo la realtà. Se una cultura ha molte parole per un fenomeno naturale, significa che lo percepisce con più precisione rispetto a chi lo descrive in modo generico.

Prendiamo gli Inuit. Hanno decine di parole per indicare la neve, perché per loro distinguere un tipo di neve da un altro è una questione di sopravvivenza. Se un cacciatore confondesse il ‘siku‘ (ghiaccio marino solido) con la ‘piqsirpoq‘ (neve soffiata dal vento), potrebbe finire dritto nell’oceano. Noi non dobbiamo preoccuparci di questo, ma abbiamo trovato un altro modo per rendere il clima un’esperienza intensa: lo raccontiamo in modo teatrale.

Non diciamo mai semplicemente ‘fa freddo’. Diciamo ‘si gela’, ‘ci si congela’, ‘fa un freddo cane‘. Se gli Inuit devono dare un nome alla neve per non morire, noi lo facciamo per trasformare il meteo in un’esperienza sensoriale e, spesso, in una competizione su chi soffre di più.

E poi c’è il dialetto. Un lombardo, davanti a una giornata fredda, dirà con distacco ‘gh’è un fià da galaverna‘, che potrebbe sembrare quasi il nome di una fragranza invernale di Armani. Un romagnolo, invece, se la prenderà sul personale e dirà ‘E’ fredd com un cagn in piòv‘, evocando immagini di sofferenza animale. Un napoletano tirerà in ballo l’olfatto con ‘me sto puzzanno ‘e friddo‘.

Ma la cosa più interessante è che questo modo di parlare non è solo colore locale: cambia il modo in cui viviamo il clima. Lera Boroditsky, studiosa di linguistica cognitiva, ha dimostrato come il linguaggio non sia solo un riflesso della realtà, ma un creatore di percezione. Se dici ‘fa un freddo pungente‘, probabilmente lo tollererai di più di chi dice ‘sto congelando!‘. La lingua è un acceleratore della percezione, un amplificatore di disagio o di resistenza.

E qui arriva il punto cruciale: se il nostro linguaggio ha sempre esagerato caldo e freddo, come facciamo a riconoscere il cambiamento climatico quando avviene davvero?

Se ogni inverno diciamo ‘fa un freddo polare‘, come possiamo renderci conto che le temperature medie si stanno alzando e le gelate sono sempre meno frequenti?

Il nostro linguaggio crea una sorta di rumore di fondo, che rende più difficile individuare i segnali reali del cambiamento climatico. È lo stesso meccanismo per cui, se urli sempre, quando c’è un vero pericolo nessuno ti crede.

A tutto questo si aggiunge la nostalgia climatica. Ogni generazione tende a dire ‘una volta gli inverni erano più freddi‘, ma questa è spesso una distorsione della memoria. Studi come quelli di Boroditsky dimostrano che il linguaggio influenza il modo in cui ricordiamo gli eventi: se parliamo del tempo atmosferico in termini estremi (‘freddo polare‘, ‘ghiaccio ovunque‘), finiamo per ricordare solo gli episodi più drammatici del passato, dimenticando le tendenze a lungo termine.

A peggiorare le cose, ci si mettono anche i media. Per anni i telegiornali ci hanno raccontato il freddo invernale con immagini di piste da sci affollate e bambini che giocano con la neve, come se fosse sempre una favola bianca, per declinare nel grottesco con la recente gita di massa a Roccaraso.

Il termine ‘ondata di gelo‘, poi, è un esempio perfetto di come si preferisca la drammatizzazione alla precisione: suona minaccioso, ma non spiega nulla di utile. Così, mentre l’informazione scientifica cerca di dirci che qualcosa sta cambiando, il nostro linguaggio continua a trattare il meteo come un tormentone stagionale.

E se il vero problema fosse che ci manca il linguaggio giusto per parlare di cambiamento climatico?

Mentre tutti sanno cosa significhi ‘fa un freddo boia’, termini come ‘riduzione delle ondate di gelo’, ‘aumento della temperatura media invernale’, ‘anomalia termica persistente‘ rimangono confinati nei telegiornali e nei report scientifici, senza entrare davvero nelle conversazioni quotidiane. Se non sappiamo nominare un fenomeno, facciamo fatica a riconoscerlo e ad agire di conseguenza.

Gli Inuit sanno distinguere un ghiaccio sicuro da uno pericoloso perché hanno le parole per farlo. Noi, invece, siamo ancora bloccati tra il ‘solito gelo invernale‘ e il ‘classico freddo cane‘, senza strumenti linguistici adeguati per raccontare il cambiamento climatico senza minimizzarlo o drammatizzarlo a vuoto.

Forse, per affrontarlo, dovremmo prima cambiare il modo in cui ne parliamo, creando un linguaggio più preciso e meno teatrale, che ci aiuti a distinguere un inverno normale da un inverno anomalo. Magari, se iniziassimo a dire ‘questo gennaio è 2°C più caldo della media degli ultimi 50 anni‘ invece di ‘ma che inverno strano‘, il messaggio passerebbe più chiaramente.

E quindi, la prossima volta che il vicino di casa vi dirà: «Ha visto che freddo oggi?», proviamo a rispondere in modo diverso. Magari, invece di «Eh sì, si gela!», potremmo dire «In realtà, negli ultimi anni ha fatto molto più freddo di così».

Se imparassimo a dire le cose per quello che sono, forse inizieremmmo anche a capirle meglio.

E allora, quanto freddo fa oggi? Dipende da come lo diciamo !

La fornace

Respiro fumo, non aria. La libertà è fuori da qui, lontana da questo posto che brucia. Non so se esiste un dopo, forse c’è solo questo fuoco.

La fornace divora il carbone, e noi con lui. Siamo piccoli ingranaggi dentro a una macchina enorme che non si ferma mai.

Le mie mani sono nere e dure, sembrano di legno. Non tremano più. Forse hanno dimenticato cosa vuol dire avere paura.

Il padrone sta là in fondo. Lo sento, non mi serve guardare. I suoi occhi seguono ogni movimento, calcolano ogni secchio di carbone. Vuole più fuoco, più fumo, più forza. Per lui non siamo persone, ma carburante. Ogni secchio che butto nella macchina è un pezzo di me che sparisce. La bestia ha fame, e io devo darle da mangiare. Lui è la sua voce, è l’ombra che sovrasta il fuoco.

Di notte sogno le colline verdi di casa mia, dove non c’è il rumore che spacca le orecchie e il fumo che graffia la gola. Ma ogni mattina mi sveglio qui, in questo posto che scotta e che non si spegne mai. Sembra che tutto dipenda da me, da quanto riesco a dar da mangiare a questa scatola di metallo.

Ogni goccia di sudore, ogni colpo del cuore è per lei, per la macchina. Eppure, non sono solo, siamo tanti. Ognuno con le sue mani nere e il respiro che si spezza.

Quando guardo il fumo che esce da qui, penso che non sia solo il mondo a dipendere da noi. Siamo noi a distruggerlo, un soffio nero alla volta. Anche fuori, quel fumo viaggia, copre tutto fino alle mie colline. Non è mai abbastanza. Bruciamo il mondo come bruciamo noi stessi.

Forse, un giorno, il fuoco finirà. Non ci sarà più carbone. Non ci saranno più schiavi, né padroni.

Ma fino a quel giorno, il combustibile sarò io.

La scintilla di Silvia

In casa Garuffi l’energia non era solo un numero sulla bolletta, ma una forma di potere, una questione morale, un vessillo di virtù domestica. Giovanni Garuffi, padre in una famiglia che non aveva chiesto di esserlo, governava la casa con un rigore che avrebbe fatto impallidire anche il più zelante dei contabili.

Nessuna luce poteva restare accesa senza ragione. Nessun elettrodomestico poteva funzionare oltre il necessario. E nessuna decisione, poteva sfuggire al suo occhio vigile.

Quando vedeva una luce accesa in una stanza vuota, il suo viso si accartocciava in una smorfia e le sue mani si stringevano attorno ai braccioli del divano come se avesse un nemico da sconfiggere.

«Luisa! La luce del corridoio! Vuoi illuminare la strada ai vicini? Per quello c’è il Comune!»

La voce tagliava l’aria come una lama, raggiungendo la moglie ovunque fosse. E Luisa, una donna minuta con la compostezza di chi ha imparato a sopravvivere alle tempeste, spegneva la luce senza replicare. Non per mancanza di parole, ma per economia di energie. Le parole con Gianni erano uno spreco maggiore della corrente.

***

Ma c’era stato un tempo in cui Luisa aveva avuto sogni e parole, quando frequentava l’università e si appassionava ai misteri della fisica. Ricordava ancora con nitidezza il suono dei gessetti che scorrevano sulle lavagne, le discussioni animate con i compagni di corso, l’odore della carta dei libri pieni di formule che sembravano magiche.

Aveva una mente acuta e curiosa, capace di restare ore su un problema finché non trovava la soluzione. Ogni nuovo teorema, ogni esperimento era una finestra su un universo di possibilità infinite. Era convinta che un giorno avrebbe fatto qualcosa di grande, che avrebbe lasciato un segno.

Poi era arrivato Gianni. Si erano conosciuti a una festa organizzata da amici comuni. Lui era diverso allora, o forse lo sembrava. Le aveva fatto sentire unica, speciale.

«Tu sei brillante, Luisa,» le aveva detto una sera, mentre camminavano lungo il fiume. «Con te al mio fianco, posso fare qualsiasi cosa.»

Era stato così convincente, così sicuro di sé, che lei ci aveva creduto. Quando le aveva chiesto di sposarlo, non aveva esitato. Lui era tutto quello che pensava di desiderare: affidabile, affettuoso, pieno di progetti per il futuro.

«Non devi preoccuparti,» le aveva detto. «Continuerai a studiare. Non permetterei mai che rinunci ai tuoi sogni.»

Ma la realtà si era rivelata molto diversa. Un anno dopo il matrimonio, Luisa aveva smesso di frequentare l’università. Non era stata una decisione improvvisa, ma una serie di piccoli passi, ognuno dei quali sembrava ragionevole al momento. Prima c’era stata la necessità di lavorare per contribuire alle spese.

Poi erano arrivate le richieste di Gianni: «Ma a che serve? Hai già tutto: una casa, una famiglia, me. Non è abbastanza?»

Ogni volta che cercava di riprendere in mano i libri, lui trovava un modo per scoraggiarla. Luisa iniziava a sentire il peso di quei commenti anche fisicamente. Ogni volta che alzava un libro, c’era una scusa, una richiesta urgente. Una sera, mentre cercava di leggere una dispensa di fisica avanzata, Gianni le strappò il foglio dalle mani.

«Vuoi perdere tempo con questa roba, mentre io faccio tutto da solo? Basta con queste illusioni, Luisa. La tua vita è qui, con me, non in quei sogni di gioventù.»

All’inizio aveva provato a resistere. Si alzava presto al mattino per studiare prima di andare al lavoro, ma Gianni si lamentava che faceva troppo rumore. Tentava di leggere la sera, ma lui insisteva per guardare la televisione insieme.

Alla fine, i libri erano rimasti chiusi, impilati in un angolo della stanza come monumenti a un futuro che non era mai arrivato. Ogni volta che li guardava, sentiva un nodo allo stomaco.

Con il passare degli anni, aveva smesso persino di pensarci. Si era concentrata sulla casa, sulla famiglia, su Gianni. Ma la sensazione di aver perso qualcosa di importante non l’aveva mai abbandonata del tutto.

Quando era nata Silvia, Luisa aveva provato una gioia immensa. Vedeva in lei una possibilità di riscatto, un motivo per continuare a sperare. Silvia era curiosa, brillante, piena di vita. Passava ore a leggere, a fare domande, a esplorare il mondo con l’entusiasmo che Luisa ricordava di aver avuto alla sua età.

Ma Gianni era cambiato. Non era più l’uomo affettuoso che aveva conosciuto. Il suo amore per l’ordine e la disciplina era diventato un’ossessione. Ogni aspetto della loro vita doveva essere controllato, regolato, misurato. E Silvia, con la sua curiosità insaziabile e il suo spirito ribelle, era una sfida costante alla sua autorità.

Luisa osservava i loro scontri con un misto di orgoglio e paura. Vedeva in Silvia la forza che lei stessa aveva perso, ma temeva per lei. Sapeva quanto poteva essere implacabile Gianni. Eppure, ogni volta che Silvia alzava la testa e lo affrontava, Luisa sentiva una scintilla accendersi dentro di sé. Era una scintilla che non osava ancora riconoscere, ma che stava iniziando a crescere.

***

Silvia era una ragazza con un animo indomito. I suoi occhi sembravano riflettere una luce inesauribile ogni volta che si immergeva nei suoi libri di scienza. Passava ore nella sua stanza, tracciando formule sulla lavagna o sfogliando le pagine logore di biografie di grandi scienziate come Marie Curie e Rosalind Franklin. In quelle storie trovava un rifugio sicuro, un luogo dove Gianni non poteva entrare. Ma la realtà, come spesso accade, era meno indulgente.

«Silvia!» tuonava suo padre, spalancando la porta senza preavviso. «Ancora con quelle cose? Hai finito i compiti? E quanta corrente stai sprecando?»

La voce di Gianni era un rumore costante, come un vecchio motore che non si spegne mai. Silvia continuava a scrivere, i gesti precisi come se nulla fosse accaduto. Non era paura, ma resistenza silenziosa: sapeva che non avrebbe vinto contro di lui con le parole. Però, ogni frase tagliente di Gianni si piantava nella sua mente come un chiodo, una ferita che si aggiungeva alle altre.

Luisa osservava dalla cucina, le mani che si stringevano nervosamente mentre il suo sguardo seguiva la scena. Voleva intervenire, dire qualcosa, ma ogni volta il timore la bloccava. Si era abituata al silenzio come a un’armatura: proteggeva, ma non permetteva di agire. Silvia, però, non si piegava. Quando i suoi libri venivano confiscati, trovava sempre il modo di recuperarli. Lavorava di notte, sotto la luce fioca di una lampada che copriva con un foulard per non farsi scoprire.

«Resisti troppo,» pensava Luisa, guardandola di nascosto. «Ma se non lo fai tu, chi lo farà?»

Una sera, durante una delle solite cene dominate dai monologhi di Gianni, Silvia decise di parlare. Era raro che lo facesse, ma quella sera qualcosa si accese in lei, come una scintilla che non poteva più essere ignorata.

«Papà,» disse, interrompendo bruscamente il suo discorso sulle famiglie moderne e i loro sprechi. «Sai che Marie Curie ha scoperto due elementi chimici mentre viveva in condizioni peggiori di quelle che tu ci imponi?»

Gianni si fermò, il cucchiaio a mezz’aria. «E allora?» rispose, sgranando gli occhi. «Non siamo Marie Curie, Silvia. Qui parliamo di bollette, non di scoperte scientifiche.»

Silvia, invece, non si fermò. «C’entra, invece. Se tutti avessero pensato come te, avremmo ancora le candele. E sai cosa sarebbe successo? Non avremmo nemmeno scoperto come siamo fatti dentro.»

Luisa si irrigidì, sentendo il tono duro della figlia. Per la prima volta, sembrava che Silvia non avesse paura di quello che sarebbe accaduto dopo. Gianni sbatté il cucchiaio sul tavolo, il rumore che fece sobbalzare le stoviglie.

«Non permetterti di parlare a tuo padre in questo modo,» disse con voce gelida. «Non hai idea di cosa significhi responsabilità.»

Silvia non indietreggiò. «Responsabilità? È spegnere la curiosità? Se lo è, allora preferisco essere irresponsabile.»

Gianni si alzò, il viso rosso di rabbia. Luisa si aspettava un’esplosione, un grido. Ma lui si limitò a lasciare la stanza, sbattendo la porta. Quando il silenzio calò, Luisa alzò lo sguardo verso la figlia. Non era rimprovero, ma preoccupazione.

«Non devi provocarlo così,» disse a bassa voce, più per abitudine che per convinzione.

Silvia scosse la testa. «Qualcuno deve farlo, mamma.»

Quella notte, Luisa entrò nella stanza di Silvia e la trovò al computer. Si sedette accanto a lei senza dire nulla. Silvia le rivolse un sorriso breve, ma nei suoi occhi Luisa vide qualcosa che la colpì. Non era solo sfida; era speranza. E in quel momento capì che forse, grazie a sua figlia, poteva sperare anche lei.

***

Il giorno seguente Gianni rientrò a casa più tardi del solito, i passi pesanti che risuonavano sul pavimento di legno. Aveva avuto una giornata difficile, e il nervosismo gli pulsava nelle tempie. Aveva bisogno di silenzio, ordine, e soprattutto che tutto fosse esattamente come voleva. Ma un filo di luce sotto la porta della stanza di Silvia lo fece bloccare. Serrò i denti. «Ancora?» borbottò tra sé, aprendo di scatto la porta senza bussare.

Silvia era seduta alla sua scrivania, un groviglio di fili, circuiti e una piccola lampadina accesa di fronte a lei. Aveva il viso chino, concentrato, ma al rumore improvviso alzò lo sguardo con calma. Nei suoi occhi non c’era paura, solo una quieta determinazione.

«Che cos’è questa roba?» esplose Gianni, puntando un dito verso il tavolo. «Non ti ho detto di smetterla con questi giochi? Quanta energia stai sprecando per queste… assurdità?»

Silvia si alzò lentamente, le mani ben ferme. «Non sono giochi, papà. È un progetto per la scuola. Sto costruendo un sistema per ottimizzare l’energia domestica. Vuoi che te lo spieghi?»

Gianni avanzò di un passo, la rabbia che gli deformava il viso. «Non voglio spiegazioni. Voglio che smetti di fare queste cose inutili e ti concentri su quello che conta. Questo non ti servirà a niente nella vita.»

Silvia sorrise appena, un sorriso che aveva più forza di mille parole. «Non ti sei mai chiesto come sarebbe la nostra vita se avessimo usato un po’ di intelligenza invece che paura? Guarda.» Prese un interruttore e lo azionò. La lampadina sul tavolo si accese, ma accanto ad essa un piccolo schermo mostrava il consumo energetico in tempo reale.

«Con questo,» spiegò Silvia, «posso sapere esattamente quanta energia usiamo e regolarla. Così possiamo risparmiare senza vivere al buio. Funziona davvero, papà. È scienza, non capricci.»

Gianni fece per afferrare il dispositivo, ma Luisa entrò nella stanza prima che potesse muoversi. Si mise tra lui e Silvia, il viso pallido ma deciso. «Non lo toccare.»

Gianni si fermò, sorpreso. «Luisa, stai dalla sua parte? Dopo tutto quello che ho fatto per questa famiglia?»

Lei lo guardò negli occhi, per la prima volta senza distogliere lo sguardo.

«Tutto quello che hai fatto, Gianni, è stato spegnere le nostre vite per paura. Hai spento i miei sogni, e ora vuoi spegnere i suoi. Ma Silvia ha ragione: è ora di smettere di vivere al buio.»

Il silenzio che seguì era carico di tensione. Gianni serrò i pugni, ma non trovò nulla da dire. Silvia fece un passo avanti, mettendo una mano sulla spalla della madre.

«Papà, non devi capire tutto subito. Ma sappi che non smetterò di lavorare a questo. Un giorno vedrai che avevo ragione.»

Gianni guardò entrambe, poi uscì dalla stanza senza una parola, il passo pesante. La porta si chiuse dietro di lui, lasciando Luisa e Silvia da sole. La madre abbracciò la figlia, stringendola forte.

«Hai fatto bene, Silvia. Hai fatto bene.»

***

I giorni seguenti furono diversi. Niente ordini urlati, né porte spalancate di scatto. Gianni restava in silenzio per gran parte del tempo, il viso teso e lo sguardo perso. Non era un uomo che ammetteva facilmente la sconfitta, e il confronto con Silvia e Luisa aveva lasciato un segno profondo.

Una sera, mentre la casa era immersa nel silenzio, Gianni si sedette al tavolo della cucina con in mano una vecchia lampadina spenta. La rigirava tra le dita, pensieroso. Quando Luisa entrò, lui alzò lo sguardo.

«Non pensavo che fosse così difficile lasciar andare certe cose.» La voce era più sommessa del solito, quasi fragile. Luisa non rispose, ma gli si sedette accanto, lasciandolo parlare. Forse era solo un primo passo, ma per lei era sufficiente.

Silvia continuò a lavorare al suo progetto. La sua stanza era diventata un piccolo laboratorio, con schemi e circuiti sparsi ovunque. Una sera, mentre stava sistemando il dispositivo finale, sentì bussare alla porta. Era Luisa, con in mano una tazza di tè. Entrò e si sedette accanto a lei, osservandola in silenzio.

«Mamma, pensi che papà cambierà mai davvero?» chiese Silvia senza sollevare lo sguardo dal suo lavoro.

Luisa rimase in silenzio per un momento, poi rispose con un sorriso triste. «Non lo so, Silvia. Ma so che noi non torneremo indietro. E questo è già un inizio.»

Pochi giorni dopo, Silvia presentò il suo progetto alla gara scolastica. L’intera sala rimase in silenzio mentre spiegava come il suo sistema potesse ridurre il consumo energetico domestico senza sacrificare il comfort. Alla fine, ricevette una standing ovation e il primo premio. Le persone si avvicinarono a Silvia una dopo l’altra, complimentandosi per la sua determinazione e la genialità del progetto.

Un professore universitario le strinse la mano, dicendole: «Sei un esempio per i tuoi coetanei. Abbiamo bisogno di menti come la tua.»

Silvia sorrise, grata, ma dentro di sé pensava a sua madre, alla forza silenziosa che l’aveva sostenuta in ogni passo.

Gianni era presente alla premiazione. Si era seduto in disparte, lontano dalla folla, le mani intrecciate in grembo. Quando Silvia salì sul palco per ritirare il premio, la guardò con un misto di orgoglio e smarrimento. Era evidente che non sapeva come affrontare quella realtà nuova: una figlia che non aveva bisogno della sua approvazione per brillare.

Alla fine della cerimonia, Silvia si avvicinò a lui. «Papà, grazie per essere venuto.» La sua voce era calma, senza rancore.

Gianni annuì lentamente. «Hai fatto un buon lavoro, Silvia. Davvero.»

Non era una riconciliazione completa, ma era un inizio. E per Silvia, era abbastanza.

Quanto a Luisa, la trasformazione che aveva iniziato quella notte continuò a crescere. Riprese in mano i suoi vecchi libri di fisica, passandoci le sere accanto a una lampada che non si preoccupava più di spegnere. Silvia la osservava e vedeva un nuovo bagliore negli occhi di sua madre, una luce che sembrava dire: «Finalmente.»

La casa dei Garuffi non era cambiata completamente. Gianni era ancora lo stesso uomo in molte cose, ma qualcosa si era spezzato nel suo controllo. E Luisa e Silvia, insieme, avevano trovato una nuova forza. La loro casa, una volta immersa nel buio, iniziava a brillare di una luce diversa. Una luce che non veniva dall’elettricità, ma da una libertà finalmente riconquistata.

Se un giorno d’estate un’auto elettrica…

«La novità del nostro sistema di car sharing elettrico è che le portiamo la macchina ovunque lei ne abbia bisogno. Basterà una semplice telefonata indicandoci l’indirizzo e l’orario in cui desidera attivare il servizio. Un nostro addetto si farà trovare sul posto col motore accesso.»

Roberto aveva trovato il volantino attaccato sulla porta a vetri del supermercato. C’era un numero verde e lui incuriosito aveva chiamato.

«È un nuovissimo servizio che noi svolgiamo e siamo vincitori del Green Award 2023 per l’idea più innovativa a impatto zero. Pensi che, grazie al nostro servizio, in un anno abbiamo evitato a Roma più di cinque milioni di tonnellate di anidride carbonica. In questo modo chi abita in città può dar via l’automobile. Lei ha un’automobile?» gli chiese la ragazza.

«In realtà no. Io e mia moglie ci muoviamo sempre con l’autobus. La macchina l’abbiamo venduta perché non potevamo permettercela,» rispose Roberto. «Però oggi ne avremmo proprio bisogno. Siamo anziani e siamo venuti al supermercato per fare la spesa.»

«Benissimo! Per i clienti con più di sessantacinque anni abbiamo una convenzione con i principali centri commerciali in tutta la penisola. Lei godrà di uno sconto del venti per cento sul costo del servizio e, in più, potrà decidere come e quando pagare.»

«Quindi vuol dire che posso pagare, diciamo, anche il ventisette del mese?»

Roberto fornì alla telefonista le proprie generalità e prenotò una macchina per le dodici e trenta. Chiuse la conversazione contento e ripose il vecchio cellulare nel borsello che portava a tracolla. Tirò fuori dalla tasca una moneta da un euro e prese un carrello dalla rastrelliera.

«Pomodorini» disse Roberto mentre combatteva con il carrello che aveva una ruota sbilenca. «Abbiamo bisogno di pomodorini.»

«Cosa?» rispose Elisabetta distrattamente, mentre frugava nella borsetta cercando la lista della spesa.

«Pomodorini» ribatté Roberto con voce più alta. «Non abbiamo mai pomodorini e a me piacciono molto.»

«Non ti piacciono i pomodorini» disse Elisabetta aprendo la lista della spesa e scrutandola con gli occhiali sbagliati.

«Si che mi piacciono» rispose indignato, «proprio ieri sera volevo mangiarli con la mozzarella che aveva portato Stefano da Agropoli.»

«Non mi interessa quello che ti piace e poi costano troppo» ribatté Elisabetta piccata mentre depositava nel carrello una confezione di uova.

«Ma stai scherzando?»

«Ho detto che costano troppo e poi sei allergico ai pomodori. Ti ricordi quell’anno che abbiamo aiutato Matilde a preparare la passata? Ti ricordi che abbiamo dovuto portarti d’urgenza al Pronto Soccorso perché non respiravi?» Gli rammentò Elisabetta guardandolo con occhi severi.

«E cosa dovrei mangiare, secondo te?»

«La cicoria, per esempio, che costa poco e fa tanto bene. M’ha detto il dottore che cura pure il nervosismo.»

«A me la cicoria fa schifo. Ce la dava mamma durante la guerra. La andavamo a raccogliere nei campi di nascosto dai tedeschi. Odio la cicoria.»

«Smettila di dire stupidaggini e trovami la farina che stasera vorrei fare la pizza.  Mi raccomando, prendi quella solita e non fare sempre di testa tua.»

Roberto spinse il carrello verso la corsia del pane e delle farine. Gli scaffali erano stracolmi di confezioni di marche diverse, alcune più note altre completamente sconosciute. Faticò a trovare quella giusta, una semplice farina doppio zero. La depositò nel carrello e ritornò dalla moglie. Il resto del giro di shopping passò senza incidenti, tranne quando cercò di infilare un pacco di biscotti al cioccolato nel carrello ed Elisabetta, dopo averlo ripreso come si fa con un bambino, li rimise nello scaffale.

Alle casse la donna cominciò a chiacchierare con la cassiera mentre lei digitava i prezzi. Roberto la seguiva silenzioso. Continuava a fissare un piccolo scaffale posizionato dietro la cassiera in cui erano esposte in bella vista i rasoi da uomo.

«Chissà perché le tengono lì?» pensò, «è difficile scegliere il rasoio che ti serve quando sei in fila con la gente che spinge e si fa i fatti tuoi. C’è bisogno di calma per decidere se acquistare un bilama o addirittura un trilama.» Non riuscì a darsi una spiegazione e quando la moglie ebbe terminato di imbustare, si avvicinò alla cassiera tenendo una mano nella tasca destra.

«Scusi,» le disse con voce pacata, «ho una pistola qui nella tasca e questa è una rapina. Non urli e, senza dare nell’occhio, prenda un sacchetto di carta e ci metta dentro tutti i soldi che ha nella cassa.»

La ragazza lo guardò perplesso e inghiottì la saliva. Non le era mai accaduto di essere rapinata durante il turno di lavoro ma di fronte a quel vecchietto con la pistola non sapeva se ridere o se scoppiare a piangere. Cercò di spiegargli che il supermercato era dotato di un sistema di videosorveglianza e che sarebbe stato meglio desistere da quel folle intento.

«Stia un po’ zitta,» la redarguì Roberto, «faccia come le ho detto. Metta i soldi nella busta!»

Poi si voltò verso il resto della fila e scorse nel carrello della signora che era dietro di lui due confezioni di pomodorini. Le afferrò e le infilò nel sacchetto.

«E adesso, chi ha preso un pacco di frollini con gocce di cioccolato?» gridò cercando di individuarlo nei carrelli ormai rimasti senza proprietario.

«Ce li abbiamo qui» gli rispose una donna porgendoglieli «può prenderli se vuole.»

Roberto sorrise mentre guardava il suo orologio da polso.

Era quasi mezzogiorno e mezzo. I due presero le buste e si allontanarono veloci fra la folla. Una macchina li attendeva pronta per partire. Roberto firmò il modulo e salutò l’omino elegante mentre si allontanavano veloci verso l’uscita.

«Era tanto che non guidavo e queste macchine elettriche sono proprio una bomba. Pensa che, con questo servizio, tutta la città di Roma ha evitato più di cinque milioni di tonnellate di anidride carbonica. Mi hanno detto che è a impatto zero.»

«Si ho capito. Ma quanto te l’hanno fatta pagare?»

Ma a Matrix l’energia chi la paga?

Ieri ho rivisto Matrix per l’ennesima volta. Immagino lo conosciate: il famoso film delle sorelle Wachowski che ci trasporta in un mondo dove la realtà è una simulazione e gli esseri umani sono utilizzati come batterie da una civiltà di macchine senzienti.

Neo, il protagonista, scopre che il mondo che conosce è solo una simulazione progettata per intrattenere la sua mente mentre il suo corpo produce energia per le macchine. Ma quanto è realistico questo concetto dal punto di vista scientifico?

Partiamo dal sistema di alimentazione. L’idea descritta da Morpheus, il mentore di Neo, riguardo all’uso degli esseri umani come fonte di energia è chiaramente improbabile e vi spiego perché, dati alla mano.

Visto che non esistono informazioni fondate sull’apporto calorico di carne umana, a meno di non avere conoscenze con antropofagi salutisti, ho dovuto far riferimento a qualcosa di biologicamente simile: la carne di maiale (fonte: Smithsonian Magazine). Cento grammi di maiale bello grasso forniscono circa 500 calorie. Se consideriamo una persona media del peso di 80 kilogrammi composta interamente di carne commestibile, senza ossa, cartilagini o organi, avremmo un totale di 400 mila calorie.

Supponendo che una persona consumi giornalmente circa 2000 calorie, potrebbe sostenere un altro individuo per 210 giorni. Quindi, l’idea di utilizzare esseri umani per nutrire altri umani è chiaramente antieconomica e insostenibile a lungo termine.

E ora parliamo della trasformazione di calorie in elettricità. Anche in questo caso, siamo lontani da ciò che la scienza dice. Infatti, il primo principio della termodinamica afferma che l’energia non può essere creata né distrutta, ma solo trasformata. Nel film, gli esseri umani vivono in uno stato di quasi totale inattività, con le loro menti immerse in una simulazione. Anche a riposo, un corpo consuma energia per mantenere le funzioni vitali: il solito individuo di 80 kg brucia 1.350 calorie al giorno solo per rimanere in vita. Questa energia è necessaria per mantenere il cuore che batte, il cervello che funziona e altri processi biologici fondamentali.

Il cervello, infatti, utilizza circa il 20% dell’energia del corpo e nella Matrix gli umani conducono vite mentali complete, il che significa che una notevole quantità di energia è consumata solo per l’attività cerebrale. Purtroppo, questa energia non può essere recuperata dalle macchine per alimentare i loro sistemi.

Poi, il secondo principio della termodinamica ci dice che la somma delle entropie di due o più sistemi che interagiscono aumenta sempre, il che implica che non si può ottenere energia senza costi. Anche se le macchine potessero sfruttare tutta l’energia prodotta dal cervello umano, l’energia necessaria per mantenere in vita gli individui sarebbe sempre maggiore di quella che potrebbero recuperare.

Infine, il terzo principio afferma che l’entropia di un sistema si avvicina a una costante quando la temperatura si avvicina allo zero assoluto. Tuttavia, raffreddare i corpi umani a tali livelli li ucciderebbe, rendendo l’operazione inutile.

Usare gli umani come batterie è una follia e nutrirli con altri umani è ancora più insensato. Ma allora perché le macchine continuano a mantenere gli esseri umani in vita? La storiella del sole oscurato e dei pannelli che non funzionano non può reggere, poiché si sarebbero potute utilizzare fonti di energia come il nucleare, il carbone, il gas o persino i rifiuti.

Eppure, vediamo i robot prendersi cura delle capsule e collegare gli esseri umani alla Matrix. Se i robot tengono gli umani attaccati alla Matrix, li nutrono e si prendono cura di loro, ci deve essere una ragione.

Il mio amico Marco, ingegnere informatico e grande esperto di cinema, ipotizza che le macchine utilizzino la capacità cerebrale degli umani come potenza di calcolo distribuita. Altri suggeriscono che, seguendo le leggi di Asimov, le macchine abbiano un imperativo morale a proteggere l’umanità, nonostante il loro dominio.

Entrambe queste teorie sono più plausibili dell’idea che gli esseri umani siano usati come batterie.

Matrix rimane un affascinante esercizio di speculazione filosofica e scientifica. Vent’anni dopo, continuiamo a discutere e riflettere sul mondo creato dalle Wachowski, dimostrando che, in termini di stimolo intellettuale e creatività, l’energia è stata davvero ben spesa.

Non lasciarti condizionare…dal condizionatore

In una delle scene iniziali del film ‘La mafia uccide solo d’estate’, uno zelante tecnico installatore tenta di spiegare a Totò Riina il funzionamento di un climatizzatore.

aria condizionata

I simboli del sole per ottenere il caldo e del cristallo di neve per il fresco, stampati sul telecomando, traggono in inganno il boss che li immagina invece collegati alle condizioni climatiche esterne, scatenando un’esilarante quanto grottesca discussione fra i due.

L’uso poco razionale che molti di noi fanno di queste apparecchiature, con il conseguente spreco di energia, dipende proprio dalla difficoltà nel percepirne i meccanismi di funzionamento.

Nel nostro immaginario persistono ancora i tradizionali apparecchi per produrre calore che funzionano per irraggiamento. Per questo motivo siamo convinti che anche il climatizzatore funzioni allo stesso modo, producendo al proprio interno quel bel fresco che poi verrà ‘irradiato’ nella stanza attraverso delle bocchette munite di alette direzionali.

Sarà per la nostra ignoranza della legislazione termodinamica o della macchina di Carnot, che non è l’automobile di un ispettore della polizia francese, o per il fatto che il climatizzatore abbia da sempre rappresentato un optional di lusso e, per tale motivo, poco diffuso nelle nostre abitazioni, ma facciamo veramente fatica a immaginare che quel congegno incollato alla parete della nostra camera da letto serva a tirare via il calore dall’ambiente interno per portarlo verso l’esterno, proprio come fa il frigorifero che conserva i nostri cibi in cucina.

clima_primo piano.jpg

Se riuscissimo a capire tale arcano e in questo case produttrici e installatori non sono di particolare aiuto, eviteremmo di aprire le finestre a climatizzatore accesso o di nasconderlo dagli sguardi indiscreti con tende o orpelli vari che possano impedire il deflusso del calore.

Manterremmo la temperatura interna settata ad esempio, fra i 27 e i 30 gradi, consapevoli che questo valore dipenda soprattutto da un equilibrio che si insatura fra l’interno e l’esterno, evitando sbalzi termici superiori ai 5-6 gradi.

E ricordate. Sole per il caldo, neve per il fresco, sole per il caldo, neve per il fresco. Non il contrario !!!!

Freud non spegneva mai la luce

P: Dottò, sono disperato.

D: E quale sarebbe la novità, signor Paglioli? Il mese scorso era affranto. Quello prima angosciato. Questa volta a cosa dobbiamo l’onore della sua visita?

P: La bolletta continua a essere esagerata e io non capisco il perché.

D: Per questo deve passare all’ENEL…

P: Ci sono andato all’ENEL e ho detto le stesse cose anche a loro. Poi, una parola tira l’altra, io ho cominciato a fare il pazzo e loro mi hanno educatamente consigliato di uscire dall’ufficio. E allora sono venuto qui da lei…

D: Che fortuna, eh?

P: Eppure, ho provato di tutto, mi deve credere. Ma non è servito a niente. Lampadine a LED, elettrodomestici efficienti, ho perfino iniziato a non fare più le lavatrici di notte!

D: Sarà contenta la signora del piano di sotto. Non era lei che l’aveva denunciata all’assemblea di condominio?

P: Si che era lei. Ma adesso è diverso. Deve esserci un problema psicologico…

D: Solo uno?

P: La prego dottò, non scherzi. Io ho gli incubi.

D: Mi scusi, ma mi ero lasciato trasportare. Mi dica tutto, la ascolto. Mi parli degli incubi. Vede per caso lampadine volanti che la fissano nel buio?

P: No !

D: Lo scaldabagno elettrico che la vuole uccidere…

P: No !

D: I termosifoni che esplodono ?

P: No, no, niente di tutto questo. Ho una strana sensazione che non mi fa dormire. Qualcosa di più profondo, un peso proprio qui…

D: A volte i peperoni la sera…

P: Ma che peperoni…io soffro e lei si prende gioco di me ?

D: Si ricordi che io sono un professionista e non scherzo. Qualche volta, sdrammatizzo.

P: Mi perdoni…

D: Dunque, in realtà ci sono diversi motivi psicologici che potrebbero spiegare la sua difficoltà nel percepire e gestire il consumo di energia.

P: Ad esempio…

D: Ad esempio, quella che nel nostro gergo si chiama attenzione selettiva. Il suo cervello ha una capacità molto limitata di attenzione…

P: Forse il suo cervello…

D: Era un modo di generalizzare Paglioli. Il cervello di ognuno di noi  tende a concentrarsi su stimoli immediati e rilevanti per la nostra sopravvivenza. Visto che il consumo di energia è un fenomeno spesso invisibile e indiretto, non attira facilmente la nostra attenzione.

P: Quindi, lei vuole dire che il mio cervello è troppo occupato a preoccuparsi del fatto che mia moglie non mi ha comprato il barattolo di Nutella per accorgersi che il condizionatore è acceso da tre giorni?

D: Più o meno…

P: Più o meno?

D: Anche questo era un modo di dire. La vedo troppo rigido Paglioli, si rilassi.  

P: Si metta nei miei panni.

D: Non sia mai Dio…Allora, dove ero rimasto. Ah, si. Insieme all’attenzione selettiva c’è l’abitudine. I nostri comportamenti quotidiani che ci fanno consumare energia diventano abitudini automatiche. E una volta che un comportamento diventa un’abitudine, è meno probabile che ne siamo consapevoli o che ne percepiamo l’impatto energetico.

P: Quindi lasciare la TV accesa tutto il giorno mentre sono al lavoro potrebbe essere solo un’abitudine?

D: E’ una cattiva abitudine…

P: Sono d’accordo con lei !

D: Adesso mi dica una cosa, Paglioli.  Lo conosce il detto ‘ lontano dagli occhi, lontano dal cuore’?

P: Si, ma che c’entra?

D: C’entra perché è la versione popolare di quella che chiamiamo distanza psicologica. Noi ci preoccupiamo meno dei problemi che percepiamo come psicologicamente lontani, sia nel tempo che nello spazio. Quindi, il consumo di energia e le sue conseguenze possono sembrare lontani e astratti e questo riduce la nostra motivazione a tenerli sotto controllo.

P: Ah, quindi se non vedo il contatore girare impazzito, non mi preoccupo?

D: Potrebbe trattarsi anche di miopia ma diciamo che ha capito il concetto. E non solo percepiamo le cose distanti anche se non siamo miopi ma abbiamo anche una visione frammentata della realtà…

P: Fra… ?

D: Frammentata, spezzettata. L’energia che consumiamo sta dentro molti piccoli dispositivi e questo ci rende difficile percepire l’impatto complessivo.

P: Quindi quella serie di luci natalizie che tengo fuori al balcone accese tutto l’anno potrebbe essere solo una goccia nel mare, ma tante gocce fanno un oceano?

D: Ma lei tiene sempre tutto acceso e poi si lamenta che la bolletta è salata?

P: Non me ne parli.

D: Dulcis in fundo c’è una cosa che non la riguarda.

P: Ah meno male…

D: L’ottimismo…

P: Mi vuole dire che io sono un pessimista.

D: Lasci perdere, amico mio. Se lei fosse un ottimista, tenderebbe a sottovalutare i rischi e a sovrastimare le sue capacità di gestire le risorse. Tutto questo ci porta a credere che il nostro consumo energetico sia meno significativo o problematico di quanto non sia in realtà.

P: Quindi un ottimista penserà sempre che un’altra mezz’ora di forno acceso non farà male?

D: Proprio così. In più, l’assenza di un feedback immediato sul consumo energetico rende difficile per il cervello fare associazioni chiare tra azioni e conseguenze. Ad esempio, il costo dell’elettricità viene spesso percepito solo quando arriva la bolletta, che è un feedback ritardato rispetto all’uso quotidiano.

P: Quindi dovrei ricevere una scossa ogni volta che lascio una luce accesa senza motivo?

D: Magari fosse !

P: Dottore, non dica così che io soffro.

D: Paglioli, non c’è niente da soffrire. Bisogna reagire.

P: E come ?

D: Innanzitutto, lasci perdere la mia lampada. E’ da quando è entrato che continua ad accendere e spegnere Deve ingannare il suo cervello emotivo. Vede, il cervello emotivo reagisce alle emozioni più che alla logica. Deve usare qualche espediente per prenderlo in giro.

P: E come faccio?

D: Ad esempio, si può ricompensare quando risparmia energia. Ogni volta che spegne un apparecchio inutile, si dia un piccolo premio, tipo una caramella o cinque minuti di relax.

P: Come il cane di Paolo, praticamente?

D: Chi è Paolo ? Ah Pavlov? Esatto! Il suo cervello è come un cucciolo che va addestrato con pazienza e premi. E poi può visualizzare il risparmio energetico. Metta un barattolo in cucina e ogni volta che risparmia energia, ci metta dentro qualche moneta. Vedrà che alla fine del mese sarà più motivato.

P: Interessante. E cos’altro posso fare?

D: Può anche usare il potere dell’abitudine inversa, che non è roba da Herry Potter. Ad esempio, se tende a lasciare la luce accesa, metta un post-it sulla porta con scritto “Spegni la luce”. Dopo un po’, non avrà più bisogno del post-it, perché il suo cervello avrà acquisito la nuova abitudine.

P: Mai pensato che risparmiare energia potesse essere così divertente.

D: L’importante è rendere tutto più immediato e gratificante. Il cervello emotivo ama le sfide e le ricompense.

P: Dottore, lei è davvero un genio assoluto.

D: Faccio del mio meglio, Paglioli. Anche con pazienti difficili come lei capaci di fulminarmi un lampadina LED che dovrebbe durare cinquantamila ore.

P: La prossima volta gliela ricompro.

D: Lasci perdere. E mi faccia sapere se trova qualche espediente che funziona particolarmente bene. Potrei usarlo con i miei prossimi pazienti!

P: Allora arrivederci.

D: Paglioli, quale arrivederci? Non mi paga la visita?

P: Pagherò con i risparmi sulla bolletta, dottò. Ci vediamo tra un paio d’anni!