Mi chiamo Antonio e sono arrivato a Chicago che le parole mi scappavano. Non è che non c’erano. È che non erano mie.
Io lavoravo. Questo sì lo sapevo fare. Caricare, tirare, spingere. Le mani capiscono prima della testa.
La giornata invece non finiva mai. Non aveva misura. Era una cosa lunga che ti prendeva e ti lasciava la sera già finito.
Mi trattavano come uno che può essere cambiato. Come un pezzo. Io non dicevo niente. Non sapevo come dirlo.
Una parola però l’ho imparata. L’ho sentita girare, sempre uguale. Eitauars. All’inizio pensavo fosse il nome di qualcuno. Poi me l’hanno spiegata con le dita. Otto. Otto ore.
Mi è sembrata una cosa strana. Che il tempo potesse avere un limite. Per questo sono andato alla piazza. C’era gente come me. Stanchezza addosso e occhi aperti.
Due compagni parlavano sopra un carro. Io capivo poco. Accanto a me c’era chi traduceva a pezzi, come poteva. Non tutto. Ma abbastanza.
Dicevano che non potevamo più vivere così. Che non era giusto. Io annuivo. Anche senza capire tutte le parole, quella cosa la sentivo.
Ogni tanto passavano di lato quelli vestiti bene. Si fermavano un poco, guardavano, poi andavano via. Guardavano come si guardano gli animali al mercato. Per vedere se stanno in piedi.
Più in là c’erano i poliziotti. Fermi. Troppo fermi. Io li guardavo e mi veniva un pensiero. Questi stanno aspettando. Non sapevo cosa. Ma aspettavano.
A un certo punto mi si è avvicinato uno con accento tedesco.
«Vuoi guadagnare qualche dollaro?» L’ha detto piano.
Io ho pensato al letto, al pane. Gli ho risposto di sì.
Mi ha fatto cenno di seguirlo. Siamo usciti un poco dalla piazza, dietro i carri. Camminava come uno di noi. Scarpe sporche, giacca consumata. Mi fidavo.
Si è fermato. Ha guardato verso la piazza, poi verso di me.
«Che dobbiamo fare?» ho chiesto.
Non mi ha risposto subito. Ha infilato la mano sotto il carro. Ha tirato fuori un filo sottile, quasi nascosto. Allora ho capito che la roba era già lì.
«Ma che cazzo vuoi fare?» ho gridato.
Lui ha fatto una faccia come se fosse una cosa semplice.
“Pagano bene,” ha alzato appena le spalle.
Io sono rimasto fermo.
«Ma quelli sono poveri cristi come noi,» ho detto guardandolo negli occhi.
Lui ha scosso la testa ridendo.
«Mica mi pagano quei morti di fame. I soldi me li danno quelli che il pane ce lo fanno avere.»
Non sapevo che dire. Sapevo solo che non era giusto lo stesso.
Ha tirato fuori un fiammifero. L’ha acceso. Piccola fiamma. Veloce.
Lì mi sono mosso.
«Fermati,» gli ho urlato.
Ho allungato la mano, gli ho preso il braccio.
«Lascia,» si è girato forte.
Abbiamo tirato. Il fiammifero è caduto, ma la miccia ha preso lo stesso.
Pensavo che bastasse poco per spegnerla. Ma il poco non è bastato. La fiamma è corsa più veloce. La luce è arrivata prima del pensiero. Poi il rumore.
Quando ho riaperto gli occhi, la piazza era rotta. Gente a terra, gente che gridava, gente che correva senza sapere dove. E poi gli spari.
Quelli non cercavano lui. Cercavano noi. E in quel momento ho capito che non serviva capire le parole. Era già deciso.
Nei giorni dopo hanno preso uomini. Li hanno chiamati colpevoli.
Io ho continuato a lavorare. A stare zitto. Ma quella parola, eitauers, non è sparita. È rimasta come un chiodo.
Anni dopo ho visto una cosa strana. Gente che si fermava per strada. Tutti insieme. Ho chiesto.
«Primo maggio,» mi hanno detto.
Ho ripensato a quella sera. Alla miccia. A quanto era corta. E a quanto invece questa cosa non si è spenta.
Io non sono riuscito a fermarlo.
Ma nemmeno loro, a quanto pare.
