
Il confessionale verde
Il confessionale di don Luigi non era mai stato un luogo di grandi sorprese. Ogni settimana si ripresentavano gli stessi peccatori, con peccati ripetuti come preghiere e scuse ormai imparate a memoria.
Don Luigi, però, non si annoiava. Li conosceva così bene che poteva prevederne parole e pensieri, come fossero versetti di un messale consunto.
Si sistemò la stola verde con un gesto deciso, più teatrale che liturgico, come un attore che si prepara alla scena madre, e lanciò un’occhiata all’inginocchiatoio dall’altra parte della grata.
La chiesa odorava di cera e umido. Dal cortile arrivava un filo d’aria fredda con dentro un vago sentore di minestrone e fumo di legna.
Il legno scricchiolò. Era Giovanni, il Nanni per tutti. Un uomo basso, spalle in avanti, due occhi chiari che sembravano sempre un po’ offesi dal mondo. I pochi capelli bianchi spuntavano come fili d’erba su una testa lucida.
Si inginocchiò piano, posando il cappello tra le mani come fosse una reliquia.
«Perdonatemi, padre, perché ho peccato.»
Don Luigi trattenne un sorriso. Conosceva Giovanni come la sua chiesa, ogni crepa, ogni scricchiolio, ogni vizio.
«Fammi indovinare. Ieri sera c’era la coppa, la TV s’è piantata e tu hai tirato giù qualche santo.»
Il Nanni alzò le sopracciglia. «Ma come fai, don? Mi leggi nel pensiero?»
«È l’esperienza, amico mio. O la solita programmazione del mercoledì.»
«Stavamo vincendo! Poi puff, corrente saltata. Mi è scappata una parola grossa, lo ammetto.»
Don Luigi annuì serio. «Dio perdona i tifosi frustrati. Ma dimmi, quando è finita, l’hai spenta davvero o l’hai lasciata in standby?»
Il vecchio sbarrò gli occhi. «Don, ma cosa c’entra come spengo la TV col mio peccato? Sei sicuro di seguire le istruzioni del Vaticano?»
Don Luigi inclinò la testa con aria severa, come un maestro costretto a spiegare la stessa lezione da anni.
«C’entra, e come se c’entra. E poi, lo so io come si fa una confessione,» disse con tono deciso.
«Ogni volta che spegni la TV resta in standby, e intanto consuma corrente. E Dio detesta lo spreco, caro mio. Per penitenza,» sentenziò, «vai a casa e controlla. E già che ci sei, pianta un albero nel giardino della canonica. Entro stasera. E non discutere.»
Il Nanni si passò una mano sulla fronte, come se gli avesse chiesto di costruire l’arca di Noè.
«Un albero? Padre, io ho settantotto anni! Piantare alberi non è pericoloso?»
«Solo se non li innaffi,» rispose Don Luigi.
Quando uscì dal confessionale, camminava a passi lenti, scuotendo la testa.
«Questi preti moderni… ma dove lo trovo un albero a quest’ora? E poi chi lo paga, io o la parrocchia?»
La prossima era Maria, minuta ma con l’energia di un generale e la lingua affilata di un sarto.
Entrava in chiesa come se dovesse fare un’ispezione, e nel confessionale si trasformava in una martire.
Si inginocchiò con un gesto studiato. «Padre, ieri ho litigato con mio marito. A tavola gli ho detto che è inutile come una forchetta nel brodo.»
Don Luigi sollevò lo sguardo. «Maria, ormai lo sappiamo tutti che maltrattare Saverio è il tuo sport preferito. Ma dimmi, la luce era accesa mentre lo facevi martire?»
«Certo, don Luì! Mica mangiamo al buio!»
«E le lampadine? Sono al LED?»
Maria lo guardò con sospetto. «Cosa c’entrano le lampadine col mio peccato?»
«C’entrano eccome. Ogni lampadina vecchia è uno spreco, e lo spreco è mancanza di rispetto per il creato. Per penitenza, cambi tre lampadine e abbassi il termostato di due gradi.»
Maria incrociò le braccia. «Padre, mio marito dice che con due gradi in meno ci vuole la coperta.»
«E allora gliela regali. Con un bel fiocco. Così fate pace e risparmiate pure.»
Maria si alzò sospirando. «A saperlo, andavo a confessarmi dal ferramenta, almeno le lampadine me le trovavo già comprate.»
Don Luigi si appoggiò allo schienale, lasciando che il silenzio lo avvolgesse. Gli capitava spesso, in quei momenti, di tornare con la mente a quel giorno al negozio di alimentari, quando tutto era cambiato.
Camporotto era l’esatto opposto di Roma, dove aveva passato gli ultimi dieci anni. Roma era un mosaico caotico: traffico, luci, voci che si accavallavano. La Capitale del tutto e del niente.
Camporotto, invece, sembrava uscito male da un fermo immagine: un paese dove il tempo si era fermato… e si era rotto. Le case basse, l’intonaco che cadeva, il bar con la serranda mezza giù e le biciclette appoggiate al muro. Gli orologi smettevano di funzionare e nessuno si stupiva. Qui la memoria aveva un valore relativo.
Don Luigi ricordava il giorno in cui aveva ricevuto la lettera del trasferimento. Seduto nella cucina romana, accanto al poster di Papa Francesco che sorrideva benevolo, aveva aperto la busta con mani tremanti.
«Finalmente,» aveva pensato, «porterò il messaggio della Laudato si’ tra la mia gente.»
Quell’enciclica era stata il suo faro. La cura della terra, la spiritualità concreta. Tutto gli era sembrato un mandato chiaro, urgente.
Poi era tornato in paese e la realtà lo aveva colpito come una secchiata d’acqua gelata.
Qui non c’erano slanci poetici. La gente pensava a finire la settimana, raccogliere le olive prima della pioggia, trovare parcheggio vicino alla chiesa la domenica.
Un peccato contro il creato? Dimenticare l’olio nuovo al sole o lasciare il trattore davanti a casa del vicino.
Alla sua prima messa aveva guardato i parrocchiani uscire chiacchierando di potature e taralli.
«Francesco mio,» aveva sussurrato, «qui non c’è speranza.»
Ma don Luigi non era tipo da arrendersi. Aveva provato con prediche accorate, poi con volantini colorati, infine con un seminario dal titolo Camporotto per un futuro sostenibile. Niente.
Quel martedì, al negozio di alimentari, tutto cambiò. Aspettava in fila, tenendo una busta di mele come fosse l’ultima cosa certa. Davanti a lui, Giovanni, Sergio e Bruno gesticolavano come un’orchestra invisibile.
«Sapete quanto spreco c’è in questo paese?» tuonava Giovanni. «L’acquedotto perde acqua da tutte le parti. È un peccato, un vero peccato!»
Sergio annuiva. «E la corrente? Le luci accese a ogni ora! Pare che la bolletta la paghi qualcun altro!»
Bruno, il più anziano, chiuse il discorso ripetendo: «Qualcun altro! E la spazzatura? Bottiglie nel fosso. Ma tanto, chi se ne frega.»
Don Luigi li ascoltava, stupito. Quelle parole – peccato, un vero peccato – gli rimbombavano nella testa. I suoi parrocchiani si confessavano per tutto. Una parola di troppo, una bugia, un pensiero impuro. Ma mai per una luce accesa o una bottiglia buttata nel fosso.
Eppure, cos’erano quegli sprechi, se non offese al creato? Prediche, volantini, seminari. Tutto inutile.
Poi gli venne l’idea. Non sarebbe più stato lui a parlare, ma la penitenza. Confessione ecologica, mormorò tra sé. Un’idea folle, forse. Ma i miracoli, a volte, nascono così.
Il legno del confessionale tornò a scricchiolare. Non aveva bisogno di guardare. Solo il Nanni si muoveva con quella lentezza teatrale.
«Padre, sono tornato.»
«Ancora qui sei? Non pensavo di rivederti così presto.»
«Padre, ho tirato giù un San Cristoforo contro il rubinetto.»
«Contro il rubinetto?»
«Sì, padre. Gocciola, gocciola, gocciola… Non si ferma mai. Mi è salito un nervoso che non vi dico.»
Don Luigi trattenne una risata.
«Dio ti perdona le bestemmie, ma non sono sicuro che ti perdoni lo spreco d’acqua.»
«Padre, ma io che posso fare? Non è colpa mia se gocciola!»
«Hai provato a stringerlo?»
«L’ho stretto, padre, così forte che mi è venuto un callo!»
Don Luigi scosse la testa. «Sai quanta acqua si perde in un giorno? Ci riempi una vasca per i pesci.»
«Eh, ma io l’acquario non ce l’ho!»
«E allora la vasca te la riempi per immergerti nei tuoi peccati,» ribatté Don Luigi. «Ascolta, Nanni: vai in sacrestia, nel terzo cassetto ci sono le guarnizioni. Ne prendi una e ci ripari quel rubinetto. Entro domani. Il Signore ama chi risolve, non chi si lamenta.»
«Padre, io sono venuto per farmi perdonare, non per diventare il ragazzo di bottega di un prete idraulico!»
«E io sono qui per salvare le anime… e l’ambiente. Adesso vai, e non discutere.»
Don Luigi si appoggiò allo schienale, lasciando che il silenzio lo abbracciasse.
Oltre la grata, c’era una fila di parrocchiani, ognuno con il proprio peccato piccolo e imperfetto. Sistemò la stola, gesto quasi automatico, e guardò la luce che filtrava dall’alto. Non era brillante, ma faceva il suo dovere, proprio come lui.
«Forse non è molto,» mormorò, «ma il creato si salva anche così. Un peccato, una penitenza, un albero alla volta.»