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Autore: Antonio Disi

Il desiderio di una stella

Quell’anno eravamo andati in vacanza in Toscana, io e mio padre, da soli. La mamma doveva lavorare e ci avrebbe raggiunti nei fine settimana con il treno. Le colline erano avvolte da un calore accogliente e da una brezza leggera che portava con sé il profumo dolce del fieno. I miei avevano affittato una vecchia casa di campagna, con i muri di pietra che raccontavano storie antiche e il cielo notturno all’orizzonte che arrivava all’improvviso, come un manto scuro punteggiato di stelle di un prestigiatore.

Avevamo passato la serata dai Pacini, una famiglia di amici che abitava in una graziosa casa poco distante dalla nostra. Li conoscevamo da anni, e il nostro legame era cresciuto tanto quanto i loro figli, due ragazzi molto simpatici con cui dividevo lunghissime partite a Uno che, puntualmente stravincevo. La loro casa era sempre piena di risate e gioia, e le nostre serate insieme erano piene di storie condivise e di scherzi che facevano eco nel buio della notte toscana.

Tornati a casa, mi ero diretta in camera mia e, senza nemmeno indossare il pigiama, mi ero catapultata nel letto. Ero subito crollata in un sonno profondo quando, mio padre si avvicinò con passi leggeri e mise una mano sulla mia spalla.

«Stella,» sussurrò, «è arrivato il momento.»

Svegliarsi così all’improvviso può essere come lasciare un mondo per entrare in un altro. Mi stiracchiai, ancora intorpidita, e chiesi: «Cosa c’è, papà?»

Un sorriso misterioso si dipinse sul suo volto. «E’ la notte di San Lorenzo. Una notte speciale. Ho una sorpresa per te.»

La parola sorpresa riuscì a svegliare la mia curiosità. Mi alzai lentamente, strizzando gli occhi contro la luce fioca che filtrava nella stanza.

«Una sorpresa? Che cosa?»

«Devi vederla per crederci,» disse mio padre, invitandomi con un gesto verso la porta aperta.

Così, tra sbadigli e domande ancora mezze addormentate, lasciai il calore del mio letto e lo seguii fuori dalla casa. Mentre uscivamo, il cielo notturno si aprì davanti a me, un panorama mozzafiato di stelle scintillanti, come gioielli lanciati su un manto nero.

Mi condusse in un prato aperto, lontano dall’abbraccio delle luci artificiali. «Ora,» disse sorridendo, «alza gli occhi al cielo.»

Guardai verso l’alto, e quello che vidi mi lasciò senza parole. Gocce di luce, come fiocchi di neve ardenti, solcavano il firmamento. Era come se il cielo stesse danzando in una sinfonia luminosa.

«Papà, cosa sta succedendo?» chiesi, con una voce a metà fra stupore e incanto.

«Sono stelle cadenti,» disse. «Meteore, frammenti di spazio che bruciano nell’atmosfera terrestre. Sono come piccole luci che ci sorridono da molto lontano.»

Continuai a guardare, osservando come queste meteore lasciassero scie luminose dietro di sé. La paura iniziale si trasformò in meraviglia, e un sorriso si disegnò sul mio volto.

«Quindi non sono stelle?» chiesi, cercando di capire meglio.

«No, non sono stelle,» mi spiegò. «Ma ciò che le rende speciali è che ci permettono di esprimere un desiderio mentre cadono.»

Continuammo a osservare lo spettacolo celeste, il mio cuore si riempiva di emozione e domande. E in quel momento, una nuova curiosità si fece strada nella mia mente.

«Papà,» dissi, «perché brillano così tanto? Sono fatte di luce?»

Lui si chinò verso di me, cercando di parlarmi in modo che potessi capire.

«Non sono fatte di luce, Stella, ma bruciano intensamente a causa della loro alta velocità e del calore generato dall’attrito con l’atmosfera. È un po’ come se il cielo le accendesse in una fiamma fugace.»

Continuai a guardare le stelle cadenti, catturata dalla loro danza luminosa. Poi, mentre il cielo continuava a dipingersi di meraviglia, un’altra domanda si fece avanti.

«Papà,» chiesi, «ma si possono creare stelle sulla Terra?»

Mio padre sorrise, come se la mia domanda lo avesse portato indietro nel tempo. «Gli uomini hanno sempre sognato di toccare il mistero delle stelle,» disse «Sanno che esse bruciano grazie a qualcosa chiamato fusione nucleare, una sorta di danza energetica. E sì, ci sono scienziati che stanno cercando di creare un fuoco stellare qui sulla Terra, una fonte di energia pulita e inesauribile.»

Mi sentii affascinata da questa possibilità. «E se ci riuscissero, papà? Cosa succederebbe?»

Si alzò, con lo sguardo ancora rivolto al cielo stellato.

«Allora, avremmo un nuovo inizio. Un modo di nutrire il nostro mondo con un’energia potente e rispettosa dell’ambiente, proprio come fanno le stelle nel cosmo. Sarebbe un passo importante nella nostra ricerca di conoscenza e progresso.»

Continuammo a osservare le stelle cadenti quella notte, io e mio padre, legati dallo splendore del cielo notturno e dai nostri sogni che volavano lontano.

E mentre la notte di San Lorenzo si dissolveva nell’alba, il mio cuore rimase ancorato a quell’infinita danza celeste, pronta a seguire la luce delle stelle ovunque essa mi potesse condurre.

Principi di trasmissione dell’amore

Seduta sulla riva
leggevi attenta,
sul tuo naso piccolo e gentile
occhiali grandi
di bachelite scura.
I nostri sguardi si toccarono
e io mi avvicinai.
Che fortunato il sole
che può baciare la tua pelle bianca,
ti dissi.
Scientificamente
mi sta irraggiando,
rispondesti distratta.
Vedo rivoli leggeri
come rugiada
che scendono nell’incavo
del tuo collo delicato,
continuai deciso.
Scientificamente
sto evaporando,
mi correggesti severa.
Poi entrasti in acqua
meravigliosa
come una Venere
e il tuo corpo
si rinfrescò.
Scientificamente
si chiama convezione,
mi gridasti uscendo dal mare.
Ma vaffanculo tu e la termodinamica.

Verne, l’idrogeno e il giovane lettore sulla spiaggia

Ieri sono tornato in spiaggia. Il vento si era calmato e il mare sembrava quasi addormentato, con le piccole onde che bagnavano la sabbia senza spostarla. Mentre ascoltavo in cuffia un po’di musica, ho notato un ragazzo seduto accanto a me, immerso in un libro che sembrava avere già vissuto molte avventure. Non ho potuto fare a meno di osservarlo, mentre girava le pagine con attenzione, i suoi occhi fissi sul testo come se fosse stato catapultato in un mondo tutto suo.

Stava leggendo L’isola misteriosa di Jules Verne e vi confesso che la cosa mi ha molto colpito. Non mi aspettavo che una storia scritta oltre un secolo fa potesse ancora esercitare il suo fascino su giovani lettori di oggi.

Ogni tanto mi giravo a guardare il ragazzo che sfogliava con attenzione le pagine e sembrava seguire con coinvolgimento le avventure dei personaggi. E mentre lo guardavo, ritornavo con la mente ai miei pomeriggi di letture estive, quando ero prigioniero di quelle che mia madre chiamava ‘meravigliose vacanze al mare’ ma che sapevano tanto di reclusione forzata in paesini della costa calabrese.

Verne era capace di farmi uscire da quella prigione e l’immagine del giovane lettore sulla spiaggia, affondato nella trama avvincente de ‘L’isola misteriosa’ mi ha fatto pensare a quanto sia straordinario il potere della letteratura per trasmettere conoscenze complesse in modi che intrattengono e ispirano. Verne, con la sua penna magica, è riuscito a tessere narrazioni coinvolgenti che non solo mi catturavano nell’abbraccio avvincente di storie mozzafiato, ma mi introducevano anche a mondi di conoscenza scientifica.

E nei suoi romanzi c’era anche tanta energia che emergeva come protagonista silenziosa, intrecciata nelle avventure dei personaggi.

Penso a Ventimila leghe sotto i mari, dove il misterioso Capitano Nemo mi guidava attraverso le profondità oscure degli oceani, svelando i segreti delle risorse energetiche nascoste in quello straordinario ambiente. Mentre attraversavo le pagine, immaginavo di trovarmi a bordo del sottomarino Nautilus, affascinato dalle descrizioni di come l’energia chimica potesse sostenere queste epiche esplorazioni sottomarine.

E poi c’era Viaggio al centro della Terra, dove Verne mi portò in un viaggio incredibile nelle viscere del pianeta. Mentre mi perdevo nelle avventure del Professor Otto Lidenbrock e di suo nipote Axel, sperimentavo la stessa meraviglia che tutti noi avvertiamo oggi di fronte all’energia geotermica, un’energia antica e potente che scorre nel cuore stesso del nostro Pianeta.

Ma è stato proprio con ‘L’isola misteriosa’ che Verne ha dimostrato la sua straordinaria abilità nell’intrecciare l’energia nella trama, dipingendo un quadro di innovazione e scoperta e anticipando persino il ruolo dell’idrogeno come fonte energetica sostenibile.

Questa visione prospettica, in un’epoca in cui l’energia sostenibile è diventata una priorità globale, dimostra come Verne fosse avanti al suo tempo, ispirandoci a considerare nuove direzioni per il futuro energetico del nostro Pianeta.

Il giovane lettore sulla spiaggia, mi ha ricordato quanto sia vitale trovare modi accessibili ed emozionanti per condividere la scienza e l’energia in un’epoca in cui siamo chiamati a un grande cambiamento per affrontare sfide globali.

La letteratura è solo uno dei molti strumenti che possiamo sfruttare. Dalle pagine di un romanzo di Verne alle piattaforme digitali, dai documentari scientifici alle conversazioni quotidiane, ciascuna modalità di comunicazione ha il potere di raggiungere persone di ogni età e background. È attraverso questi canali che possiamo coltivare la comprensione e stimolare l’interesse per la scienza e l’energia, creando una consapevolezza diffusa e ispirando azioni positive.

Il giovane lettore sulla spiaggia rappresenta una speranza, una promessa che il desiderio di conoscere e comprendere è una forza motrice che ci unisce tutti. Ed è proprio attraverso la combinazione di passione, creatività e diversità di mezzi di comunicazione che possiamo gettare le basi per un futuro più sostenibile ed energetico.

Che si tratti di libri, film, podcast o conversazioni di tutti i giorni, ognuno di noi ha un ruolo nel trasmettere l’importanza della scienza e dell’energia, contribuendo così a plasmare un mondo più luminoso e consapevole per le generazioni future.

Sospetto Spam

« Buongiorno, sono Antonio di Power Luce e Gas e la chiamo dall’Italia.»

« Buongiorno signor Antonio di Power …»

« Ha un po’ del suo tempo da dedicarmi ? »

« In realtà stavo guardando la televis…»

« Non importa. Le rubo solo un attimo. Mi dice quanto spendete all’ anno per l’energia nella vostra famiglia ?»

« Non lo so, mi sembra…»

« Non lo sa ? Le sembra ? Ma si rende conto che non sa nemmeno quanto spende per una risorsa così importante ! »

« Si, è vero però…»

« Ma che però ? Luci accese, lavatrici, TV, playstation. Immagino che la playstation stia sempre accesa, è vero ???»

« Ogni tanto, ma non ho più scu…»

« Ecco, giusto non ha più scuse ! La vostra casa è isolata?»

« No, in realtà abitiamo in città, coi palazzi intorno…».

« Ah ah ah. Simpatico. Ma che ha capito ? Isolata, coibentata, per non fare uscire il calore…»

« No, no il calore esce eccome. Nessuno glielo impedisce».

« Incredibile, che sperpero! E immagino pure quanta acqua calda sprecherete per le docce.»

« Un poco…»

« E quanto sarebbe questo poco ? Quanto tempo dura una doccia ?

« Forse un quarto d’ora, è tanto ?? »

« Un quarto d’ora, un quarto d’ora ?? Ma è un ‘enormità, un mare d’acqua. Lei sa quante persone al mondo non hanno accesso all’acqua potabile?»

« Forse cento ? »

« Seee, cento ! »

« Mille ? »

« Ma che 1000 ? Due miliardi ! E a casa vostra buttate duecentocinquanta litri d’acqua per passare un quarto d’ora sotto la doccia per lavarvi un po’di sudore addosso?»

« Si, ma…»

« E non ci pensate al riscaldamento globale ? »

« Veramente prima, nel condominio, ce l’ avevamo il riscaldamento globale. Adesso abbiamo messo quello autonomo…»

« Si, bravo bravo, scherzi scherzi. La cioddue la fa ridere ? »

« Non la conosco, è una serie? La mandano su Netflix ? »

« Mi prende in giro ? Mi sta prendendo in giro?   Io sto cercando di aiutarla e lei continua a guardare la TV che sento in sottofondo…»

« Adesso la spengo…»

« Non ha bisogno di spegnerla. »

« Bene, meno male ! »

« Perché a voi serve un nuovo contratto, tutto compreso, così non dovete preoccuparvi più di niente.…»

« …»

« Allora? Cosa mi dice? Lo facciamo questo contrattino?»

« …»

« Pronto, mi sente ?

« …»

« Dicevo, lo facciamo questo contrattino ?»

« Papà, sono Carlo. Ti passo la mamma?»

« …»

« Papà, può capitare, dai!»

Tutututututututututututututututu

Cosa hanno il comune l’Olocausto e l’auto elettrica? Il negazionismo.

Il negazionismo è una pratica che coinvolge la negazione di fatti storicamente comprovati o di questioni scientifiche ben documentate. Questo fenomeno può riguardare l’ Olocausto, il cambiamento climatico ma anche le auto elettriche . Cosa si nasconde dietro questo comportamento?

Da un lato, il negazionismo può configurarsi come una strategia politica adottata da gruppi organizzati per perseguire i propri interessi. Attraverso la negazione dei fatti, tali gruppi potrebbero cercare di influenzare l’opinione pubblica e proteggere i loro obiettivi a breve termine.

Dall’altro lato, c’è una prospettiva psicologica che considera il negazionismo come un meccanismo di difesa del nostro cervello. Di fronte a informazioni scomode o minacciose per le nostre convinzioni, potremmo adottare una posizione di negazione per ridurre l’ angoscia e proteggere le nostre credenze preesistenti.

Ho avuto il piacere di discutere di questo tema con il giornalista Gian Basilio Nieddu, di Vaielettrico, il cui articolo sul negazionismo offre una prospettiva molto interessante su questa questione complessa.

Vi invito a leggere l’articolo per approfondire ulteriormente questo argomento e riflettere sulle possibili cause e implicazioni del negazionismo nella nostra società

Il peso dell’energia

Le estati nel mio piccolo paese erano magiche. Fino a sera, tutte le strade si animavano di vita e noi ragazzi trascorrevamo intere giornate a giocare e scoprire il mondo intorno a noi. Un episodio, in particolare, avvenuto in quell’estate del millenovecento settantasette ha segnato in modo indelebile la mia vita.

Ricordo ancora quel giorno. Io e il mio amico Salvatore eravamo distesi all’ombra del platano, affianco al bar Primavera, quando uno degli anziani che sedeva ai tavoli a giocare a carte mi fece cenno di andare da lui.

In realtà, i miei genitori mi avevano raccomandato più volte di non dare confidenza agli sconosciuti, ma cosa intendessero precisamente con la parola ‘sconosciuti’ non mi era molto chiaro. Il paese era così piccolo che conoscevo quasi tutte le persone che lo abitavano, anche solo di vista. Le facce familiari mi rendevano sicuro e la sensazione di confidenza che provavo nei loro confronti mi faceva sentire a mio agio.

Mi avvicinai timidamente al vecchio, con Salvatore che mi spingeva dietro la schiena. Mi consegnò mille lire e mi chiese di andare al ferramenta all’angolo a comprargli un chilo di energia. Si, avete capito bene. Aveva detto proprio così: un chilo di energia.

Oltre all’incarico speciale, mi affidò anche una bottiglia di birra vuota raccomandandomi di tenerla ben chiusa per evitare che l’energia potesse volare via. Avevo solo otto anni, eppure l’entusiasmo mi riempiva di domande e curiosità.

Andai al negozio e, complice di quel gioco crudele, il proprietario si recò nel retrobottega tornando di lì a poco. Prese le mille lire dalle mie mani e mi consegnò la bottiglia che teneva tappata con un enorme dito pollice, invitandomi a fare altrettanto per non farne uscire nemmeno un grammo. Così, mi diressi verso il bar e il vecchio, guardandomi distratto, mi disse di aspettare che facesse buio, così avremmo potuto metterci su una lampadina per far luce di notte.

Rimasi lì, in attesa, per più di due ore. Ero stanco, ma sentivo la responsabilità di quel compito. Il vecchio intanto continuava a giocare e divertirsi con gli amici. Quando smise, si alzò per andare a casa a cena. Gli ricordai dell’energia che gli avevo comprato e lui mi rispose scherzosamente che ero un credulone e che l’energia non si poteva pesare né chiudere dentro una bottiglia.

Quell’aneddoto ha segnato un punto di svolta nella mia mente di bambino. La curiosità mi spingeva a cercare risposte e a interrogarmi sul concetto di energia. Mentre crescevo, il suo significato assunse forme diverse: energia fisica, energia elettrica, energia mentale. Ma una domanda rimase costante: quale è il vero peso dell’energia?

L’energia è qualcosa di intangibile, invisibile agli occhi ma potentissima nella sua influenza sulle nostre vite. Ci permette di compiere azioni, di dare forma ai nostri pensieri e di raggiungere gli obiettivi più ambiziosi. È la forza che ci spinge a continuare quando sembra che tutto stia crollando intorno a noi.

Ma l’energia va oltre il suo aspetto fisico e il suo valore si estende ai pilastri fondamentali della sostenibilità e dell’inclusione. Nella sua forma più ampia, è una risorsa universale che attraversa i confini della natura e delle persone, collegandoci tutti in un intricato intreccio di vita.

La sostenibilità ci insegna a considerare l’energia come una forza preziosa da proteggere e preservare per le generazioni future. È il cuore pulsante del nostro ambiente, dal calore del sole alle acque che scorrono nei fiumi e nei mari. La nostra responsabilità è quella di utilizzare l’energia in modo oculato, cercando fonti rinnovabili che nutrano la Terra senza esaurirne le risorse. La sostenibilità ci invita a cercare equilibrio e armonia, perché solo così possiamo garantire un futuro prospero per noi stessi e per le generazioni a venire.

Ma l’energia assume un significato ancora più profondo. Ogni individuo, con le sue abilità e diversità, è una fonte unica di energia che arricchisce la nostra società e va accolto, rispettato e valorizzato perché fonte di energia umana, riconoscendo che la nostra forza risiede nella diversità e nella collaborazione.

E proprio l’energia della collaborazione, dell’empatia e dell’accettazione è la chiave per superare le sfide che affrontiamo, dall’inquinamento ambientale all’esclusione sociale. Quando ci uniamo in un unico coro di voci diverse ma armoniose, possiamo trasformare la nostra energia collettiva in una forza di cambiamento straordinaria.

Così, mentre ripenso a quel giorno d’estate trascorso al bar dei giochi di carte, mi rendo conto che l’energia è veramente un tesoro prezioso. Può essere immaginata dentro una bottiglia di birra, ma il suo vero valore risiede nella capacità di aprirsi alle infinite possibilità che la vita ha da offrire e di trascinare gli altri con sé verso un futuro luminoso.

E tu, quale peso dai all’energia nella tua vita?

Trovare una soluzione al cambiamento climatico ? Perché la scienza ha un gran bisogno della filosofia

La scienza ha dimostrato che il cambiamento climatico è causato principalmente da attività umane, tra cui l’uso eccessivo ed errato della tecnologia.

«Ma perché non ci abbiamo pensato prima?» direte voi.

Uno dei motivi principali è la mancanza di un pensiero filosofico dedicato al rapporto tra l’uomo e la tecnologia che ha contribuito a ignorare le implicazioni etiche, sociali e ambientali dell’utilizzo di quest’ultima.

Può sembrare paradossale ma è così. La filosofia occidentale, nel corso della sua evoluzione storica, ha tradizionalmente prestato pochissima attenzione specifica alla tecnica e ai suoi aspetti pratici.

Una delle ragioni principali di questa mancanza risiede nella focalizzazione predominante su questioni metafisiche, etiche ed epistemologiche. I filosofi classici , come Platone e Aristotele, hanno dedicato gran parte delle loro riflessioni a questioni relative all’esistenza, alla conoscenza, all’etica e alla politica. Tali temi hanno continuato ad essere al centro del pensiero filosofico durante il corso dei secoli successivi, relegando la tecnica a un ruolo secondario o subordinato.

Inoltre, la visione dualistica della tecnica ha contribuito a enfatizzare questa distinzione tra l’essenza dell’uomo e il mondo dell’arte e della tecnica stessa. La filosofia occidentale l’ha considerata come un semplice strumento o un mezzo per raggiungere determinati obiettivi pratici e non come oggetto di indagine filosofica in sé.

Il razionalismo e l’accento sull’essere e sulla conoscenza hanno anche condizionato la tendenza a focalizzarsi su questioni più astratte e teoriche. Questo approccio ha portato la filosofia occidentale a privilegiare il pensiero logico e analitico, tralasciando spesso l’analisi della pratica tecnica o dell’esperienza empirica.

Inoltre, la separazione delle discipline accademiche ha contribuito a mantenere la tecnica e le scienze applicate come campi di studio separati, al di fuori del dominio tradizionale della filosofia. L’ingegneria, la medicina, la fisica e altre discipline applicate hanno sviluppato le proprie teorie e metodi di ricerca, mentre la filosofia si è concentrata su temi più generali e astratti.

Tuttavia, negli ultimi decenni, con il rapido sviluppo della tecnologia e il suo impatto sempre più significativo sulla società e sulla vita umana alcuni filosofi, pochi, hanno iniziato a rivolgere maggiore attenzione al rapporto tra filosofia e tecnica. Con l’avvento delle tecnologie digitali, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, sono stati sollevati nuovi interrogativi filosofici riguardanti l’etica dell’uso delle tecnologie, il loro impatto sulla condizione umana e sulla società nel suo complesso.

Alcuni pensatori contemporanei hanno adottato un approccio più interdisciplinare e hanno cercato di comprendere le implicazioni filosofiche delle tecnologie emergenti. Questo nuovo interesse ha aperto la strada a un dibattito più ampio sulla responsabilità etica dell’uomo nell’uso della tecnologia, sulla democratizzazione dell’accesso alle nuove tecnologie e sulle implicazioni filosofiche del progresso tecnologico.

Fra questi Bernard Stiegler, filosofo francese scomparso nel 2020, che è stato uno dei pensatori più influenti del nostro tempo, dedicando gran parte della sua carriera ad analizzare il rapporto complesso tra l’uomo e la tecnologia. Le sue teorie hanno contribuito a gettare una nuova luce sul modo in cui la tecnologia influenza la nostra esistenza, la nostra cultura e la nostra percezione del tempo.

Nella sua opera principale La colpa di Epimeteo. La tecnica e il tempo, pubblicato da pochi mesi in edizione italiana , Stiegler esplora il concetto di tempo tecnico, evidenziando come le tecnologie modellino il nostro rapporto con il mondo e la nostra esperienza temporale.

La sua innovazione di pensiero si basa sulla comprensione critica della tecnologia e sulla necessità di affrontare le sfide che questa ci pone, soprattutto per quanto riguarda lo spreco di energia e l’uso irrazionale delle tecnologie. Esaminiamo come le teorie di Bernard Stiegler possono offrire una prospettiva utile per affrontare questo problema.

Temporalità tecnica e consumismo

Secondo Stiegler, la tecnologia ha un impatto significativo sulla nostra percezione del tempo. Viviamo in un’era di accelerazione tecnologica, dove l’iperconsumo è alimentato da una temporalità accelerata. La continua evoluzione delle tecnologie ci spinge a desiderare il nuovo, il rapido e l’effimero. Questo fenomeno ha portato a uno spreco di energia senza precedenti, con conseguenze negative per l’ambiente e le risorse naturali.

La teoria di Stiegler sottolinea l’importanza di una maggiore consapevolezza critica sulla nostra temporalità tecnica. Dobbiamo interrogarci sul vero bisogno di alcune tecnologie e sulle loro implicazioni a lungo termine. Una riflessione più approfondita sul nostro rapporto con il tempo e la tecnologia può portarci a utilizzare quest’ultima in modo più responsabile e meno frenetico.

Educazione e formazione

Un altro aspetto cruciale delle teorie di Stiegler riguarda il ruolo dell’educazione e della formazione nella nostra relazione con la tecnologia. L’istruzione deve andare oltre l’acquisizione di competenze tecniche e incoraggiare una comprensione critica delle tecnologie. Solo attraverso l’educazione possiamo sviluppare una maggiore consapevolezza sugli impatti sociali, ambientali ed economici del nostro uso irrazionale delle tecnologie.

Promuovere la formazione riguardo all’energia sostenibile e alle tecnologie eco-friendly è fondamentale per affrontare il problema dello spreco di energia. Un’educazione orientata verso la sostenibilità può aiutare le persone a fare scelte informate e responsabili.

Democratizzazione della tecnologia

Stiegler sostiene l’importanza di una democratizzazione della tecnologia, rendendo l’accesso e la comprensione delle tecnologie disponibili a tutti. Una maggiore consapevolezza critica può essere raggiunta solo con la possibilità di partecipare al dibattito e di comprendere i cambiamenti tecnologici. Questo può favorire una cultura di responsabilità e di utilizzo razionale delle tecnologie.

Promuovere l’accessibilità e la comprensione delle tecnologie è essenziale per affrontare il problema dello spreco di energia e dell’uso irrazionale delle tecnologie. L’inclusione di tutte le persone nel dibattito sulla tecnologia può portare a una maggiore consapevolezza e a una migliore gestione delle risorse tecnologiche.

Tecnologie eco-sostenibili

Un altro importante contributo di Stiegler riguarda la necessità di sviluppare e adottare tecnologie eco-sostenibili. L’uso irrazionale delle tecnologie può portare a uno spreco di energia e a un impatto ambientale negativo. Per affrontare questa sfida, è necessario investire nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie che siano ecologicamente sostenibili e che riducano al minimo il consumo di energia.

Una maggiore consapevolezza critica sulla tecnologia può spingere gli individui e le aziende a cercare soluzioni innovative e sostenibili, riducendo lo spreco di energia e promuovendo l’efficienza energetica. Inoltre, è fondamentale incoraggiare politiche pubbliche che favoriscano l’adozione di tecnologie eco-friendly e la riduzione dell’impatto ambientale delle tecnologie esistenti.

Responsabilità individuale e collettiva

Le teorie di Stiegler ci invitano a riflettere sulla nostra responsabilità individuale e collettiva riguardo l’uso delle tecnologie. Una maggiore consapevolezza critica può portarci a considerare il nostro impatto sulla società e l’ambiente.

Dobbiamo assumerci la responsabilità delle nostre scelte e adottare pratiche sostenibili per ridurre lo spreco di energia. Allo stesso tempo, le istituzioni pubbliche e le aziende devono anche assumersi la responsabilità delle loro azioni e promuovere politiche e pratiche eco-sostenibili.

Conslusioni e qualche impegno

In conclusione, ritengo essenziale sviluppare un pensiero filosofico che accompagni l’innovazione e lo sviluppo tecnologico per affrontare con successo il problema del cambiamento climatico. Senza una riflessione approfondita sulle implicazioni etiche, sociali e ambientali delle tecnologie, c’è il rischio di aggravare la situazione anziché risolverla.

La storia ci ha dimostrato che un utilizzo indiscriminato delle tecnologie può portare a conseguenze disastrose per l’ambiente e per la nostra stessa esistenza. Dobbiamo considerare attentamente gli impatti delle tecnologie e sviluppare soluzioni sostenibili che preservino l’ecosistema naturale.

Un approccio filosofico ci aiuta a esplorare domande importanti sulle nostre responsabilità etiche verso il pianeta e le generazioni future. Solo con una riflessione critica possiamo prendere decisioni informate e giuste per affrontare il cambiamento climatico e altre sfide globali.

L’interconnessione tra uomo e tecnologia richiede una consapevolezza critica che vada oltre la mera funzionalità delle invenzioni tecniche e consideri l’impatto sociale e ambientale. Solo così possiamo sperare di creare un futuro sostenibile, dove l’innovazione tecnologica vada di pari passo con la cura dell’ambiente.

Un pensiero filosofico ben radicato e attento è essenziale per guidarci verso un futuro migliore e equo, dove la tecnologia sia un mezzo per il benessere di tutta l’umanità e del pianeta.

Il potere della narrazione nella comunicazione sul Cambiamento Climatico

Il cambiamento climatico è una vera e propria tempesta morale perfetta. Rappresenta una minaccia globale e intergenerazionale, ma la sua complessità e la relativa difficoltà di comprensione ne hanno ostacolato un’azione efficace.

Comunicare l’argomento è stato difficile, con gli accordi internazionali e gli interessi coinvolti a complicare ulteriormente la situazione. Nonostante l’urgenza, i sostenitori del cambiamento climatico e gli scienziati fanno fatica a coinvolgere il pubblico in modo efficace. Tuttavia, esiste una storia di successo nella comunicazione sul cambiamento climatico da cui trarre importanti insegnamenti.

Negli anni ’80, la ExxonMobil elaborò una narrazione persuasiva, seminando dubbi sulla scienza del clima e dipingendo gli ambientalisti in modo negativo. Nonostante fosse basata su menzogne, questa narrazione ha colpito individui influenti, tra cui giornalisti e politici.

Imparando da questo esempio, i comunicatori del cambiamento climatico potrebbero sfruttare il potere delle narrazioni per unire gruppi diversi nella lotta contro il riscaldamento globale.

Le narrazioni rappresentano una sequenza di eventi, presentata come scenari di causa ed effetto guidati dalle azioni. E le narrazioni più efficaci coinvolgono il pubblico con drammi causati dalle decisioni delle persone, anziché da forze impersonali. Il tale contesto, il meccanismo del deus ex-machina non funziona come pure i modelli catastrofisti delle narrazioni ricorrenti.

Perciò, una narrativa del cambiamento dovrebbe prevedere un approccio convincente, con protagonisti (scienziati del clima e cittadini comuni) contro antagonisti (dirigenti avidi delle compagnie di combustibili fossili, i loro lobbisti e politici). Questa narrazione in bianco e nero, buoni contro cattivi, risuonerebbe con l’intuizione umana e rifletterebbe strutture narrative popolari presenti in miti religiosi, Star Wars e altre storie amate dal pubblico.

Una narrativa del cambiamento potrebbe enfatizzare l’azione collettiva per combattere il cambiamento climatico, concentrandosi su soluzioni ampiamente supportate, come la transizione dalle fonti di combustibili fossili, gli investimenti nella cattura del carbonio e il voto contro i politici contrari all’azione climatica. Concentrandosi su una narrazione unificante, potrebbe coinvolgere un pubblico vasto, indipendentemente dall’ideologia politica.

Anche l’intrattenimento potrebbe svolgere un ruolo cruciale nella comunicazione sul cambiamento climatico. Narrazioni, sia fiction che non fiction, tra cui film e romanzi, hanno storicamente influenzato l’opinione pubblica e le decisioni politiche. Sebbene la climate-fiction abbia esplorato il cambiamento climatico, spesso manca del potere persuasivo necessario per l’azione. Il futuro sta nella creazione di storie coinvolgenti che presentino antagonisti riconoscibili e azioni collettive per affrontare il cambiamento climatico.

Nonostante la mancanza di prove empiriche su come le narrazioni cambino le attitudini delle persone, l’impatto dell’intrattenimento ha mostrato un enorme potenziale nel influenzare questioni sociali. Ad esempio, il film The Day After avrebbe influenzato la posizione del presidente Reagan sulla riduzione delle armi nucleari. Pertanto, sfruttare le narrazioni nell’intrattenimento e nei messaggi generali può completare gli approcci tradizionali nella comunicazione sul cambiamento climatico.

In conclusione, affrontare efficacemente il cambiamento climatico richiede più che presentare dati e cifre scientifiche. Il potere delle narrazioni risiede nella loro capacità di coinvolgere emozioni e identità culturale. I comunicatori del cambiamento climatico devono abbracciare l’arte della narrazione, creando narrazioni unificanti che ispirino azione collettiva. Imparando dai successi passati e incorporando tecniche efficaci, la lotta contro il cambiamento climatico può guadagnare il momentum necessario per un futuro sostenibile.

Carlo disegna case

Ogni volta che Carlo disegnava una casa, era una villa, enorme, con tante finestre pulite, un giardino rigoglioso e la piscina.

«Eppure, siamo sempre vissuti in un condominio» ci dicevamo. Allora perché questa specie di castello con tanto di bosco e annessi extra lusso?

Adesso, invece, da quando abbiamo iniziato i lavori al palazzo, passa il tempo a riempire i fogli di linee verticali e orizzontali che si intrecciano, con in mezzo piccoli uomini che lavorano.

Chi al primo piano mentre incolla un pannello al muro e chi sull’attico a ricoprire il grande buco nel tetto. E poi ci sono gru che tirano su mattoni arancio e camion che scaricano cumuli di sabbia scura.  

Dietro le finestre, non più mamma e papà come un tempo ma la signora Capozzi che abita al primo piano e, da più di un mese, non apre per paura dei ladri che le possono entrare dai ponteggi.

«Che bel disegno, amore mio» gli faccio, accarezzandogli i capelli. «Vuoi diventare un artista come papà?»

«Ma che sei matto?» mi risponde, continuando a colorare «Voglio fare il general contractor come il cavalier Chiari della GS Costruzioni che lui ce l’ha la villa e pure la piscina!»

Previsioni del tempo truffa? Come difendersi dai Metesòla.

Nella vita quotidiana, le previsioni meteorologiche svolgono un ruolo fondamentale nell’aiutarci a pianificare le nostre attività e prendere decisioni informate riguardo al tempo atmosferico.

A casa dei miei nonni contadini c’era un solo momento della giornata in cui tutti dovevamo rimanere in silenzio. Alle diciannove e cinquanta in punto, quando su Rai Uno andava in onda ‘Che tempo fa’, trasmissione condotta da meteocolonnello Edmondo Bernacca.

Uomo di altri tempi Bernacca, sempre elegante e sorridente. In piedi davanti alle sue carte ricamate di isobare, presentava le previsioni per i giorni seguenti. I miei nonni lo veneravano e, come loro, tutti i contadini dello Stivale. Con il suo carisma e le previsioni accurate, era diventato una figura di riferimento per chi cercava conforto e fiducia nelle sue parole riguardo al clima e alle stagioni.

A onor del vero, mia nonna le previsioni se le faceva anche da sola utilizzando le calenne, un antico metodo di previsione stagionale del tempo basato sull’esperienza e l’osservazione, in particolare nel periodo tra il tredici dicembre e il sei gennaio.Il metodo si basa sulla suddivisione di questo periodo in due fasi. Le ‘dritte’ rappresentano la prima parte dell’anno e le ‘rovesce’ la seconda. Queste fasi venivano osservate attentamente per interpretare i fenomeni atmosferici e trarre conclusioni riguardo alle condizioni meteorologiche dell’intero anno successivo.

Era un po’ il connubio fra sacro e profano. La saggezza popolare delle calenne era complementare alla scienza meteo. Le previsioni sofisticate di Bernacca, basate su dati e modelli, fornivano ai miei nonni una visione più ampia del clima, ma la saggezza popolare aggiungeva un tocco locale e dettagliato che non possiamo trovare altrove.

Tuttavia, oggi sta accadendo qualcosa di veramente grave.

In un’epoca in cui le informazioni sono abbondanti e facilmente accessibili, sono comparse improvvisamente delle figure che cercano di trarre vantaggio dalla nostra fiducia nel settore meteorologico. Questi individui, che definirei metesòla o metereologi truffatori, spesso diffondono informazioni inaccurate o ingannevoli, creando confusione e incertezza tra il pubblico.

In questo articolo, vorrei esplorare come riconoscere un metesòla e come proteggersi da informazioni fuorvianti. Partirò con una tassonomia delle truffe per comprendere meglio le tattiche che questi individui utilizzano per ingannare il pubblico per poi capire i motivi che ci spingono comunque a credere alle informazioni che vengono diffuse e concludere con alcuni consigli utili.

La Truffe Tipiche
I “meteosòla” o meteorologi truffatori possono utilizzare diverse strategie per ingannare il pubblico e diffondere informazioni fuorvianti riguardo alle previsioni meteorologiche.

Prima di tutto, adottano spesso un approccio sensazionalistico per attirare l’attenzione. Utilizzano esagerazioni e titoli accattivanti per promettere eventi atmosferici estremi o situazioni apocalittiche, suscitando ansia e interesse tra le persone.

Inoltre, possono fornire previsioni senza basi scientifiche, dati o spiegazioni a supporto delle loro affermazioni. Non riconoscono o ignorano le incertezze comuni delle previsioni meteorologiche e le presentano come certezze assolute, nonostante la natura mutevole del clima.

Un altro trucco che possono usare è quello di manipolare dati e grafici per presentare previsioni che sembrano più accurate di quanto siano in realtà. Questa manipolazione può essere sottile ma influisce sulla percezione del pubblico riguardo alla loro affidabilità.

Inoltre, i meteosòla possono utilizzare termini ambigui o vaghi nelle previsioni, consentendo loro di sostenere di avere previsto correttamente un evento anche se la previsione era poco chiara o incerta.

Infine, possono ignorare o non correggere gli errori passati nelle loro previsioni, mantenendo così la loro credibilità apparentemente intatta.

Ma perché ci crediamo comunque?
È una bella domanda che trova risposta dalle neuroscienze con i bias cognitivi e il ruolo del cervello emotivo nel processo decisionale.

Il cervello emotivo e i bias sono due aspetti cruciali della nostra mente che influenzano il modo in cui percepiamo il mondo e prendiamo decisioni. Il cervello emotivo è la parte del nostro cervello che gestisce le emozioni e le reazioni istintive. Quando siamo esposti a informazioni o situazioni emotivamente cariche, il cervello emotivo può prendere il sopravvento, influenzando la nostra percezione e il nostro comportamento.

I bias, d’altra parte, sono delle scorciatoie mentali che il nostro cervello utilizza per semplificare il processo decisionale. Queste distorsioni cognitive ci aiutano a prendere decisioni più velocemente, ma possono anche portarci a commettere errori e trarre conclusioni errate.

I bias possono influenzare la nostra interpretazione delle informazioni, portandoci a dare maggiore importanza a dati che confermano le nostre convinzioni preesistenti e a ignorare dati contrari.
Il cervello emotivo e i bias possono interagire tra loro, poiché le emozioni possono influenzare i bias e viceversa. Quando siamo emotivamente coinvolti in una situazione, tendiamo a essere più suscettibili ai bias e ad accettare più facilmente informazioni che corrispondono alle nostre emozioni.

Uno dei bias più comuni riguardo alle previsioni meteo è il bias dell’ancoraggio, che ci spinge a basare le nostre decisioni su un punto di riferimento iniziale. Quando sentiamo una previsione truffa, questa può fungere da ancoraggio, influenzando la nostra percezione del tempo atmosferico e portandoci a credere in modo acritico a ciò che ci è stato detto, anche se non ha fondamento scientifico.

Il cervello emotivo svolge un ruolo significativo in questo processo. Le previsioni meteorologiche spesso si concentrano su eventi estremi o pericolosi, come tempeste o alluvioni, che possono innescare una risposta emotiva di ansia o paura. Quando siamo preoccupati o spaventati, tendiamo a dare maggiore importanza alle informazioni che confermano le nostre emozioni, cercando rassicurazione e conferma nelle previsioni, anche se sono esagerate.

Un altro bias che gioca un ruolo è l’effetto dell’autorità. Quando le previsioni vengono presentate da fonti ritenute autorevoli, come noti meteorologi o servizi governativi, tendiamo a dare maggiore credibilità a tali informazioni, anche se possono essere fuorvianti o esagerate.

Il bias della conferma è un altro aspetto da considerare. Se abbiamo aspettative specifiche riguardo al clima, saremo più inclini a credere e a ricordare le previsioni che confermano ciò che ci aspettavamo, ignorando eventuali discrepanze o errori nelle previsioni.

Questi bias possono influenzare il nostro processo decisionale e portarci a credere comunque alle previsioni truffa, anche se potrebbero essere poco attendibili o prive di fondamento.
Per ridurre l’impatto di questi bias, è importante sviluppare una mente critica e valutare attentamente le fonti delle informazioni meteorologiche, cercando fonti affidabili e basate sulla scienza. Inoltre, imparare a gestire le emozioni e le ansie riguardo al clima può aiutare a prendere decisioni più razionali e informate riguardo alle condizioni atmosferiche.

Per concludere, come difendersi da un Metesòla
Per riconoscere e difendersi da una meteosòla, ci sono alcuni semplici suggerimenti da tenere a mente:

Verifica le fonti. Assicurati sempre di verificare le fonti delle informazioni meteorologiche. I meteorologi legittimi hanno credenziali riconosciute e si basano su fonti di informazione affidabili. Come dice mio figlio Carlo: “Io credo solo al Servizio dell’Aereonautica Militare”. Quindi, far riferimento solo ad agenzie meteorologiche governative o società di previsione del tempo rispettate.
Consulta diverse fonti. Non fidarti solo di un’unica fonte meteorologica. Confronta le previsioni da diverse fonti attendibili per ottenere una visione più completa e precisa del tempo atmosferico. In questo modo, puoi ridurre il rischio di essere ingannato da previsioni errate o esagerate.
Valuta il linguaggio che viene utilizzato. Presta attenzione al linguaggio utilizzato dai meteorologi. Sii cauto con coloro che fanno previsioni estreme o allarmistiche senza fornire dati o spiegazioni scientifiche a supporto delle loro affermazioni. I veri professionisti forniscono spiegazioni chiare e basate sulla scienza per le loro previsioni.
Guarda i risultati passati. Verifica le previsioni precedenti fatte dal meteorologo in questione. I professionisti affidabili dovrebbero avere una storia di previsioni accurate e basate sulla scienza. Se le loro previsioni passate sono risultate essere errate o poco attendibili, potrebbe essere un segnale di allarme.

Trasformare edifici in babà energetici. Con il rhum?

A Napoli, c’è un detto famoso: “E’ inutile mettere rhum, uno stronzo non diventerà mai babà.” Questa espressione molto colorita utilizza una metafora culinaria per sottolineare un concetto più ampio: non importa quante aggiunte o miglioramenti si tentino di apportare a qualcosa di negativo, la sua essenza non cambierà.

Eppure, gli edifici scadenti, simili a pasticci mal riusciti, rappresentano un problema diffuso in tutta Italia. Nel corso del tempo, molte strutture hanno subito un degrado diffuso a causa di mancanza di manutenzione e problemi strutturali, portando ad infiltrazioni, fessurazioni e inefficienza energetica. Questi edifici possono sembrare impossibili da trasformare, ma la riqualificazione energetica offre una via per cambiare radicalmente il loro destino.

Tale soluzione innovativa è un processo che mira a rendere gli edifici più efficienti dal punto di vista energetico, riducendo al contempo l’impatto ambientale. Attraverso un insieme di interventi mirati, è possibile apportare miglioramenti significativi, trasformandoli in esempi virtuosi di sostenibilità.

Il segreto della riqualificazione energetica sta nell’adozione di tecnologie all’avanguardia. Isolamento termico, installazione di pannelli solari, efficientamento degli impianti e utilizzo di materiali a basso impatto ambientale sono solo alcuni degli interventi possibili. Queste aggiunte, come una spruzzata di rhum, migliorano l’efficienza energetica degli edifici e riducono i costi di gestione, trasformandoli in oasi di risparmio e sostenibilità.

Inoltre, la riqualificazione energetica può cambiare radicalmente il comfort abitativo degli edifici. Grazie all’isolamento termico e all’efficientamento degli impianti di riscaldamento e raffreddamento, gli interni diventano più accoglienti e confortevoli. Quel che era una fredda e disagevole esperienza abitativa può trasformarsi in un ambiente caldo e piacevole, avvolto da una dolce atmosfera di risparmio energetico.

L’altro aspetto più importante è l’impatto ambientale positivo della riqualificazione energetica che consente di fare la differenza per il nostro ambiente. Riducendo il consumo di energia e le emissioni di CO2, questi edifici diventano una risorsa per un futuro sostenibile e rispettoso del pianeta.

Insomma, il detto napoletano ci ricorda l’importanza di non sottovalutare le sfide della trasformazione. Tuttavia, la riqualificazione energetica degli edifici ci dimostra che è possibile cambiare il destino degli edifici scadenti.

Con la giusta attenzione e gli interventi adeguati, possiamo trasformare questi edifici in meravigliosi babà.

Storia breve, senza morale e a basse emissioni di CO2

Quei consigli erano diventati veramente troppi per Lorenzo e lo avevano fatto entrare in ansia. Spegni la luce quando esci dalla stanza. Abbassa la temperatura di un grado. Usa la lavastoviglie a pieno carico.

Perciò si era fermato in cartoleria e aveva comprato alcuni blocchetti di Post-it. Solo così era riuscito a ritrovare la calma interiore mentre scarabocchiava, staccava e attaccava quei quadrati adesivi per tutta casa.

Bagno, cucina, camera da letto. Dentro e fuori dal frigo, lungo il corridoio e sopra il termostato. Sul box doccia, affianco a tutte le finestre e di lato alla caldaia. Come funghi spuntati nella notte e la casa divenne presto un mosaico di promemoria che ricordavano: «Condizionatore acceso, finestra chiusa» – «Giovedì si butta l’umido» – «La doccia è meglio del bagno», mentre la macchina del caffè annunciava: «Compra filtri compostabili».

«Sei un maledetto pazzo,» aveva detto sua moglie. «Ancora uno di quei tuoi stupidi Post-it e me ne torno a casa da mia madre in Calabria.»

Il piccolo Bruno entrò nella stanza, spezzando il silenzio che si era creato fra di loro con un gran sorriso sul viso e un biglietto giallo attaccato dietro la schiena: «Ricordare alla nonna di comprare le lampadine a LED».

Lo strano caso del climatologo che pianse in TV

Faceva molto caldo a Roma quella mattina di luglio. Non un caldo eccezionale, precisarono subito gli esperti. Eccezionale è una parola che in climatologia va usata con cautela.

Alla RAI, invece, erano tutti molto eccitati. Quel giorno sarebbe andata in onda la prima puntata di Clima in movimento, il nuovo programma dedicato alla crisi climatica.

L’ obiettivo, come recitava il comunicato stampa, era «raccontare il cambiamento senza allarmismi, restituendo ai cittadini fiducia e strumenti concreti per affrontare il futuro».

Per farlo avevano scelto Gianluca Mannino, un climatologo magro, sorridente e molto bravo a raccontare le catastrofi senza rovinarti la cena. Era questa, probabilmente, la ragione per cui piaceva tanto alla televisione. Vestiva in modo semplice ma accurato. Jeans scuri, camicia blu, niente cravatta. La cravatta, secondo i produttori, avrebbe creato distanza con il pubblico.

«Devi essere uno di loro», gli aveva detto l’autore.

Mannino aveva annuito. Lui voleva essere uno di loro.

Quando si accese la luce rossa della telecamera, guardò l’obiettivo con l’espressione rassicurante che la produzione aveva imparato ad amare.

«Benvenute e benvenuti alla prima puntata di Clima in movimento! Mi chiamo Gianluca Mannino e sarò la vostra guida in questo viaggio attraverso i segreti e le sfide del nostro clima.»

Fece una piccola pausa.

«Oggi vi parlerò di…»

Fu un successo. Gli ascolti superarono le aspettative e sui social molti scrissero che finalmente qualcuno parlava di clima senza terrorizzare le persone. Una signora di Viterbo commentò che Mannino le metteva serenità. La produzione stampò il commento e lo appese nella sala riunioni.

Da quel giorno divenne il volto del clima in televisione.

Quando arrivarono le prime grandi ondate di calore, Mannino invitò tutti a mantenere la calma.

«Sì, fa caldo. Molto caldo. Ma il caldo è anche una percezione soggettiva. Mia nonna, per esempio, non aveva il condizionatore.»

Guardò la telecamera.

«Oggi vi parlerò di…»

Quando le foreste cominciarono a bruciare, dietro di lui scorrevano immagini di alberi in fiamme, animali in fuga e città coperte di fumo.

«È brutto», ammise. «Sarebbe sciocco negarlo. Ma non è la fine del mondo. Possiamo ancora invertire la situazione.»

Si voltò verso l’obiettivo.

«Oggi vi parlerò di…»

Quando i mari cominciarono a bollire, la redazione discusse a lungo sull’opportunità di usare la parola bollire. Il caporedattore suggerì anomalia termica marina. Mannino approvò.

«Le anomalie termiche marine stanno creando qualche difficoltà alla fauna ittica», disse mentre alle sue spalle galleggiavano milioni di pesci morti. «Chi mangia pesce, dopotutto?»

Rise. Nessuno in studio lo seguì.

«Io certamente no. Ad ogni modo, oggi vi parlerò di…»

Quando gli oceani si alzarono e intere città scomparvero, Mannino dedicò alla questione una puntata speciale. Sullo sfondo c’era una grande fotografia della Terra vista dallo spazio.

«Dobbiamo essere realisti», disse.

Il cinquanta per cento della popolazione mondiale era morto nei diciotto mesi precedenti.

«Una riduzione della popolazione globale del cinquanta per cento può sembrare una brutta notizia. E lo è.»

La regia gli suggerì nell’auricolare di chiudere con un messaggio positivo. Mannino annuì impercettibilmente.

«Ma proviamo a guardare anche l’altra faccia della medaglia. Ora ci sono molte meno persone a danneggiare il pianeta.»

La regia rimase in silenzio.

«Oggi vi parlerò di…»

Quando l’ossigeno cominciò a diminuire, Mannino fu costretto a indossare una maschera. La prima creava problemi al microfono, così la produzione ordinò un modello trasparente di ultima generazione, più adatto alla televisione.

«Non voglio fare politica», disse respirando lentamente, «ma forse è arrivato il momento di ascoltare gli scienziati.»

Fece un respiro. Poi un altro.

«Oggi vi parlerò di…»

Quando i ricchi partirono verso le stelle, le televisioni trasmisero in diretta il lancio delle navicelle. Avevano promesso che avrebbero trovato un nuovo mondo. Un mondo abitabile. Un mondo per tutti.

Mannino sospettava che fosse una bugia. Conosceva i numeri, le distanze e l’autonomia delle navicelle. Ma conosceva anche il proprio mestiere.

Guardò la telecamera.

«Torneranno. Abbiate fiducia.»

Per un istante, abbassò gli occhi.

«Oggi vi parlerò di…»

Quando Roma fu evacuata, Clima in movimento venne trasferito in un rifugio governativo. Lo studio era più piccolo: una parete grigia, un tavolo, una telecamera, due microfoni e il logo della trasmissione appeso con il nastro adesivo. Fuori, gli uragani devastavano ciò che restava delle città e tre centrali nucleari erano esplose in Europa.

Mannino decise di non parlarne.

«Come stanno andando le razioni di cibo? Bene, vero?»

Il tecnico non rispose.

Mannino attese qualche secondo.

«Oggi vi parlerò di…»

Quando arrivò la notizia che le navicelle erano esplose prima di raggiungere la Luna, Mannino rimase stranamente sereno. Forse, in fondo, lo aveva sempre saputo.

«È una vergogna», disse.

Erano rimasti meno di trenta milioni di esseri umani.

«Ma non dimentichiamo una cosa. La vera lotta è sempre stata qui. A casa nostra.»

Per qualche secondo nessuno disse nulla.

«Comunque, oggi vi parlerò di…»

Quando seppero che gli altri rifugi avevano smesso di trasmettere, Mannino parlò ai pochi che erano rimasti.

«Ho avuto un’idea.»

Si sistemò la camicia blu. Era la stessa della prima puntata; la lavavano una volta al mese utilizzando l’acqua destinata alla produzione e nessuno aveva mai avuto il coraggio di dirglielo.

«Se diventassimo tutti vegetariani?»

Qualcuno, dietro la telecamera, gli ricordò che non mangiavano carne da undici anni.

Mannino annuì.

«Ottimo. Vedete? Qualcosa si muove.»

«Oggi vi parlerò di…»

Quella sera il direttore entrò nello studio prima della trasmissione.

«Gianluca, questa sarà l’ultima puntata.»

Mannino lo guardò.

«Ultima della stagione?»

Il direttore scosse la testa. Non c’era più energia sufficiente per alimentare il trasmettitore.

Mannino rimase in silenzio.

Aveva raccontato la morte delle foreste, l’ebollizione dei mari e la scomparsa di metà dell’umanità. Aveva trasmesso con una maschera d’ossigeno sul volto mentre le città scomparivano e le centrali esplodevano. Ma non aveva mai pianto.

«Siamo in onda», disse il tecnico.

La luce rossa si accese.

Mannino guardò la telecamera e sorrise.

«Buonasera. Anche oggi abbiamo molte notizie.»

Si fermò.

Una lacrima gli attraversò la guancia.

«Purtroppo il tempo a nostra disposizione sta per finire.»

Si asciugò rapidamente il viso.

«Ma non preoccupatevi.»

Sorrise di nuovo.

«Ne riparleremo domani.»

La luce rossa si spense.