Back in the day, I used to be a thief. Yep, that was my job. Slept during the day, worked at night. I’d clean out apartments and, to be honest, I was pretty good at it. My mom, bless her, used to say I had a natural talent for it to try to soften the judges during my first trials when I was just a kid. She thought it might help me avoid a stint at the juvenile detention center, but the court didn’t see it that way.
I remember when I was ten, I helped her get into the house because she’d left the keys inside. From that moment, I never stopped. Small apartments, big ones, with terraces, without, in the poshest neighborhoods where people don’t know what to do with their money and buy all sorts of stuff. Paintings, watches, jewelry. Once, I even took a trash can made of solid gold. It was a pain to sell it to the fence, those bastards.
My technique was always the same. My buddy Stefano worked at a hardware store on Viale Romania, and since you don’t get rich selling screws and bolts, he’d give me some copied keys from the neighborhood. I’d wait a bit, just enough not to raise any suspicions, and then make my night visit.
The best time was during deep sleep, between midnight and three. Scientists call it delta sleep. The doctor at the clinic told me about it when I took my poor grandma there, who’d become an insomniac because of Alzheimer’s. I’d arrive, open the door with the key, and start my round.
At first, partly out of fear and inexperience, I’d spray anesthetic in the rooms. But the mask bothered me, and I’d come home with a terrible headache. So I decided to specialize. I took lessons from an Albanian guy living in San Basilio who taught me how to control my weight, place my feet, and move slowly and steadily. I must say, those two hundred bucks were well spent.
But fate has a way of hiding, waiting for you. And that time, it was hiding really well, behind the bathroom door. The homeowner woke up during delta sleep; I needed to take a leak, and we met there, her sitting in the dark on the toilet and me unzipping my pants. You know how these things go. Screams, chaos, running, sirens, and in the end, you always end up in the same place.
That time, though, it was different. Five years without parole was a long time to pass just playing cards and working out. I needed something else, and fate, the hide-and-seek champion, showed up again. An elderly surveyor ended up in my cell, in jail for a bunch of shady construction deals. He was a stern but kind guy who started telling me about his life on construction sites in Africa, building dams and viaducts, until his career went downhill.
I started getting interested in construction. We spent our days flipping through the few books in the prison library until he convinced me to get a surveyor diploma. I’d never done it before; studying didn’t seem useful in my old line of work, not to mention the courses in San Basilio. But since I had nothing better to do, I went for it.
The warden was really impressed by my choice and immediately offered to help. Also, because there was a Ministry of Justice project on energy savings in prisons, and they were looking for cheap labor to involve. Within a year, I reached a good level and, together with external technicians, we did the survey and energy diagnosis of the prison, which were presented at a public event at the Quirinal Palace. I attended, along with the other inmates who had collaborated. We entered from the back, handcuffed, and sat in the last row with the Carabinieri watching us. At the end of the project, the warden congratulated me and gave me the small thermal camera we used for the surveys. I thanked him.
When I finally got out, the world wasn’t what I had left. And no one, absolutely no one, wanted to give me a job. A newly graduated surveyor at fifty, fresh out of jail. Who would trust me? I wandered for days, looking for a purpose, an opportunity, but nothing. The closed doors were countless, and every “I’m sorry, we have no openings” made my anger rise.
Then, the idea came. One night, looking at the old thermal camera the warden had given me, I had an epiphany. I took it along with my other tools and started roaming the city. No, not to steal, this time it was different! Because, my friends, if there’s one thing I’ve learned, it’s that talent doesn’t go to waste; it reinvents itself.
I began slipping into houses like a ghost, but this time I was there to do good.
I observed, measured, analyzed where the heat was escaping, where the faults were hiding. Silently, I moved through hallways and rooms, looking for weak points, invisible leaks. And then, I’d leave a nice report on the kitchen table. An unexpected gesture, like a pat on the back in the morning.
And you know what’s the cherry on top? Since then, I’ve even started leaving my signature, a stylized “Z,” as if to say: ‘Hey, I was here and made a difference.’ I don’t do it for recognition; I don’t care about medals. I do it because I know I’m doing the right thing.
So, my friends, if one day you find a mysterious report on your table in the morning, don’t say I didn’t warn you.
Un tempo non lontano facevo il ladro, de professione. Dormivo di giorno e lavoravo de notte. Ripulivo appartamenti e, modestamente, ero pure bravo. Mamma mia, povera anima, raccontava che ero un talento naturale pe’ intenerì i giudici ai primi processi, quando ero ancora un pischello. Pensava che poteva esse un’attenuante per evitarmi il soggiorno a Casal del Marmo, ma in tribunale non la pensavano allo stesso modo.
Ricordo ancora quando, a dieci anni, l’aiutai a entrà in casa perché s’era scordata le chiavi dietro la porta. Da allora non mi sono più fermato. Appartamenti piccoli e grandi, con terrazzo e senza, nei quartieri più chic della città, dove la gente non sa cosa farsene dei soldi e compra de tutto. Quadri, orologi, gioielli. Una volta me so’ portato via un secchio de la monnezza tutto d’oro. Che ho pure fatto fatica a piazzarlo dal ricettatore, mortacci loro.
La tecnica era sempre la stessa. Il mio amico Stefano lavorava in un negozietto di ferramenta a viale Romania e, visto che con le viti e i bulloni non ci diventi ricco, mi passava qualche chiave copiata a quelli del quartiere. Facevo passà un po’ di tempo, giusto per non destare sospetti e poi scattava la visita notturna.
L’ora migliore era quella del sonno profondo, tra mezzanotte e le tre. Gli scienziati lo chiamano sonno delta. Me l’ha detto il medico della mutua quando ci portai povera nonna che era diventata insonne per l’Alzheimer. Arrivavo sul posto, con la chiave aprivo la porta e cominciavo il giro.
Nei primi tempi, un po’ per paura e anche per inesperienza, spruzzavo l’anestetico nelle camere. Ma la maschera mi dava fastidio e poi tornavo a casa con un cazzo di mal di testa. Quindi decisi di specializzarmi. Andai a lezione da un albanese che vive a San Basilio il quale mi insegnò a controllare il peso, ad appoggiare il piede e a fare movimenti lenti e controllati. Devo dire, due piotte ben spese.
Ma il destino, come sa fare solo lui, ti aspetta nascosto. E quella volta s’era nascosto veramente bene, dietro la porta del bagno. La padrona di casa s’era svegliata durante il sonno delta, io dovevo fa un goccio d’acqua e ci incontrammo lì, mentre lei era seduta al buio sul water e io, difronte, mi aprivo la cerniera dei pantaloni. Poi sapete come vanno queste cose. Urla, strepiti, la corsa, le sirene e, alla fine, finisci sempre nello stesso posto.
Quella volta, però, fu diverso. Cinque anni senza la condizionale erano lunghi da far passare giocando a carte e facendo un po’ di palestra. Avevo bisogno d’altro e, anche in quel caso, il destino campione de nascondino si ripresentò. Arrivò in cella un anziano geometra finito al gabbio per tutta na serie di impicci e abusi edilizi. Un tipo austero ma allo stesso tempo molto gentile che cominciò a raccontarmi della sua vita passata nei cantieri in Africa a costruì dighe e viadotti fino all’inchiesta e al processo finito male.
Cominciai ad appassionarmi alle costruzioni. Passavamo le giornate a sfogliare i pochi libri che erano nella biblioteca del carcere fino a che mi convinse a prende il diploma da geometra. Non l’avevo mai fatto, lo studio non mi sembrava utile alla mia passata professione, senza contà i corsi a San Basilio. Ma visto che non avevo niente di meglio da fare, mi ci misi.
Devo dire che il direttore fu molto colpito dalla mia scelta e si rese subito disponibile ad aiutarmi. Anche perché c’era un progetto del Ministero della Giustizia sul risparmio energetico nelle carceri e cercavano manovalanza a basso costo da coinvolgere. In meno di un anno raggiunsi un buon livello e, insieme ai tecnici esterni, facemmo il rilievo e la diagnosi energetica del penitenziario che furono presentati in un evento pubblico al Quirinale. Partecipai anch’io insieme agli altri carcerati che avevano collaborato. Entrammo dal retro, ammanettati, e ci sedemmo in ultima fila insieme ai Carabinieri che ci tenevano d’occhio. Alla fine del progetto il Direttore si complimentò con me e mi regalò la piccola termocamera che avevamo usato per fare i rilievi. Lo ringraziai.
Quando finalmente mi ridiedero la libertà, il mondo non era più quello che avevo lasciato. E nessuno, ma proprio nessuno, voleva darmi da lavorà. Un geometra neodiplomato a cinquant’anni, fresco fresco de galera. Chi me avrebbe dato fiducia? Vagai per giorni, cercando un senso, un’opportunità, ma niente. Le porte chiuse in faccia non se contavano più, e ogni ‘mi dispiace, non abbiamo posizioni aperte’ me faceva montà la rabbia.
E poi, una notte, l’illuminazione. Stavo fissando la vecchia termocamera che il direttore m’aveva regalato. Era ancora lì, sullo scaffale impolverato, come un ricordo di quei giorni in carcere. L’afferrai, rigirandola tra le mani, e all’improvviso tutto ebbe senso. Perché, amici miei, se c’è una cosa che ho imparato è che il talento non si butta via, si reinventa.
Quella notte mi misi in strada, non per rubare stavolta, ma per aiutare. Entrai in una casa del mio vecchio quartiere. Usai la termocamera per scoprire dove scappava il calore, trovai le perdite nascoste e le annotai. Camminavo in silenzio, come ai vecchi tempi, ma stavolta per fare la differenza. Lasciai un rapporto scritto sul tavolo della cucina, con una “Z” stilizzata, come a dì: ‘Ciao, so’ passato di qui e ho fatto la differenza.” Non lo faccio per i riconoscimenti, che tanto a me le medaglie non interessano. Lo faccio perché so che sto facendo la cosa giusta.
Quindi, amici miei, se un giorno trovate un rapporto misterioso sul tavolo al mattino, non dite che non ve l’avevo detto.
Il video con cui ho partecipato al concorso Come ti taglio la bolletta di Canale Energia, testata on line dedicata all’energia e al suo impatto sulla vita e sulle azioni di tutti i giorni.
Ieri ho rivisto Matrix per l’ennesima volta. Immagino lo conosciate: il famoso film delle sorelle Wachowski che ci trasporta in un mondo dove la realtà è una simulazione e gli esseri umani sono utilizzati comebatterie da una civiltà di macchine senzienti.
Neo, il protagonista, scopre che il mondo che conosce è solo una simulazione progettata per intrattenere la sua mente mentre il suo corpo produce energia per le macchine. Ma quanto è realistico questo concetto dal punto di vista scientifico?
Partiamo dal sistema di alimentazione. L’idea descritta da Morpheus, il mentore di Neo, riguardo all’uso degli esseri umani come fonte di energia è chiaramente improbabile e vi spiego perché, dati alla mano.
Visto che non esistono informazioni fondate sull’apporto calorico di carne umana, a meno di non avere conoscenze con antropofagi salutisti, ho dovuto far riferimento a qualcosa di biologicamente simile: la carne di maiale (fonte: Smithsonian Magazine). Cento grammi di maiale bello grasso forniscono circa 500 calorie. Se consideriamo una persona media del peso di 80 kilogrammi composta interamente di carne commestibile, senza ossa, cartilagini o organi, avremmo un totale di 400 mila calorie.
Supponendo che una persona consumi giornalmente circa 2000 calorie, potrebbe sostenere un altro individuo per 210 giorni. Quindi, l’idea di utilizzare esseri umani per nutrire altri umani è chiaramente antieconomica e insostenibile a lungo termine.
E ora parliamo della trasformazione di calorie in elettricità. Anche in questo caso, siamo lontani da ciò che la scienza dice. Infatti, il primo principio della termodinamica afferma che l’energia non può essere creata né distrutta, ma solo trasformata. Nel film, gli esseri umani vivono in uno stato di quasi totale inattività, con le loro menti immerse in una simulazione. Anche a riposo, un corpo consuma energia per mantenere le funzioni vitali: il solito individuo di 80 kg brucia 1.350 calorie al giorno solo per rimanere in vita. Questa energia è necessaria per mantenere il cuore che batte, il cervello che funziona e altri processi biologici fondamentali.
Il cervello, infatti, utilizza circa il 20% dell’energia del corpo e nella Matrix gli umani conducono vite mentali complete, il che significa che una notevole quantità di energia è consumata solo per l’attività cerebrale. Purtroppo, questa energia non può essere recuperata dalle macchine per alimentare i loro sistemi.
Poi, il secondo principio della termodinamica ci dice che la somma delle entropie di due o più sistemi che interagiscono aumenta sempre, il che implica che non si può ottenere energia senza costi. Anche se le macchine potessero sfruttare tutta l’energia prodotta dal cervello umano, l’energia necessaria per mantenere in vita gli individui sarebbe sempre maggiore di quella che potrebbero recuperare.
Infine, il terzo principio afferma che l’entropia di un sistema si avvicina a una costante quando la temperatura si avvicina allo zero assoluto. Tuttavia, raffreddare i corpi umani a tali livelli li ucciderebbe, rendendo l’operazione inutile.
Usare gli umani come batterie è una follia e nutrirli con altri umani è ancora più insensato. Ma allora perché le macchine continuano a mantenere gli esseri umani in vita? La storiella del sole oscurato e dei pannelli che non funzionano non può reggere, poiché si sarebbero potute utilizzare fonti di energia come il nucleare, il carbone, il gas o persino i rifiuti.
Eppure, vediamo i robot prendersi cura delle capsule e collegare gli esseri umani alla Matrix. Se i robot tengono gli umani attaccati alla Matrix, li nutrono e si prendono cura di loro, ci deve essere una ragione.
Il mio amico Marco, ingegnere informatico e grande esperto di cinema, ipotizza che le macchine utilizzino la capacità cerebrale degli umani come potenza di calcolo distribuita. Altri suggeriscono che, seguendo le leggi di Asimov, le macchine abbiano un imperativo morale a proteggere l’umanità, nonostante il loro dominio.
Entrambe queste teorie sono più plausibili dell’idea che gli esseri umani siano usati come batterie.
Matrix rimane un affascinante esercizio di speculazione filosofica e scientifica. Vent’anni dopo, continuiamo a discutere e riflettere sul mondo creato dalle Wachowski, dimostrando che, in termini di stimolo intellettuale e creatività, l’energia è stata davvero ben spesa.
In una delle scene iniziali del film ‘La mafia uccide solo d’estate’, uno zelante tecnico installatore tenta di spiegare a Totò Riina il funzionamento di un climatizzatore.
I simboli del sole per ottenere il caldo e del cristallo di neve per il fresco, stampati sul telecomando, traggono in inganno il boss che li immagina invece collegati alle condizioni climatiche esterne, scatenando un’esilarante quanto grottesca discussione fra i due.
L’uso poco razionale che molti di noi fanno di queste apparecchiature, con il conseguente spreco di energia, dipende proprio dalla difficoltà nel percepirne i meccanismi di funzionamento.
Nel nostro immaginario persistono ancora i tradizionali apparecchi per produrre calore che funzionano per irraggiamento. Per questo motivo siamo convinti che anche il climatizzatore funzioni allo stesso modo, producendo al proprio interno quel bel fresco che poi verrà ‘irradiato’ nella stanza attraverso delle bocchette munite di alette direzionali.
Sarà per la nostra ignoranza della legislazione termodinamica o della macchina di Carnot, che non è l’automobile di un ispettore della polizia francese, o per il fatto che il climatizzatore abbia da sempre rappresentato un optional di lusso e, per tale motivo, poco diffuso nelle nostre abitazioni, ma facciamo veramente fatica a immaginare che quel congegno incollato alla parete della nostra camera da letto serva a tirare via il calore dall’ambiente interno per portarlo verso l’esterno, proprio come fa il frigorifero che conserva i nostri cibi in cucina.
Se riuscissimo a capire tale arcano e in questo case produttrici e installatori non sono di particolare aiuto, eviteremmo di aprire le finestre a climatizzatore accesso o di nasconderlo dagli sguardi indiscreti con tende o orpelli vari che possano impedire il deflusso del calore.
Manterremmo la temperatura interna settata ad esempio, fra i 27 e i 30 gradi, consapevoli che questo valore dipenda soprattutto da un equilibrio che si insatura fra l’interno e l’esterno, evitando sbalzi termici superiori ai 5-6 gradi.
E ricordate. Sole per il caldo, neve per il fresco, sole per il caldo, neve per il fresco. Non il contrario !!!!
D: E quale sarebbe la novità, signor Paglioli? Il mese scorso era affranto. Quello prima angosciato. Questa volta a cosa dobbiamo l’onore della sua visita?
P: La bolletta continua a essere esagerata e io non capisco il perché.
D: Per questo deve passare all’ENEL…
P: Ci sono andato all’ENEL e ho detto le stesse cose anche a loro. Poi, una parola tira l’altra, io ho cominciato a fare il pazzo e loro mi hanno educatamente consigliato di uscire dall’ufficio. E allora sono venuto qui da lei…
D: Che fortuna, eh?
P: Eppure, ho provato di tutto, mi deve credere. Ma non è servito a niente. Lampadine a LED, elettrodomestici efficienti, ho perfino iniziato a non fare più le lavatrici di notte!
D: Sarà contenta la signora del piano di sotto. Non era lei che l’aveva denunciata all’assemblea di condominio?
P: Si che era lei. Ma adesso è diverso. Deve esserci un problema psicologico…
D: Solo uno?
P: La prego dottò, non scherzi. Io ho gli incubi.
D: Mi scusi, ma mi ero lasciato trasportare. Mi dica tutto, la ascolto. Mi parli degli incubi. Vede per caso lampadine volanti che la fissano nel buio?
P: No !
D: Lo scaldabagno elettrico che la vuole uccidere…
P: No !
D: I termosifoni che esplodono ?
P: No, no, niente di tutto questo. Ho una strana sensazione che non mi fa dormire. Qualcosa di più profondo, un peso proprio qui…
D: A volte i peperoni la sera…
P: Ma che peperoni…io soffro e lei si prende gioco di me ?
D: Si ricordi che io sono un professionista e non scherzo. Qualche volta, sdrammatizzo.
P: Mi perdoni…
D: Dunque, in realtà ci sono diversi motivi psicologici che potrebbero spiegare la sua difficoltà nel percepire e gestire il consumo di energia.
P: Ad esempio…
D: Ad esempio, quella che nel nostro gergo si chiama attenzione selettiva. Il suo cervello ha una capacità molto limitata di attenzione…
P: Forse il suo cervello…
D: Era un modo di generalizzare Paglioli. Il cervello di ognuno di noi tende a concentrarsi su stimoli immediati e rilevanti per la nostra sopravvivenza. Visto che il consumo di energia è un fenomeno spesso invisibile e indiretto, non attira facilmente la nostra attenzione.
P: Quindi, lei vuole dire che il mio cervello è troppo occupato a preoccuparsi del fatto che mia moglie non mi ha comprato il barattolo di Nutella per accorgersi che il condizionatore è acceso da tre giorni?
D: Più o meno…
P: Più o meno?
D: Anche questo era un modo di dire. La vedo troppo rigido Paglioli, si rilassi.
P: Si metta nei miei panni.
D: Non sia mai Dio…Allora, dove ero rimasto. Ah, si. Insieme all’attenzione selettiva c’è l’abitudine. I nostri comportamenti quotidiani che ci fanno consumare energia diventano abitudini automatiche. E una volta che un comportamento diventa un’abitudine, è meno probabile che ne siamo consapevoli o che ne percepiamo l’impatto energetico.
P: Quindi lasciare la TV accesa tutto il giorno mentre sono al lavoro potrebbe essere solo un’abitudine?
D: E’ una cattiva abitudine…
P: Sono d’accordo con lei !
D: Adesso mi dica una cosa, Paglioli. Lo conosce il detto ‘ lontano dagli occhi, lontano dal cuore’?
P: Si, ma che c’entra?
D: C’entra perché è la versione popolare di quella che chiamiamo distanza psicologica. Noi ci preoccupiamo meno dei problemi che percepiamo come psicologicamente lontani, sia nel tempo che nello spazio. Quindi, il consumo di energia e le sue conseguenze possono sembrare lontani e astratti e questo riduce la nostra motivazione a tenerli sotto controllo.
P: Ah, quindi se non vedo il contatore girare impazzito, non mi preoccupo?
D: Potrebbe trattarsi anche di miopia ma diciamo che ha capito il concetto. E non solo percepiamo le cose distanti anche se non siamo miopi ma abbiamo anche una visione frammentata della realtà…
P: Fra… ?
D: Frammentata, spezzettata. L’energia che consumiamo sta dentro molti piccoli dispositivi e questo ci rende difficile percepire l’impatto complessivo.
P: Quindi quella serie di luci natalizie che tengo fuori al balcone accese tutto l’anno potrebbe essere solo una goccia nel mare, ma tante gocce fanno un oceano?
D: Ma lei tiene sempre tutto acceso e poi si lamenta che la bolletta è salata?
P: Non me ne parli.
D: Dulcis in fundo c’è una cosa che non la riguarda.
P: Ah meno male…
D: L’ottimismo…
P: Mi vuole dire che io sono un pessimista.
D: Lasci perdere, amico mio. Se lei fosse un ottimista, tenderebbe a sottovalutare i rischi e a sovrastimare le sue capacità di gestire le risorse. Tutto questo ci porta a credere che il nostro consumo energetico sia meno significativo o problematico di quanto non sia in realtà.
P: Quindi un ottimista penserà sempre che un’altra mezz’ora di forno acceso non farà male?
D: Proprio così. In più, l’assenza di un feedback immediato sul consumo energetico rende difficile per il cervello fare associazioni chiare tra azioni e conseguenze. Ad esempio, il costo dell’elettricità viene spesso percepito solo quando arriva la bolletta, che è un feedback ritardato rispetto all’uso quotidiano.
P: Quindi dovrei ricevere una scossa ogni volta che lascio una luce accesa senza motivo?
D: Magari fosse !
P: Dottore, non dica così che io soffro.
D: Paglioli, non c’è niente da soffrire. Bisogna reagire.
P: E come ?
D: Innanzitutto, lasci perdere la mia lampada. E’ da quando è entrato che continua ad accendere e spegnere Deve ingannare il suo cervello emotivo. Vede, il cervello emotivo reagisce alle emozioni più che alla logica. Deve usare qualche espediente per prenderlo in giro.
P: E come faccio?
D: Ad esempio, si può ricompensare quando risparmia energia. Ogni volta che spegne un apparecchio inutile, si dia un piccolo premio, tipo una caramella o cinque minuti di relax.
P: Come il cane di Paolo, praticamente?
D: Chi è Paolo ? Ah Pavlov? Esatto! Il suo cervello è come un cucciolo che va addestrato con pazienza e premi. E poi può visualizzare il risparmio energetico. Metta un barattolo in cucina e ogni volta che risparmia energia, ci metta dentro qualche moneta. Vedrà che alla fine del mese sarà più motivato.
P: Interessante. E cos’altro posso fare?
D: Può anche usare il potere dell’abitudine inversa, che non è roba da Herry Potter. Ad esempio, se tende a lasciare la luce accesa, metta un post-it sulla porta con scritto “Spegni la luce”. Dopo un po’, non avrà più bisogno del post-it, perché il suo cervello avrà acquisito la nuova abitudine.
P: Mai pensato che risparmiare energia potesse essere così divertente.
D: L’importante è rendere tutto più immediato e gratificante. Il cervello emotivo ama le sfide e le ricompense.
P: Dottore, lei è davvero un genio assoluto.
D: Faccio del mio meglio, Paglioli. Anche con pazienti difficili come lei capaci di fulminarmi un lampadina LED che dovrebbe durare cinquantamila ore.
P: La prossima volta gliela ricompro.
D: Lasci perdere. E mi faccia sapere se trova qualche espediente che funziona particolarmente bene. Potrei usarlo con i miei prossimi pazienti!
P: Allora arrivederci.
D: Paglioli, quale arrivederci? Non mi paga la visita?
P: Pagherò con i risparmi sulla bolletta, dottò. Ci vediamo tra un paio d’anni!
Nowadays, TV schedules that used to follow the seasons are becoming a thing of the past. Now we can create our own viewing schedules without being tied to specific times. Whether it’s day or night, during a lunch break at work, or on the train home, we have the freedom to watch what we want, when we want. Maybe it’s an early way of adapting to climate change?
Anyway, to cut a long story short, last night while browsing online, I stumbled upon a clip from Eduardo De Filippo‘s play Natale in casa Cupiello. Driven by curiosity, I found the full play and started watching it yet again.
For those who might not know, it’s a lively depiction of Neapolitan family dynamics during the five days leading up to Christmas. This masterpiece by De Filippo brilliantly blends comedy, drama, and realism, painting a vivid picture of everyday life in 20th-century Naples, with a special focus on cultural traditions and human contradictions.
Maybe it was the heat these days or the fact that I’m preparing a pamphlet on heat transfer to be distributed in the fall, but I began to see the play as offering a surprising perspective on the second law of thermodynamics—a fundamental principle that explains entropy.
In thermodynamics, entropy is a measure of disorder or uncertainty in a system. It was Rudolf Clausius in 1865 who defined it as a physical quantity that quantifies the tendency of systems to evolve towards greater disorder over time. This fundamental principle of physics, though often enigmatic, finds a surprisingly clear representation in the tumultuous Cupiello family.
Luca Cupiello, the eccentric and traditionalist patriarch, perfectly embodies the human desire to create order and stability. His obsession with building the perfect Christmas nativity scene, driven by a quest for perfection and symbolic meaning, often leads to chaotic mishaps and comedic surprises. Despite his best intentions, his compulsive actions inevitably disrupt the family’s harmony.
Another key aspect of the play is the story of Ninuccia, Luca and Concetta’s daughter, who is trapped in an unhappy marriage with Nicolino. He may seem elegant and distinguished, but he’s actually rough and unkempt, far from fitting the social status he’s achieved. Ninuccia’s attraction to Vittorio, a younger and more charming man, introduces another layer of emotional entropy into the plot. Her conflicting emotions, the writing of a farewell letter to Nicolino, and her attempt to run away with Vittorio further destabilize the family, leading to explosive and unpredictable emotional conflicts.
Entropy also surfaces through the accidental revelations and misunderstandings that pepper the story. Luca’s discovery of Ninuccia’s letter, lost and found multiple times, fuels misunderstandings and intense emotional reactions among the characters. These unpredictable events and the consequent breakdown of family order highlight the inevitable nature of entropy, where even the best intentions can lead to unforeseen and undesired outcomes.
The dramatic climax of the play occurs in the third act, when Luca suffers a stroke due to accumulated emotional stress. This tragic event signifies the end of family order and a shift in the dynamics among the Cupiello family members. The tears and remorse of the remaining characters underscore the fragility of human relationships and the unpredictable nature of life itself.
So, what’s my point? My friends and colleagues in science might ask.
My point is that art has a unique ability to offer a deep and intuitive understanding of complex concepts, even without using the technical jargon of science. Through the depiction of human stories, conflicts, joys, and sorrows, art allows us to explore and comprehend profound themes like entropy.
This physical principle, which describes the tendency of systems to evolve towards greater disorder over time, resonates in artistic narratives that explore human nature and social dynamics. Art invites us to reflect on our existence, interpersonal relationships, and the forces that shape our world, offering an empathetic and emotional perspective that goes beyond mathematical formulas and scientific diagrams.
In this way, art not only entertains and inspires but also educates and enriches us, providing tools to interpret and engage with the abstract and complex concepts that define our daily reality.
So, do you like entropy, eh?*
*It’s a paraphrase of “Do you like the nativity scene, eh?”— a line Luca Cupiello repeatedly says to his younger son throughout the play to emphasize his connection to order. At first, the son always replies “no,” but by the end, as he stands by his sick father, he finally answers “yes.”
Oramai i palinsesti televisivi che seguivano le stagioni meteorologiche sono in via di estinzione, lasciandoci liberi di costruirci il nostro programma di cose da guardare senza vincoli spazio-temporali. Di notte o di giorno, durante la pausa pranzo al lavoro o in treno verso casa. Forse, un modo ante litteram per adattarsi al cambiamento climatico? Comunque, per non farvela troppo lunga, ieri sera, mentre navigavo in rete, mi sono imbattuto in uno spezzone della commedia Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo. Spinto dalla curiosità, ho recuperato l’intera commedia e ho iniziato a guardarla per l’ennesima volta.
Per i pochi che non la conoscessero, si tratta di una vivace rappresentazione delle dinamiche familiari napoletane durante i cinque giorni che precedono il Natale. Questo capolavoro del commediografo De Filippo mescola brillantemente comicità, dramma e realismo, dipingendo la vita quotidiana nella Napoli del XX secolo con un’attenzione particolare alle tradizioni culturali e alle contraddizioni umane.
Forse influenzato dal caldo di questi giorni oppure dalla contemporanea preparazione di un opuscolo sulla trasmissione del calore che distribuiremo in autunno, ho cominciato a osservare la commedia per la sua capacità di offrire una prospettiva sorprendente sul secondo principio della termodinamica, una legge fondamentale della fisica che spiega il concetto di entropia.
In termodinamica, l’entropia è una misura del disordine o dell’incertezza di un sistema. Fu Rudolf Clausius nel 1865 a definirla come una grandezza fisica che quantifica la tendenza dei sistemi a evolversi verso stati di maggiore disordine nel corso del tempo. Questo principio fondamentale della fisica, sebbene spesso enigmatico, trova una rappresentazione sorprendentemente chiara nella tumultuosa famiglia Cupiello.
Luca Cupiello, il patriarca eccentrico e tradizionalista della commedia, incarna perfettamente il desiderio umano di creare ordine e stabilità nelle proprie vicende. La sua ossessione per la costruzione del presepe natalizio, sebbene motivata da un intento di perfezione e significato simbolico, spesso sfocia in caotiche disavventure e imprevisti comici. Le sue azioni compulsive, nonostante le migliori intenzioni, portano inevitabilmente a situazioni che distorcono la tranquilla armonia familiare.
Un altro aspetto cruciale della commedia è rappresentato dalla storia di Ninuccia, la figlia di Luca e Concetta, intrappolata in un matrimonio infelice con Nicolino, un commerciante elegante e distinto in apparenza, ma in realtà rozzo, trasandato e per nulla adeguato allo status sociale che ha raggiunto. La sua attrazione per Vittorio, un uomo più giovane e affascinante, introduce un ulteriore livello di entropia emotiva nella trama. Le emozioni contrastanti di Ninuccia, la scrittura di una lettera di addio a Nicolino e il tentativo di fuggire con Vittorio, destabilizzano ulteriormente l’equilibrio familiare, provocando conflitti emotivi esplosivi e imprevedibili.
Il tema dell’entropia emerge anche attraverso le rivelazioni accidentali e i fraintendimenti che caratterizzano la storia. La scoperta della lettera di Ninuccia da parte di Luca, persa e ritrovata più volte durante la commedia, alimenta malintesi e reazioni emotive intense tra i personaggi. Questi eventi imprevedibili e il conseguente degrado dell’ordine familiare sottolineano la natura inevitabile dell’entropia, dove anche i migliori intenti possono portare a risultati imprevisti e indesiderati.
Il culmine drammatico della commedia si raggiunge nel terzo atto, quando Luca subisce un colpo apoplettico a causa dello stress emotivo accumulato. Questo evento tragico rappresenta la fine dell’ordine familiare e il passaggio a una nuova dinamica tra i membri della famiglia Cupiello. Le lacrime e i rimorsi dei personaggi rimasti testimoniano la fragilità delle relazioni umane e la natura imprevedibile della vita stessa.
Tutto questo per dire cosa? Obietteranno i miei amici e colleghi scienziati.
Per dire che l’arte ha una capacità unica di offrire un mezzo di comprensione profonda e intuitiva dei concetti complessi, anche senza ricorrere alla terminologia tecnica della scienza. Attraverso la rappresentazione di storie umane, conflitti, gioie e dolori, l’arte ci consente di esplorare e comprendere tematiche profonde come l’entropia.
Questo principio fisico, che descrive la tendenza dei sistemi a evolversi verso stati di maggiore disordine nel tempo, trova riscontro nelle narrazioni artistiche che esplorano la natura umana e le dinamiche sociali. Le opere d’arte ci invitano a riflettere sulla nostra esistenza, sulle relazioni interpersonali e sulle forze che plasmano il nostro mondo, offrendoci una prospettiva empatica e emotiva che va al di là delle formule matematiche e dei diagrammi scientifici.
In questo modo, l’arte non solo intrattiene e ispira, ma ci educa e ci arricchisce, fornendoci strumenti per interpretare e confrontarci con i concetti astratti e complessi che definiscono la nostra realtà quotidiana.
Sono molto orgoglioso di aver contribuito al volume ‘L’ italiano e la sostenibilità’ edito dall’Accademia della Crusca, una delle istituzioni linguistiche più prestigiose del nostro Paese. Il libro contiene interessanti riflessione sul rapporto fra l’uso della lingua 📚 e il cambiamento culturale verso la sostenibilità ♻
🔬 Alcuni anni fa, ho avuto l’opportunità di collaborare con l’Accademia in un esperimento che ha sfruttato l’attenzione mediatica generata in occasione del primo aprile 🐟 per sensibilizzare il pubblico sull’importanza del risparmio energetico. In questo articolo, troverete tutti i dettagli di questa iniziativa creativa. 🎉
🤝 Questa esperienza ha segnato l’inizio di una collaborazione duratura che si concentra sull’uso della lingua e delle parole per narrare la sostenibilità attraverso eventi, pubblicazioni e comunicazioni sociali. 🗣️
📖 Il mio capitolo nel libro, intitolato ‘Parole che cambiano il mondo: lingua italiana e comunicazione creativa per la sostenibilità’, esplora il potere del linguaggio accessibile e comprensibile nel creare consapevolezza ambientale e stimolare azioni concrete. Come sottolineo nel capitolo, la narrazione è uno strumento potente per il cambiamento culturale e sociale. L’uso di figure retoriche come l’ironia e il paradosso può essere efficace nel trattare temi complessi come la transizione energetica e la sostenibilità in modo coinvolgente e provocatorio. 📢 💡 Inoltre, il capitolo mette in evidenza l’uso del racconto breve per promuovere l’uso razionale dell’energia, l’uso della poesia per sostenere la decarbonizzazione e la sostenibilità e l’importanza delle campagne sui social media e su WhatsApp per sensibilizzare il pubblico su questioni cruciali come la povertà energetica. 🌍
Questo volume è stato pubblicato in occasione della XXIII settimana della lingua italiana nel mondo ed è un’importante risorsa per tutti coloro interessati a coniugare la lingua italiana con la promozione della sostenibilità.
❗ Fino al #22ottobre può essere scaricato gratuitamente al seguente link:
Hai mai provato confusione e disorientamento quando leggi la tua bolletta dell’energia, nonostante tu conosca tutte le voci di spesa? 📊💡 La lingua italiana non ha un termine adatto per indicare tale sensazione. E allora ho pensato di colmare questa lacuna. 💭✨
Ho coniato il termine ENERGIGMA. È una parola che unisce ‘energia’ ed ‘enigma’ ed è perfetta per descrivere quel momento di smarrimento. 🤔
Cosa ne pensi dell’ENERGIGMA? 🤓👏 Capita anche a te?
In the depths of one of the most renowned childhood tales, Carlo Collodi’s “The Adventures of Pinocchio,” lies a thought-provoking inquiry with contemporary relevance: Can Pinocchio be likened to an android? This iconic wooden figure, a creation of Geppetto, has captivated readers spanning generations. However, beneath the veneer of this beloved narrative lies a profound exploration of the intricate relationship between humanity and technology.
At the outset of the narrative, Pinocchio presents as a rudimentary wooden marionette, essentially a mechanical entity devoid of intrinsic life—a prototype, if you will, of the modern-day android, conjuring images of sophisticated robots and cutting-edge artificial intelligence. What renders this tale particularly compelling is the gradual metamorphosis of Pinocchio into an entity bearing remarkable semblance to a genuine child. By the tale’s culmination, the distinction between the wooden puppet and a living child becomes a blur.
This evolution mirrors the contemporary convergence of technology with our daily lives. Geppetto, the puppet’s creator, assumes a role akin to that of modern scientists and engineers engrossed in the realm of artificial intelligence and robotics. His fervent commitment to crafting the puppet mirrors the passion and dedication exhibited by scientists in the creation of intelligent machines.
Enter the Blue Fairy—an enigmatic and ethereal character who assumes the mantle of Pinocchio’s guiding force. She embodies knowledge and enlightenment, prodding the wooden protagonist toward his quest for humanity, learning, and personal growth. This parallel with the modern scientific landscape underscores the potential for progress and self-discovery through technology, notwithstanding apprehensions related to artificial intelligence.
Each character encountered by Pinocchio during his odyssey imparts vital life lessons. The Talking Cricket embodies the notion of conscience and moral righteousness, whereas the duplicitous Cat and Fox serve as allegorical representations of the temptations and trials ubiquitous in the human experience. Each interaction contributes to Pinocchio’s growth, gradually transforming him into a more authentic human figure.
Nevertheless, in the contemporary world, notwithstanding the enchantment of Pinocchio’s tale, apprehensions regarding technology loom large. Concerns surrounding artificial intelligence, robotics, and advanced automation revolve around the specter of job displacement, security vulnerabilities, and breaches of privacy. Unlike the fairy tale, wherein Pinocchio becomes indistinguishable from a human, real-world technology engenders complex questions concerning the equilibrium between humanity and machines.
It is worth noting that Collodi originally envisioned a somber conclusion wherein Pinocchio faced execution, but he subsequently altered the denouement, possibly in response to reader dissent. Could it be that the initial ending mirrored the author’s trepidation toward technology, with the revised conclusion underscoring the imperative of maintaining control over it?
However, as mature individuals, we can glean inspiration and insight from Pinocchio’s saga. Rather than succumbing to trepidation, we ought to approach technology judiciously and with a sense of responsibility. Geppetto, the Fairy, and the other characters symbolize our relentless quest for purpose and aspiration for self-improvement.
Despite the challenges posed by technological advancement, we possess the capacity to shape technology in alignment with our values and objectives, endeavoring to forge a future that truly benefits all.
Pinocchio’s narrative imparts the message that transformation is attainable, contingent upon our ability to navigate it toward a future that genuinely serves the betterment of humanity as a whole.
Nel cuore delle pagine di uno dei più celebri racconti per l’infanzia, Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, si cela un’affascinante domanda che si riflette nel nostro mondo contemporaneo: Pinocchio è un androide ? Questo immaginario personaggio di legno, creato da Geppetto, ha attraversato generazioni incantando lettori di tutte le età, ma la sua storia nasconde riflessioni profonde sulla relazione tra l’umanità e la tecnologia.
L’inizio della storia ci presenta Pinocchio come un semplice burattino di legno, un costrutto meccanico senza vita propria. In sostanza, un umanoide, una rappresentazione primitiva dell’androide, termine che oggi evoca immagini di robot sofisticati e intelligenza artificiale avanzata. Ma ciò che rende questa fiaba atemporale così intrigante è il processo di trasformazione attraverso cui Pinocchio diventa sempre più simile a un vero bambino, finché la distinzione tra il burattino di legno e il bambino è appena riconoscibile.
Questa metamorfosi è una rappresentazione di un tema molto attuale: l’evoluzione della tecnologia e la sua sempre più stretta interazione con la vita umana. Geppetto, il falegname che crea Pinocchio, può essere visto come un precursore degli scienziati e degli ingegneri moderni che lavorano all’intelligenza artificiale e alla robotica. La sua dedizione nel modellare il suo burattino rispecchia la passione e l’impegno degli scienziati nel creare macchine intelligenti.
La figura della Fata dai capelli turchini, enigmatica e incorporea, assume il ruolo di guida ispiratrice per Pinocchio. Come un simbolo della scienza e della conoscenza, essa incita il nostro eroe di legno a cercare la sua umanità, a imparare e a crescere. Questo parallelo con il mondo scientifico contemporaneo suggerisce che, nonostante le nostre paure e le sfide poste dall’intelligenza artificiale, c’è un potenziale per il progresso e per la comprensione più profonda di noi stessi attraverso la tecnologia.
Ogni personaggio che Pinocchio incontra lungo il suo percorso rappresenta un’esperienza di vita importante. Il Grillo Parlante rappresenta la coscienza e la guida morale, mentre il Gatto e la Volpe simboleggiano le tentazioni e le trappole della vita. Ognuna di queste interazioni contribuisce alla crescita e allo sviluppo di Pinocchio, rendendolo sempre più simile a un essere umano.
Tuttavia, oggi, nonostante la storia incantata di Pinocchio, nutriamo timori e incertezze nei confronti della tecnologia. L’intelligenza artificiale, i robot e l’automazione avanzata sono fonte di preoccupazione per molte persone, in quanto possono rappresentare sfide come la perdita di lavoro, la sicurezza e la privacy. A differenza della fiaba, dove Pinocchio diventa completamente indistinguibile da un essere umano, la realtà della tecnologia ci pone di fronte a complessi interrogativi sull’ equilibrio tra l’umanità e la macchina.
È interessante notare che Collodi aveva originariamente previsto un finale tragico in cui Pinocchio veniva impiccato, ma successivamente cambiò la trama pare sull’onda delle proteste dei lettori della rivista su cui veniva pubblicato a puntate. Possiamo pensare che la scelta precedente fosse stata dettata dalla paura dell’autore verso la tecnologia e attraverso il nuovo finale abbia ribadito il principio che l’umanità deve essere protetta dalla superiorità dell’uomo sull’intelligenza artificiale ?
Tuttavia, come adulti, dovremmo considerare la storia di Pinocchio come una fonte di ispirazione e riflessione. Non dobbiamo necessariamente temere la tecnologia, ma piuttosto abbracciarla in modo consapevole e responsabile. Geppetto, la Fata e gli altri personaggi sono simboli della nostra ricerca di significato e della nostra costante aspirazione al miglioramento.
Nonostante le sfide poste dall’innovazione tecnologica, possiamo plasmare la tecnologia secondo i nostri valori e scopi, cercando di guidarla verso un futuro che sia, davvero, migliore per tutti.
La storia di Pinocchio ci insegna che la trasformazione è possibile, ma dipende da come noi la guidiamo e la dirigiamo verso un futuro che sia, davvero, migliore per tutti.
We all dream. Sometimes the dream is bad, sometimes good. In many cases, it depends on what we ate the night before. Lebanese, pizza, or even sushi, which I can’t digest at all. Maybe it’s because of all that rice. Us Italian southerners aren’t used to rice. It’s like soup or tea. Things they give you as a kid when you have a stomachache. So, when we consume them without a therapeutic reason, our body rebels and rejects them as if they were incompatible organs.
Or maybe dreams depend on who we are. Anxious or creative, insecure or deeply uncertain, influenced by our desires, worries, or memories.
Anyway, long story short, the other night, I had a strange one. I had come home exhausted after a never-ending day at work and had flopped down on the couch, with my aqua-green blanket, a gift from a past birthday.
Without realizing it, I closed my eyes and found myself at the condo meeting, sitting in one of those uncomfortable chairs, surrounded by the usual neighbors who always collect proxies from everyone else.
In the front row, Marshal Capuzzo, my next-door neighbor. A taciturn man, retired for as long as I’ve known him. He has a penetrating look that sends shivers down my spine, as if I were a drug dealer. He always seems one step ahead of everyone, as if he knows the deepest secrets of every tenant.
Sitting next to Marshal was Miss Foglia, an elderly lady with a hoarse voice and lively eyes. She carries an aura of wisdom and mystery, as if she’s lived a thousand lives in one existence. Always ready to share anecdotes and gossip about other people’s lives, she turns every meeting into a stage of intrigue and secrets.
Two rows behind, the neighbors from the first floor. A peculiar couple that truly baffles my imagination. From afar, they seem calm and ordinary, but thanks to Capuzzo, we’ve discovered their dark secret.
The rumors circulating in the condo say they were early fascists with a past tied to extremist movements. The most incredible thing is that they grow marijuana on their balcony, in full view of everyone. The lush green plants dancing in the wind seem to be the emblem of their eccentricity.
But that’s not all. The couple also has two massive Rottweilers dogs that bark incessantly and make the walls of the building tremble. They seem perfectly in tune with the chaotic energy surrounding them, as if chaos were their personal signature.
The agenda for the meeting was the renovation of the building, a decision that seemed to have infected everyone except me.
Engineer Boschi, the technician in charge of the work, started describing the technical details with cryptic language full of acronyms and incomprehensible terms.
Then, suddenly, «Twenty thousand euros each for the facade, fifteen hundred for the boiler, and twenty-five hundred for the stairwell windows, » Boschi repeated.
I looked at the other attendees, trying to spot any signs of discontent, but they all seemed captivated by grand visions of a renovated building.
As Boschi continued to speak, my mind wandered among the faces of my neighbors. Capuzzo seemed fascinated by the idea of a modern and secure building, ready to protect residents from all kinds of dangers. Mrs. Foglia, with her curious demeanor, was taking notes as if she were attending a conference on Romance philology. And the first-floor neighbors, with their disdainful looks, seemed completely uninterested in the costs, as if money were no issue for them.
I felt like a stranger in this bizarre comedy, surrounded by characters with such different personalities. I was the representative of the financially challenged, unable to afford such a hefty sum without tax incentives.
At one point, I made a decision. I couldn’t let the dream turn into reality; I couldn’t bear the financial burden of that renovation. So, without hesitation, I woke up. It was as if I had taken flight, an escape from the problems the dream was trying to impose on me.
The next morning, as I left for work, I encountered Miss Foglia in the stairwell. Her penetrating gaze caught me off guard. «You know, we were looking for you at the meeting last night, » she said with a slightly accusing tone. «You disappeared without a word. »
I felt caught red-handed, like a guilty party caught at the scene of the crime. I tried to justify myself, saying it was just a dream, that the money wasn’t real. But she shook her head, as if she wasn’t convinced by my words.
«It doesn’t matter if it was a dream, » she said firmly. «We needed your vote for the renovation. You can’t just evade your responsibilities like that. »
I felt a knot in my stomach. It was as if the dream was still following my footsteps, as if the boundary between reality and unreality was fading even more. And so, I made a decision: that evening, I would sleep at my brother’s house, hoping to escape the demands of dream creditors.
The night passed peacefully. I fell asleep with a sense of relief in my niece’s room, hoping that the bizarre dreams wouldn’t catch up to me. And thankfully, I slept deeply, immersed in a dreamless slumber.
In the morning, I returned home, but my joy was short-lived. As soon as I opened the door, my wife confronted me with a worried look.
«Something happened, » she said. «I had a dream last night. Miss was looking for you. She said something about paying money to the condo. You already know. Are there any issues?»
Tutti sogniamo. A volte il sogno è brutto, a volte bello. In molti casi dipende da cosa abbiamo mangiato la sera prima. Libanese, pizza o anche il sushi, che non digerisco affatto. Sarà per via di tutto quel riso. Noi meridionali non siamo abituati al riso. È come per il brodo, oppure il thè. Sono cose che ti danno da piccolo quando sei disturbato di stomaco. E quindi, appena li assumiamo senza un motivo di ordine terapeutico, il nostro corpo si ribella e li rigetta come fossero organi non compatibili.
O forse, i sogni dipendono da come siamo fatti. Ansiosi o creativi, insicuri o con profondi dubbi interiori, influenzati dai nostri desideri, dalle preoccupazioni o dai nostri ricordi.
Comunque, per farla breve, l’altra notte ne ho fatto uno decisamente strano. Ero tornato a casa esausto, dopo una giornata di lavoro interminabile e mi sono sdraiato sul divano, con addosso la mia copertina verde acqua, regalo di un compleanno passato.
Senza accorgermene ho chiuso gli occhi e mi sono ritrovato all’ assemblea condominiale, seduto in una delle solite sedie scomodissime, circondato dai soliti vicini che da sempre raccolgono le deleghe di tutti gli altri.
In prima fila, il maresciallo Capuzzo, il mio dirimpettaio. Uomo taciturno, in pensione da quando lo conosco. Ha uno sguardo penetrante che mi fa scorrere brividi lungo la schiena, come se fossi uno spacciatore di hashish. Sembra sempre un passo avanti a tutti, come se conoscesse i segreti più reconditi di ogni condòmino.
Seduta accanto al maresciallo la professoressa Foglia, una anziana signora dalla voce roca e gli occhi vivaci. Porta con sé un’aura di saggezza e mistero, come se avesse vissuto mille vite in un’unica esistenza. Sempre pronta a condividere aneddoti e pettegolezzi sulla vita degli altri, trasforma ogni riunione in un palcoscenico di intrighi e segreti.
Due file più dietro, i vicini del primo piano. Una coppia singolare che fa davvero impazzire la mia immaginazione. Da lontano, sembrano tranquilli e ordinari, ma grazie a Capuzzo abbiamo scoperto il loro oscuro segreto.
I rumors che circolano nel condominio dicono che siano dei fascisti della prima ora, con un passato legato a movimenti estremisti. La cosa più incredibile è che nel loro appartamento coltivano marijuana sul balcone, in piena vista di tutti. Le piante verdi e rigogliose che danzano al vento sembrano essere l’emblema della loro eccentricità.
Ma non è tutto. La coppia ha anche due mastodontici Rottweiler, che abbaiano in continuazione e fanno tremare le pareti del palazzo. Sembrano in perfetta sintonia con la sconvolgente energia che aleggia intorno a loro, come se il caos fosse la loro firma personale.
L’ordine del giorno della riunione era la ristrutturazione del palazzo, una decisione che sembrava aver contagiato tutti, tranne me.
L’ingegner Boschi, il tecnico incaricato dei lavori, ha iniziato a descrivere i dettagli tecnici con un linguaggio criptico, pieno di sigle e termini incomprensibili.
Poi, all’improvviso: «Ventimila euro a testa per la facciata, millecinquecento per la caldaia e duemilacinquecento per le finestre delle scale», ripeteva Boschi.
Guardavo gli altri partecipanti all’assemblea, cercando qualche segno di disappunto, ma sembravano essere tutti rapiti dalle visioni grandiose di un palazzo rinnovato.
Mentre Boschi continuava a parlare, la mia mente vagava tra i volti dei miei vicini di casa. Capuzzo sembrava affascinato dall’idea di un palazzo moderno e sicuro, pronto a difendere gli abitanti da ogni sorta di pericolo. La signora Foglia, con il suo fare curioso, stava prendendo appunti come se stesse partecipando di una conferenza di filologia romanza. E i vicini del primo piano, con i loro sguardi sprezzanti, sembravano non interessarsi minimamente ai costi, come se il denaro non fosse per loro un problema.
Mi sentivo come un estraneo in quella bizzarra commedia, circondato da personaggi dalle personalità così diverse. Ero il rappresentante dei nullatenenti, che non potevano pagare una somma così elevata senza gli incentivi fiscali.
A un certo punto, ho preso una decisione. Non potevo permettere che il sogno si tramutasse in realtà, non potevo affrontare il peso finanziario di quella ristrutturazione. Così, senza esitazione, mi sono svegliato. Era come se avessi preso una fuga, una via di scampo dai problemi che il sogno stava cercando di impormi.
La mattina successiva, uscendo di casa per andare al lavoro, ho incrociato nelle scale la professoressa Foglia. Il suo sguardo penetrante mi ha colto di sorpresa. «Sai, ieri sera ti abbiamo cercato all’assemblea», mi ha detto con un tono leggermente accusatorio. «Sei sparito, senza dire una parola».
Mi sono sentito colto in flagrante, come un colpevole sorpreso sul luogo del delitto. Ho cercato di giustificarmi, dicendo che era solo un sogno, che i soldi non erano reali. Ma la donna ha scosso la testa, come se non fosse convinta delle mie parole.
«Non importa se era un sogno», ha detto con fermezza. «Avevamo bisogno del tuo voto per la ristrutturazione. Non puoi sottrarti così alle tue responsabilità».
Ho sentito un nodo allo stomaco. Era come se il sogno stesse ancora seguendo i miei passi, come se il confine tra il reale e l’irreale si stesse sfumando sempre di più. E così, ho preso una decisione: quella sera avrei dormito a casa di mio fratello, sperando di sfuggire alle richieste dei creditori onirici.
La notte è trascorsa tranquilla. Mi sono addormentato con un senso di sollievo nella cameretta di mia nipote, sperando che i sogni bizzarri non mi avrebbero raggiunto. E, per fortuna, ho dormito profondamente, immerso in un sonno senza sogni.
Al mattino, sono tornato a casa, ma la mia gioia è stata di breve durata. Appena ho aperto la porta, mia moglie mi ha affrontato con uno sguardo preoccupato.
È successo una cosa», mi ha detto «Ho avuto un sogno la notte scorsa. La professoressa Foglia che ti cercava. Ha detto che dobbiamo pagare dei soldi al condominio. Tu già sai. Ma ci sono problemi? »
«Cara Caterina» aveva sussurrato l’anziano sacerdote attraverso la grata del confessionale, «per il problema di tuo marito Vincenzo ci sono veramente pochissime soluzioni. Diciamo che la sua è una demenza senile che qualche volta può sfociare in qualche piccola paranoia.»
«Don Alfonso, piccola paranoia?» rispose Caterina «quella è cattiveria allo stato puro ed io sono diventata il suo principale bersaglio. Proprio l’altra settimana abbiamo dovuto cambiare tutte le lampadine di casa perché, secondo lui, io lascerei sempre le luci accese e consumiamo troppo per causa mia. Abbiamo messo quelle, come si dice, fla… fluo… flo…»
«Fluorescenti ? »
«Si, proprio quelle. E comme so’ brutte, don Alfonso mio! Fluoriescono tutte dal lampadario che mi lasciò la buonanima di mia madre. Si vedono solo loro. Io c’avevo delle lampadine così belle in puro vetro di Murano, a forma di fiamma. E invece no. Adesso teniamo i tortiglioni bianchi, con una luce fredda e che si accendono dopo mezz’ora. Mi sembra di stare in una camera mortuaria all’obitorio. Voi che dite, dobbiamo preparaci ad andare nell’aldilà?»
«Dai Caterina, non esagerare!» Don Alfonso alzò la voce «e ricordati che quel giorno di quarantacinque anni fa voi due vi siete giurati amore eterno, nella salute e nella malattia. Te lo ricordi? L’unico modo è convivere con queste manie, facendo qualche piccolo sacrificio. E poi, diciamocela tutta, che saranno mai quattro lampadine…»
«Quattro lampadine?» sbottò Caterina. «Noi ci siamo comprati un frigorifero americano, gruosso gruosso che ancora stiamo pagando a rate. Tiene due porte che le potrebbe aprire il Papa al prossimo Giubileo. Di classe A, con una televisione attaccata davanti che ti dice quando scadono le mozzarelle di bufala. Vincenzo sta sempre lì a controllare e dobbiamo mangiarci quello che dice il frigorifero, sennò succede una guerra!»
«Saggia decisione Caterina» la interruppe Don Alfonso «hai mai pensato a quante persone muoiono di fame e al nostro spreco alimentare?»
«Eh Don Alfò, ma quale spreco alimentare! Noi siamo anziani e mangiamo pochissimo. Abbiamo il diabete e il colesterolo alto. Ma questo il frigorifero non lo sa. E se lo sa, non gliene fotte nulla di me! Ma che ho fatto di male per meritarmi tutto questo? Cristo non l’ho mica messo in croce io!»
«Caterina, adesso stai esagerando!» disse il sacerdote con piglio di rimprovero «pensi di scomodare nostro Signore per un frigorifero? Tuo marito va accudito giorno e notte…»
«Si, si la notte invece di dormire, noi facciamo le lavatrici che ci sente tutto il palazzo. Vincenzo dice che si risparmia sulla bolletta della luce. Voi lo sapete che noi abitiamo in quelle case dell’IACP che c’hanno i muri di cartone? Hanno convocato tre assemblee di condominio per colpa nostra perché la lavatrice fa troppo rumore e la signora dell’appartamento affianco al nostro non può dormire. Che vergogna! Che vergogna! »
Caterina, dopo la rituale assoluzione e la piccola penitenza che Don Alfonso le aveva assegnato, uscì frettolosamente dalla chiesa e prese la via di casa. Passò al supermercato ad acquistare alcune cose che le mancavano per preparare la cena. Uscendo dal negozio, tolse tutto dalla busta di plastica e nascose gli alimenti all’interno della sua borsa per evitare che Vincenzo e il frigorifero si accorgessero di quell’acquisto.
L’autobus la lasciò alla solita fermata affianco all’edicola ormai chiusa. I pochi lampioni ancora intatti si erano accesi e il cortile brulicava di bambini che giocavano a pallone in attesa che le mamme li richiamassero per la cena serale. Dovette attendere qualche minuto che l’ascensore si liberasse. Abitava al sesto piano e non era il caso di salire a piedi alla sua età. Bussò alla porta ma nessuno le rispose. Tirò fuori le chiavi dalla borsetta che portava sempre a tracolla per paura degli scippi.
«Vincenzo, ci sei?»
Non ottenne alcuna risposta ma non le sembrò strano visto che suo marito, qualche anno prima, aveva perduto completamente l’udito e spesso dimenticava di accendere gli apparecchi acustici. Attraversò il corridoio e si diresse verso il soggiorno dove sentiva il suono della TV. La stanza era al buio, illuminata dai bagliori del nuovo televisore a schermo piatto, acquistato contro la sua volontà al posto di quello vecchio che funzionava benissimo e a cui lei era molto affezionata.
«Vincè, ma perché non rispondi? Stai dormendo?»
Si avvicinò alla poltrona mettendogli una mano sulla spalla. Il marito era seduto con la testa riversa all’indietro, gli occhi spalancati e la bocca aperta. Teneva nella mano destra il telecomando.
Caterina lanciò un urlo e cadde a terra. Corse sconvolta a bussare alla vicina. Tutto il quartiere si riversò nel suo appartamento a porgere l’estremo saluto al marito mentre i bambini continuarono felici a giocare a pallone fino a tarda notte. I funerali si tennero il giorno dopo. Don Alfonso pronunciò una breve orazione di circostanza e Vincenzo fu portato nella cappella di famiglia.
Caterina non piangeva. Quando da piccola aveva perso suo padre, i familiari e le altre persone che aveva intorno le avevano imposto di non piangere. Alla fine era diventata così brava che anche quando voleva farlo, non ne era più capace.
Tornò a casa stanchissima. Le vicine le fecero compagnia per un po’ e poi si congedarono lasciandola sola. Chiuse lentamente la porta come faceva tutte le sere e mentre serrava il chiavistello sentì una strana sensazione come di un vuoto che le partì dal centro del petto e che a poco a poco si trasformò in un senso di liberazione.
La sua mano rugosa cominciò a scivolare sui muri bianchi alla ricerca degli interruttori della luce che faceva scattare mentre camminava per casa, accendendo ora lampadari, ora piantane e abatjour, fino alle luci votive che incorniciavano la foto dell’anima benedetta di suo padre.
Accese finanche la serie di luci natalizie che erano perennemente istallate fuori al balcone che dava sul cortile e che Vincenzo non toglieva mai per evitare d doverle rimontare l’anno successivo. Quando terminò con l’illuminazione, cominciò con il resto.
Tirò fuori il suo vecchio televisore che il marito aveva nascosto nel ripostiglio, lo spolverò ed inserì la spina nella presa elettrica. Lo schermo si illuminò di una luce sbiadita che le ricordò i primi anni di matrimonio, quando vivevano ancora a casa dei genitori di Vincenzo e lei litigava tutti i giorni con la suocera. Mise in funzione la lavatrice nonostante il regolamento condominiale glielo proibisse espressamente e con il telecomando accese la TV del soggiorno insieme al DVD ed al videoregistratore.
Esausta si sedette sul piccolo divano in ratan che tenevano fuori al balcone. Una leggera brezza le accarezzava il viso e si addormentò al lento ritmo delle luci natalizie. Si svegliò di soprassalto quando sentì un rumore provenire dall’interno dell’abitazione e pensò subito al peggio. Il mese scorso, durante il funerale di sua zia, degli zingari erano entrati dentro casa e le avevano portato via tutto, anche i soprammobili.
Il rumore sembrava provenire dalla cucina. Caterina si fece coraggio ed entrò. La porta dell’ingresso sembrava chiusa. Raccolse il bastone del marito dal portaombrelli e attraversò il corridoio cercando di non fare rumore.
Irruppe in cucina brandendo il bastone ma quello che vide la lasciò senza parole. Seduto a capotavola c’era suo marito Vincenzo, bianco in viso e con indosso il pigiama con cui era stato seppellito. Sul tavolo erano accatastati i faldoni in cui raccoglieva i contratti e le bollette di luce e gas e lui stava rovistando nel cumulo di documenti come se cercasse qualcosa in particolare.
Quando lei entrò, Vincenzo alzò gli occhi senza vista e le disse con voce distratta: «Ah, finalmente sei tornata! Io tengo fame.»
Caterina sbarrò gli occhi terrorizzata. Dalla sua bocca uscì solo un grido strozzato mentre cadeva a terra esanime trascinandosi appresso la tovaglia ed le bollette che le rovinarono addosso coprendola.
«Caterì, ma che fai ? Adesso muori pure tu? E chi le spegne le luci?
Until death
«Dear Caterina, » whispered the elderly priest through the confessional grille, «for your husband Vincenzo’s problem, there are very few solutions. Let’s say his is a senile dementia that can sometimes manifest as minor paranoia. »
«Don Alfonso, minor paranoia? » replied Caterina, «that’s pure malice, and I’ve become his main target. Just last week, we had to change all the light bulbs in the house because, according to him, I always leave the lights on, and we consume too much because of me. We replaced them with those, what are they called, flu… fluo… flo…»
«Fluorescent? »
«Yes, those. And how ugly they are, my dear Don Alfonso! They all glow from the chandelier that my late mother left me. You can only see them. I used to have these beautiful Murano glass bulbs, shaped like flames. But no, now we have these big, white spirals with cold light that take half an hour to turn on. It feels like being in a morgue. What do you say, should we prepare ourselves for the afterlife? »
«Come on, Caterina, don’t exaggerate! »Don Alfonso raised his voice. «Remember that day forty-five years ago when you two promised each other eternal love, in sickness and in health? Do you remember? The only way is to live with these quirks, making some small sacrifices. And let’s be honest, what are a few light bulbs…»
«A few light bulbs? » burst out Caterina. «We bought ourselves a huge American fridge, so big we’re still paying installments for it. It has two doors that the Pope could open at the next Jubilee. Class A, with a TV attached to it that tells you when the mozzarella cheese expires. Vincenzo is always checking it, and we have to eat what the fridge tells us, or else a war breaks out! »
«Wise decision, Caterina», interrupted Don Alfonso. «Have you ever thought about how many people die of hunger and our food waste? »
«Oh, Don Alfò, but what food waste! We’re elderly and we eat very little. We have diabetes and high cholesterol. But the fridge doesn’t know that. And if it does, it doesn’t care about me! What did I do wrong to deserve all this? I didn’t crucify Christ! »
«Caterina, you’re going overboard now, » said the priest, reproachfully. «Do you think it’s appropriate to invoke our Lord for a refrigerator? Your husband needs care day and night…”
«Yes, at night instead of sleeping, we’re doing laundry, and the whole building can hear it. » Vincenzo says it saves on the electricity bill. Do you know that we live in public housing with paper-thin walls? They’ve called three condo meetings because of us because the washing machine is too loud, and the lady next door can’t sleep. What a shame! What a shame! »
Caterina, after the customary absolution and the small penance assigned by Don Alfonso, hurriedly left the church and made her way home. She stopped at the supermarket to buy a few things she needed for dinner. As she left the store, she removed everything from the plastic bag and hid the groceries inside her purse to prevent Vincenzo and the refrigerator from noticing her purchase.
The bus dropped her off at the usual stop next to the closed newsstand. The few remaining lampposts had lit up, and the courtyard was filled with children playing football, waiting for their mothers to call them in for dinner. She had to wait a few minutes for the elevator to become available. She lived on the sixth floor, and at her age, taking the stairs was not an option. She knocked on the door, but no one answered. She retrieved the keys from the handbag she always carried across her shoulder to guard against pickpockets.
«Vincenzo, are you there? »
She received no response, but it didn’t seem strange since her husband had completely lost his hearing a few years ago and often forgot to turn on his hearing aids. She crossed the hallway and headed for the living room, where she could hear the TV. The room was dark, illuminated only by the glow of the new flat-screen TV, purchased against her wishes, replacing the perfectly functioning old one she was quite attached to.
«Vincè, why aren’t you answering? Are you sleeping? »
She approached his armchair, placing her hand on his shoulder. Her husband sat with his head thrown back, eyes wide open, and mouth agape. He held the remote control in his right hand. Caterina let out a scream and fell to the floor. She ran frantically to knock on her neighbor’s door. The whole neighborhood poured into her apartment to bid farewell to her husband, while the children happily continued playing football late into the night. The funeral was held the next day. Don Alfonso delivered a brief eulogy, and Vincenzo was taken to the family chapel.
Caterina did not cry. When she had lost her father as a child, her family and those around her had forbidden her to cry. In the end, she had become so skilled at not crying that even when she wanted to, she couldn’t.
She returned home exhausted. The neighbors kept her company for a while and then bid her farewell, leaving her alone. She closed the door slowly, as she did every evening, and as she locked it, she felt a strange sensation, as if a void emanated from the center of her chest and gradually transformed into a feeling of liberation.
Her wrinkled hand began to slide along the white walls, searching for the light switches she had flicked on as she walked through the house, turning on chandeliers, floor lamps, and bedside lamps, right up to the votive lights that framed her father’s blessed soul’s photo. She even turned on the string of Christmas lights that were perpetually installed on the balcony facing the courtyard, which Vincenzo never removed to avoid having to put them up again the next year.
When she finished with the lighting, she moved on to the rest. She pulled out her old TV, which her husband had hidden in the closet, dusted it off, and plugged it in. The screen illuminated with a faded light that reminded her of the early years of her marriage, when they still lived with Vincenzo’s parents, and she argued with her mother-in-law every day. She set the washing machine in motion, despite the condo regulations expressly prohibiting it, and with the remote control, she turned on the living room TV, along with the DVD and the VCR.
Exhausted, she sat on the small rattan sofa they kept on the balcony. A gentle breeze caressed her face, and she fell asleep to the slow rhythm of the Christmas lights.
She woke up with a start when she heard a noise coming from inside the house and immediately feared the worst. Last month, during her aunt’s funeral, gypsies had entered her home and taken everything, even the knickknacks.
The noise seemed to come from the kitchen. Caterina gathered her courage and went inside. The front door seemed closed. She picked up her husband’s cane from the umbrella stand and crossed the hallway, trying not to make any noise. She burst into the kitchen brandishing the cane, but what she saw left her speechless.
Sitting at the head of the table was her husband Vincenzo, pale and wearing the pajamas he had been buried in. On the table, folders containing contracts and utility bills were piled up, and he was rummaging through the stack of documents as if searching for something specific.
When she entered, Vincenzo looked up, his eyes vacant, and said in a distracted voice, «Ah, you’re finally back! I’m hungry. »
Caterina stared wide-eyed and terrified. Only a choked scream came from her mouth as she collapsed to the ground, dragging the tablecloth and bills down with her.
«Caterì, what are you doing? Are you going to die too now? And who will turn off the lights? »
Ieri ho compiuto quarant’anni anni, senza neanche rendermene conto. La mia vita è diventata una sequenza senza fine di giorni e notti, di consegne in bicicletta, scandite da una app implacabile.
Ogni mattina, mi sveglio senza sapere cosa mi riserverà la giornata. L’unico indizio è il mio smartphone che vibra incessantemente, annunciando nuovi ordini da consegnare.
Sono un rider, un moderno cavaliere. Pedalo tra le strade trafficate e i vicoli nascosti, consegnando pizze, panini o cibo cinese a persone sconosciute che mi sorridono solo se arrivo in orario.
Il mio telefono è il mio orologio, il mio calendario, il mio datore di lavoro. Non ho un capo che mi guardi negli occhi o un ufficio in cui recarmi. Lavoro per un’entità digitale, un algoritmo che decide il mio destino. Non ho colleghi con cui scherzare o pause caffè per condividere.
La mia vita è diventata una corsa senza fine, una lotta per sopravvivere nell’eterno presente. E le mie notti sono spente, illuminate dalla luce blu del cellulare. Le notifiche si susseguono senza tregua e io pedalo come un fantasma solitario per le vie della città.
Il mio passato è sfocato e il futuro è un enigma. Non ho tempo per riflettere su chi ero o su chi potrei diventare, imprigionato in un oggi senza fine.
Stasera aspetto le chiamate su una panchina di piazza della Pace, quella rossa che sembra gridare un richiamo alla calma. Lì accanto c’è anche un lampione e nell’attesa posso leggere.
Tiro fuori dalla tasca una busta che ho trovato nella cassetta delle lettere stamattina, mentre uscivo di casa. È la bolletta della luce. La apro e guardo l’importo con occhi increduli. È enorme, un debito che non riuscirò a pagare né a giustificare con la mia esistenza frenetica.
Mi siedo un attimo a pensare. Potrebbe essere stata la cena con gli amici, mi dico. Eravamo a casa mia e abbiamo cucinato e scherzato, ridendo come ai tempi dell’università. Avevo acceso il forno, perché volevo preparare piatti che non mangiavo da un’eternità. La parmigiana di melanzane come la preparava mia nonna. Le lasagne che avevo assaggiato in quel ristorante dei Quartieri Spagnoli e il cuoco mi aveva rivelato la ricetta. Quella bella serata mi aveva dato un assaggio di una vita diversa, di momenti che sembravano perduti nella mia incessante corsa verso il prossimo ordine.
Ma nella bolletta ci sono anche le notti interminabili, passate davanti alla TV, dopo che Claudia ha abbandonato la nostra promessa di andare a vivere insieme. È stata una decisione dolorosa, un nodo alla gola che non riesco a sciogliere. Abbiamo condiviso sogni e progetti, ma la realtà sembra averli inghiottiti uno dopo l’altro.
E le notti sono le peggiori. La solitudine si fa sentire e la TV è diventata la mia unica compagna. Quando rientro a casa, accendo lo schermo e cerco di perdere me stesso nei programmi senza senso come se quella scatola luminosa possa essere l’unico rifugio dalla realtà in cui sono intrappolato.
Claudia e io abbiamo passato momenti felici insieme, ma il mio lavoro di rider ha messo a dura prova la nostra relazione. È difficile pianificare il futuro quando il mio presente è così caotico e incerto.
Mentre guardo quella bolletta, decido di chiamarla.
Le chiedo se posso passare e, lei senza esitazione, accetta.
Arrivo davanti alla sua porta con il cuore in gola. Quando mi apre, i suoi occhi sono pieni di sorpresa e speranza.
«Ciao,» le dico con voce tremante.
«Da quanto tempo,» mi risponde e, in quell’istante, so di essere nel posto giusto.
Parliamo per ore, dei nostri sentimenti e delle paure. Condividiamo un abbraccio che sembra poter cancellare tutto il passato. E poi, lentamente ci avviciniamo e i nostri corpi si ritrovano come se non avessero mai smesso di desiderarsi.
È una notte magica, una notte in cui il nostro amore è rinato con una forza incredibile. Nel calore del suo abbraccio le prometto che lascerò quel lavoro e che costruiremo un futuro insieme. È una promessa che so di poter mantenere, una promessa che mi riempie di speranza.
Ma, mentre dormo accanto a lei, il mio smartphone vibra con insistenza. Un nuovo ordine da consegnare, una richiesta urgente.
Mi sveglio. Sono sulla panchina rossa di piazza della Pace. Salgo sulla bici e corro, con la bolletta che vola via. Chissà dove.
THE RIDER
Yesterday, I turned forty, without even realizing it. My life has become an endless sequence of days and nights, of bicycle deliveries, all dictated by an unrelenting app.
Every morning, I wake up not knowing what the day holds. The only clue is my smartphone, incessantly vibrating, announcing new orders to deliver. I am a rider, a modern-day knight. I pedal through busy streets and hidden alleys, delivering pizzas, sandwiches, or Chinese food to strangers who only smile if I arrive on time.
My phone is my clock, my calendar, my employer. I have no boss to look me in the eye, no office to go to. I work for a digital entity, an algorithm that decides my fate. I have no colleagues to joke with or coffee breaks to share. My life has become an endless race, a struggle to survive in the eternal present.
My nights are dark, lit only by the blue glow of my cellphone. Notifications keep coming without respite, and I pedal like a solitary ghost through the city’s streets. The past is blurred, and the future is an enigma. I have no time to reflect on who I used to be or who I could become, trapped in an endless today.
Tonight, I’m waiting for calls on a bench in Peace Square, the red one that seems to call out for tranquility. There’s a lamppost nearby, and during the wait, I can read. I take out an envelope I found in the mailbox this morning as I left home. It’s the electricity bill. I open it and stare at the amount with incredulous eyes. It’s enormous, a debt I won’t be able to pay or justify with my frantic existence.
I sit for a moment, thinking. It could have been the dinner with friends, I tell myself. We were at my place, cooking and joking, laughing like we did back in university. I had the oven on because I wanted to prepare dishes I hadn’t eaten in ages. Eggplant Parmesan like my grandmother used to make it. Lasagna from that restaurant in the Spanish Quarters, and the chef had revealed the recipe to me. That beautiful evening had given me a taste of a different life, of moments that seemed lost in my relentless rush toward the next order.
But the bill also includes the endless nights spent in front of the TV after Claudia abandoned our promise to move in together. It was a painful decision, a lump in my throat that I can’t seem to swallow. We shared dreams and plans, but reality seems to have swallowed them one by one.
And the nights are the worst. Loneliness creeps in, and the TV has become my only companion. When I return home, I turn on the screen and try to lose myself in senseless programs as if that luminous box could be the only refuge from the reality I’m trapped in.
Claudia and I had happy moments together, but my job as a rider has put our relationship to the test. It’s hard to plan for the future when my present is so chaotic and uncertain.
But as I gaze at that bill, I decide to call her. I ask if I can come over, and she accepts without hesitation.
I arrive in front of her door with my heart in my throat. When she opens it, her eyes are full of surprise and hope.
«Hello,» I say with a trembling voice.
«I’s been a while,» she replies, and in that moment, I know I’m in the right place.
We talk for hours about our feelings and fears. We share a hug that seems to erase all the past. And then, slowly, we draw closer, and our bodies find each other as if they had never stopped wanting.
It’s a magical night, a night where our love is reborn with incredible strength. In the warmth of her embrace, I promise her that I will leave that job and that we will build a future together. It’s a promise I know I can keep, a promise that fills me with hope.
But, as I sleep beside her, my smartphone vibrates insistently. A new order to deliver, an urgent request.
I wake up. I’m on the red bench in Peace Square. I get on the bike and ride with the bill flying away. Who knows where.